Onstage

Canova: «Rivoluzione? Cerchiamo di farla»

Lunedì 21 gennaio è uscito Goodbye Goodbye, il nuovo singolo dei Canova, che stanno preparando il terreno per l’uscita dell’album, prevista per marzo del 2019. Il brano segue gli altri due singoli apripista del progetto, Groupie e Domenicamara. Abbiamo parlato con Matteo Mobrici per capire meglio cosa ascolteremo tra un po’ e quanto è stato importante il lunghissimo tour che è seguito all’uscita dell’album Avete ragione tutti nel 2016.

Ciao Matteo, vorrei partire subito dall’album. Il progetto precedente aveva avuto un percorso per voi sorprendente. Con quale approccio avete quindi iniziato a lavorare al nuovo album? 
Prima dell’album precedente, arrivavamo da una lunga gavetta di 5 o 6 anni, durante i quali continuavamo a scrivere canzoni in italiano e con la stessa formula che usiamo adesso. Poi abbiamo buttato fuori questo disco indipendente con la Maciste Dischi ed è andata in modo sorprendente. L’album è stato accompagnato da un tour lunghissimo di oltre 120 date. Per noi che siamo una band è stato un ottimo lancio, perché abbiamo potuto suonare le canzoni nuove e anche perché l’attività live è la prerogativa di una band. Per il nuovo album è andata allo stesso modo, non siamo stati tanto a guardare quello che ci succedeva intorno, non avevamo aspettative. Siamo ritornati a casa dal tour e abbiamo ricominciato da dove avevamo lasciato due anni prima. Abbiamo chiuso tutto e io mi son messo a scrivere le canzoni. La grande differenza è che nel primo disco ci sono canzoni frutto di un anno e mezzo. Per il nuovo album c’è stato meno tempo, ma non è stata una cosa imposta. Son state le canzoni a venire fuori così subito dopo la fine del tour. Sai, in momenti del genere hai mille strade davanti. Potrebbe non uscire nulla oppure le canzoni potrebbero prendere una direzione completamente diversa dai tuoi brani precedenti. Non puoi mai saperlo, la struttura dei brani alla fine è un mistero. Penso però che abbiamo fatto un salto in avanti e nel disco si sentirà che siamo noi, ma due anni dopo. Direi che è tutto più studiato nel dettaglio e ora abbiamo più esperienza, utile a realizzare un disco diverso. Sarà il passaggio successivo. Non so bene come spiegartelo, non è semplice autodescriversi.

Ci sta! Parliamo allora di live. Com’è andato quel tour lungo e densissimo di cui parlavi poco fa e quanto ha influito nel lavoro di realizzazione del nuovo album?
Sì, confermo che lo scorso anno il tour è stato lunghissimo. La cosa bella è che è andato a crescere. Siamo partiti con concerti di trenta persone quando il disco era appena uscito e abbiamo finito con un Alcatraz pieno. In un anno abbiamo proprio visto per strada – e non stando sul divano – le cose che andavano sempre meglio. Per noi è stato come un cuscinetto per star bene di testa. Devo dire che è stato molto bello e sicuramente ci è servito per il secondo disco. Questo album è più suonato. Una band cerca sempre di apparire nel disco com’è dal vivo, ovviamente con i dovuti adeguamenti, perché non può venire fuori un disco live anni ’70. Noi suoniamo strumenti non digitali. In questo disco c’è un po’ di più la band, si sente che ci sono persone che suonano e per noi era un obiettivo difficile. Pensiamo di averci messo dentro tutto, il tour proprio per questo sarà molto vicino al disco. Siamo riusciti a mettere dentro la band, e non solo le canzoni.

Mi sembra di capire da ciò che racconti che lo scorso tour sia stato vissuto un po’ alla giornata…
Esattamente! Ci svegliavamo a Bergamo e dormivamo a Napoli con spostamenti assurdi. La gente queste cose non le sa. Però sognavamo da sempre un tour così, son quelle cose rock ‘n’ roll, che sono poi il motivo per cui stai in una band, no? Abbiamo messo una bandierina importante. Per il resto, abbiamo conosciuto da vicino un’Italia diversa, siamo andati in posti in cui non eravamo mai stati e fortunatamente abbiamo ricevuto sempre affetto. Abbiamo visto tutte le cose belle che ti puoi aspettare di trovare in un posto. Ogni concerto aveva poi un suo micromondo, in cui vivevamo situazioni particolari non solo sul palco ma anche nei momenti precedenti o dopo il concerto. Non abbiamo molti ricordi, la verità è questa (ride, ndr).

Non mi aspettavo nulla di diverso.
No, ma in realtà abbiamo scoperto che, anche in questo mondo fatto di social e internet, si può andare a bussare alla porta delle persone. E le persone ci hanno aperto. Questa è stata la conquista più bella. Noi non siamo grandi maghi del web, anche volutamente. Facciamo musica e non moda, quindi teniamo molto alla musica. A quella dal vivo, a quella su disco, su Spotify… Cerchiamo di prenderci quello che vorremmo prenderci, ma come dovrebbe farlo uno che fa musica.

Cosa vi aspettate dal nuovo tour? Per forza di cose non potrà essere particolare come il precedente…
Sarà diverso. Non so perché. Te lo posso dire tra un anno. Sicuramente tornare con un nuovo disco ci permette di fare una scaletta che contenga sia le canzoni del primo disco che le nuove. Si inizia a creare una “carriera di brani”, e lo dico tra virgolette. Questa cosa per una band è importante. Noi guardiamo molto avanti, non stiamo tanto a pensare a cosa facciamo oggi, ma a quello che potremmo essere con un bagaglio di brani tra qualche anno. La vediamo in prospettiva. Per questo non so come risponderti su come sarà il tour. Probabilmente lo capiremo quando sarà finito.

Inizierete proprio all’Alcatraz, intanto, l’ultima tappa del vostro ultimo tour. Mi sembra un trait d’union importante.
Mentalmente è tosta. Essendo di Milano, abbiamo sempre visto l’Alcatraz come il tempio della musica, anche quella che arrivava dall’estero. Abbiamo visto tanti concerti da fan. Non è scontatissimo andare a suonare in un posto così. Sentiamo sicuramente che non è una cazzata. Abbiamo salutato l’Alcatraz un anno fa con l’ultima data del tour e fu una grandissima festa, un gran bel concerto. Iniziare da lì può solo portare bene, spero. C’è anche un retrogusto sentimentale, se vuoi. Perché partiamo dal posto in cui stiamo meglio.

Vorrei chiederti dei brani usciti fino ad ora. C’è una riflessione dietro? Anche Groupie, volendo, è un ponte con il passato.
Groupie è un brano che facevamo a gennaio dell’anno scorso, piano e voce, ai concerti. Lo abbiamo scelto come primo singolo solo per creare un ponte, anche se poi su disco è stata arrangiata in modo diverso rispetto a come è stata proposta. Uno studio strategico dietro queste uscite non c’è. L’unica volontà che abbiamo è quella di far durare un disco e farlo ascoltare. Sai, oggi è tutto velocissimo. Secondo noi bisogna dosare un po’. Arriveremo al disco lentamente, creando anche una narrazione che per noi è importante. Altrimenti rischi di buttare una decina di canzoni su internet. Così, invece, allunghiamo un po’ di più la vita del disco, lo raccontiamo piano piano. Tante cose le capirete quando uscirà il disco completo. Non abbiamo molto ragionato su questo, ma abbiamo tirato fuori effettivamente qualcosina a briciole, solo per far gustare di più tutto l’insieme.

Di Goodbye Goodbye che mi dici?
È una ballatona. Non è una ballad sentimentale, però. Quando è finito il tour l’anno scorso, siamo andati tutti e quattro in viaggio a Londra. Per noi Londra è un amore importante, come se fosse la prima ragazza. Però non è più la Londra dei Cure o quella degli Oasis. Non è quella dei Beatles e dei Rolling Stone. Ci siamo trovati in una città totalmente diversa da quelle che erano le nostre aspettative. Siamo tornati a casa e ho scritto la sera stessa. Il brano parla di una delusione d’amore nei confronti di un luogo. Non di una persona.

Vorrei farti un’ultima domanda. Come vivete la dimensione da band in un’epoca in cui le band hanno una vita difficile?
Concordo, le band sono veramente poche. Probabilmente è un discorso culturale, dieci anni fa hanno mollato tutti. Quando eravamo piccoli – ricordo quando andavo a scuola – c’erano solo band. Evidentemente hanno mollato ed effettivamente è dura. Noi siamo sopravvissuti a una decina d’anni di lotta, iniziare è complesso. Non so com’è possibile. Anche nel mondo non ci sono molte band. Forse la società è troppo individualista. Fortunatamente non faccio il discografico.

E quanto vi sentite indie?
Etichette a parte, questo è un momento storico per il pop. C’è stato un ribaltamento importante, vedi i nomi di Sanremo. È cambiato tutto e noi siamo all’interno di questa piccola rivoluzione. Anzi, cerchiamo di farla la rivoluzione. Cerchiamo di essere un’alternativa vera a quello che c’è stato negli ultimi 15 anni in Italia. Non riusciamo molto a vederci nello stesso calderone in cui finiscono tanti generi, perché nell’indie ci sono tante cose diverse anche nella musica, nei temi, nell’approccio, nell’attitudine. Sicuramente, visti dall’esterno, facciamo parte di questo cambiamento. Ma porta solo cose buone, perché vuol dire che qualcosa si muove.

Già il fatto che suoniate uno strumento direi che è una rivoluzione importante.
Noi su queste cose siamo con te. Il mercato è un macello, è una giungla. Noi facciamo le nostre cose senza vedere dove tira il vento.

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