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Bruce Dickinson: “Con i Maiden abbiamo impegni per i prossimi cinque-sei anni”

Ci sono band che trascendono il genere in cui, per forza di cose, vennero inserite all’uscita del primo album. Gli Iron Maiden fanno parte di quella categoria. Una delle band più amate dai rockettari italiani tornerà nel nostro paese a giugno (Firenze Rocks) e luglio (Milano e Trieste). Da domani sarà attiva la prevendita per le date di luglio.

Considerati probabilmente i maggiori esponenti viventi della musica metal, etichetta così ricca di sottogeneri da rasentare il ridicolo, i Maiden, fin dagli esordi, hanno rappresentato molto di più. Partita come sorta di ibrido impazzito di Deep Purple e Black Sabbath, ma con un’anima fortemente punk che li avvicinava pericolosamente a Lemmy e ai suoi Motörhead, la band capitanata da Steve Harris mutava radicalmente volto e anima con l’arrivo di Bruce Dickinson, colui che trasformò un gruppo di culto in una potenza con pochi rivali al mondo. Non solo in ambito metallico.

E non poteva che essere così, visto che lo stesso Bruce era tutto fuorché un semplice screamer cresciuto nel mito di Ian Gillan. Nazionale di scherma, storico, pilota di aerei, appassionato di esoterismo, scrittore di racconti, ancora oggi Dickinson rimane una delle figure più sottovalutate della musica degli anni ottanta. “Sai, col tempo cambia tutto e anche chi non si era reso conto di alcune cose, probabilmente, finisce per farlo vent’anni dopo” – racconta il frontman – “Se mi fossi curato di quello che veniva detto di me o della band non mi sarei goduto nulla di tutto quello che ho fatto. Ho preferito viverla al cento per cento”.

Eppure, le polemiche non hanno mai abbandonato né lui, né gli Iron, come spesso accade alle band diventate talmente grandi da creare per forza di cose pareri fortemente contrastanti: “Devo dire che rispetto ad altre grandi band, siamo stati anche fortunati. Credo sia inevitabile non piacere a tutti, ma credo che il pubblico sia l’unica vera costante dei Maiden, con me o senza di me. Se ci pensi, quando me ne andai, il pubblico si schierò col gruppo, non con me”.

Anni difficili quelli, segnati dalla perdita completa di fiducia in sé stesso e alimentati da critiche sprezzanti da parte di critica e fan, che si sentirono traditi prima dall’abbandono e poi dal cambio di sonorità intrapreso da Bruce: “La verità è che spesso la gente crede che tu sia un suo possedimento, una proprietà. Quando lasciai la band passai uno dei momenti più angoscianti della mia esistenza. Non reggevo più quei ritmi, avevo la sensazione di non riuscire più a godermi nulla di quello che stavo facendo, perché non c’era più il tempo per elaborare nulla. Avevo già pubblicato un album che se l’era cavata piuttosto bene e pensai che per recuperare una parte fondamentale della mia vita avrei dovuto chiudere quel capitolo, ma le cose non andarono per niente bene”.

Eppure, dei primi prodotti di Bruce c’era molto buon materiale, sotterrato in primis dalla perdita di fiducia, piuttosto che da un’improvvisa scomparsa di talento. “Ero paralizzato e di conseguenza tutto mi riusciva infinitamente meno bene che un tempo. Pensai davvero di tutto in quel periodo e iniziai a convincermi di non essere più in grado di esprimermi a certi livelli. Un po’ come aveva fatto David Bowie qualche anno prima con il progetto Tin Machine, provai a mettere su una band in cui potermi nascondere. Non volevo più che tutto girasse intorno a Bruce Dickinson”.

Nacque così Balls To Picasso, un progetto che sembrava strizzare l’occhio alle sonorità provenienti da Seattle, ma che ad oggi andrebbe sicuramente rivalutato. Il fallimento completo del disco fu la chiave di volta che tutti aspettavano: recuperata la voglia di confrontarsi con il passato, Dickinson tornò a cimentarsi con ciò che sapeva fare meglio, con risultati strepitosi: “Roy Z fu la vera chiave di tutto. Insieme a lui recuperai il mio background, spingendomi ad esprimermi per quello che ero. La cosa mi liberò anche a livello di testi, dove finalmente mi dedicavo alle passioni letterarie di sempre”.

Arrivarono una serie di dischi con cui, incredibile a dirsi fino a un paio d’anni prima, superò addirittura i vecchi compagni di band, allo sbando dopo il secondo album con Blaze Bayley alla voce: “Blaze è un bravo ragazzo, ma credo non avesse capito in quale guaio si stesse cacciando. La band era una famiglia, ma faceva ormai parte di un meccanismo in grado di fagocitare tutto e tutti. Per resistere a quelle pressioni devi essere al massimo della forma psicofisica”.

Oggi, Bruce, vive uno splendido momento, dopo aver affrontato e vinto la più grande battaglia della sua vita, quella contro il tumore che, un paio d’anni fa, paralizzò i fan di tutto il mondo. Con Soloworks, la ristampa dei suoi lavori solisti appena pubblicata, e una splendida autobiografia nelle librerie, Dickinson può parlare di tutto senza paura di offendere nessuno e con la consapevolezza che la sua età si porta dietro: “La malattia mi ha inevitabilmente cambiato, anche se non ho mai avuto la sensazione di poter morire da un momento all’altro, nemmeno per un secondo. Con i Maiden non ho mai avuto tanta credibilità come dal ritorno di quasi vent’anni fa, stiamo bene e, nonostante non si possa essere d’accordo su tutto, abbiamo così tanti progetti da avere i prossimi cinque o sei anni impegnati. Il libro è completamente opera mia, nessun ghost writer o altro, solo io e la mia penna, alla vecchia maniera. Voglio trovare il tempo per concludere il mio nuovo album e non vedo l’ora di ripartire in tour con gli Iron Maiden. Sì, sono felice”.

Luca Garrò

Foto di Roberto Panucci

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