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The Bloody Beetroots: “Il mio è un disco anti-music business”

Non è mai stato banale Sir Bob Cornelius Rifo. The Bloody Beetroots è da sempre un progetto antagonista alla musica per le masse, qualcosa di difficilmente inquadrabile e categorizzabile, che sfugge a logiche commerciali e che, anzi, ha il preciso intento di dare fastidio alle dinamiche tradizionali del music business.

The Great Electronic Swindle uscirà venerdì 20 ottobre 2017, e sarà sicuramente inserito in diverse top ten di fine anno. Ancora una volta, l’italianissimo Rifo, ha saputo dare alla sua elettronica una forte impronta punk rock, giocando con le coordinate di pop e drum n’ bass, condendo il tutto con ospiti dietro al microfono appartenenti alla scena hardcore piuttosto che a quella indie pop.

Ci sono voluti quattro anni per avere un nuovo album.
Avevo esaurito le storie che avevo da raccontare. Serve vivere una vita per avere delle storie e allora ho ricominciato da zero, incontrandomi con degli amici con cui abbiamo condiviso esperienze ed emozioni, per poi raccontarle in musica. Scoprire quanto siano simili i percorsi che facciamo con altre persone è spesso spiazzante, ma anche fonte d’ispirazione.

Il titolo è una dedica ai Pistols?
Il titolo fa ovviamente riferimento alla grande truffa del rock n’ roll di cui si parlava nel docufilm sui Sex Pistols, ma, come tutto l’album, è un tentativo esplicito di sensibilizzare quei dj figuranti che occupano il palco senza impersonare la musica che stanno proponendo a chi li ascolta sotto. Quasi sempre queste canzoni non le hanno fatte loro o nemmeno hanno deciso loro di suonarle. Non c’è integrità e non c’è rispetto per i fan, che magari sognano grazie proprio a quella musica che nemmeno è stata scritta o composta da chi la propone.

Anche questa volta ci sei andato piano con le collaborazioni.
Non è sempre facile come possa sembrare, aver la fortuna di poter incontrare e lavorare con artisti di talento che spesso si rivelano persone eccezionali è un enorme privilegio. Nel disco ci sono rockstar come Perry Farrell (Pirates, Punks & Politics) oppure come Jay Buchanan, che è l’uomo che mi ha cambiato la vita. Siamo diventati migliori amici, lui è venuto apposta a Los Angeles per conoscermi e abbiamo scritto Nothing But Love, che è una delle mie canzoni più belle di sempre. Ho lavorato ancora con Greta Svabo Bech in Invisible e The Great Run, due brani maggiormente soft. Quest’ultimo lo abbiamo inciso durante una tormenta di neve che si abbatteva sulle Isole Far Oer, dove eravamo a registrare. Incredibile è stato il featuring con Prayers (Leafar Seyer), uno incazzato e senza mezze misure. I cori in Kill Or Be Killed sono fatti integralmente dai figli dei capi gang di Sherman Heights a San Diego.

Hai anche riportato Nic Cester nel mondo del rock duro…
La collaborazione con Nic è nata quando ci siamo visti a Como. Siamo poi andati a registrare My Name Is Thunder a Bassano, ed è lì che ho scoperto che Nic ha origini venete! Inizialmente volevamo trovare qualcuno che avesse l’approccio vocale di Cester, poi abbiamo provato a coinvolgere direttamente lui. A posteriori è stata la scelta migliore che potessimo fare.

Quando torni a suonare in Italia?
Ho fatto una bellissima data a Home Festival in estate, tornerò a Milano il 15 dicembre per festeggiare insieme a fan e amici in un club importante come il Fabrique.

Jacopo Casati

Foto di Francesco Prandoni

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