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Carl Brave Franco 126 Roma 2018 foto concerto 12 luglio

Carl Brave e Notti Brave (After): «Più musica, più tranquillità, più mattina»

Anticipato dal singolo Posso (in featuring con Max Gazzè), esce il 30 novembre Notti Brave (After), nuovo progetto di Carl Brave che – come si evince dal titolo – segue concettualmente Notti Brave, certificato disco di platino. Sette tracce in cui il produttore si è spinto ancora oltre nella sperimentazione, ispirandosi a livello visivo all’alba che segue una notte insonne. Oltre a Gazzè, spiccano nella tracklist i featuring con Gué Pequeno, Luchè e Ugo Borghetti.

Partiamo subito dal concept di questo album, perché ci troviamo chiaramente di fronte a un sequel. Come e quando hai iniziato a lavorarci?
Rispetto a Notti Brave penso sia un po’ più evoluto. È un sequel perché ne mantiene lo stile. Ho iniziato a scriverlo il giorno dopo che uscì Notti Brave. Ho lavorato proprio quel giorno alla base di Posso, il brano con Max, prendendo spunto da Chapeau, traccia del disco precedente con Frah Quintale. Probabilmente l’unica dell’album un po’ allegrotta e spensierata. Volevo replicarla con un pezzo ugualmente spensierato, ma che avesse anche una portata più grande e radiofonica.

Hai pensato subito a Max?
Fatta la base ho pensato subito a Gazzè. Avevo questo ritornello, questo Posso posso posso, ti fidi di me e fai male, pieno di un’ironia un po’ gazzeiana. Mi viene in mente la sua Annina, quell’Annina mia, lo faccio per te, ti amo e poi Stai zitta. Il brano si ispirava un po’ al suo modo scherzoso di prendere la musica. L’ho chiamato. Lui è stato carino e gentile, è venuto da me in soffitta, perché io ho questa soffitta acchittata a studiolo, un po’ magica. Abbiamo parlato del pezzo, lo abbiamo strutturato. Lui ha anche suonato il basso su uno special. Devo dire che è un mostro, un grande musicista. E Posso è stato il primo passo di questo Notti Brave (After). Da lì ho poi continuato a lavorare. In fondo, ne ho bisogno. Ho necessità di fare questa cosa, non lo vedo neanche come un lavoro.

La musica è quindi necessaria?
Sì, farei comunque musica nel mio tempo libero, se facessi un altro lavoro. Come succedeva un tempo, del resto. Suonerei lo stesso.

Posso è stato quindi il primo brano. Nell’album ci sono però altri featuring. Ugo Borghetti, Luchè, Gué Pequeno. Hai pescato il top del rap.
Sì, da Posso sono partiti gli altri pezzi e l’idea di questo disco. Sui featuring hai ragione. Sono contentissimo. Sono un grande fan sia di Gué che di Luchè, ma già dai tempi dei Club Dogo e dei Co’ Sang. Ho seguito tutto il loro percorso. Gué, praticamente, fece uno di quei giochini su Instagram, quello in cui chiedi a chi ti segue di farti delle domande. Io gli chiesi Faresti un featuring con Carl Brave? e lui scrisse un bel grosso e pesante. Subito gli ho scritto È fatta, l’hai detto. Oggi ti faccio la base e te la mando. Quella notte stessa feci la base di Spunte Blu, gliela mandai, lui ci scrisse sopra e poi mi mandò il pezzo. Venne anche a Roma per fare una puntata di Nemo, approfittandone per venire a trovarmi e fare il ritornello insieme. Anche lui quindi ha toccato quello studio con mano.

Invece com’è andata con Luchè?
Lo stimo molto. Mi rivedo un po’ anche nel suo percorso. Lui ha iniziato da solista, poi è esploso con Ntò e i Co’Sang. E poi, ancora, ha intrapreso una strada tutta sua, avendo anche il coraggio di cambiare genere rispetto a quello con cui era uscito. Direi che è il top del rap e non solo, perché anche lui si è messo a cantare, quindi rappa e canta, è uno molto forte. All’inizio gli avevo mandato una base molto più dolce e carina.

E lui ti ha insultato scommetto…
(Ride, ndr) Esatto! Non gli piaceva. Gliene ho mandata un’altra ed è venuta fuori questa Ridere di Noi, una canzone bella cruda, molto napolish.

Torniamo al concept dell’album. Mi interessa molto questo tema dell’alba. Come lo hai tradotto in termini di testi e produzione?
Sicuramente sono partito da sound diversi. E ottenere sound diversi è molto semplice: devi usare strumenti diversi. In questo disco, ad esempio, trovi l’organo. Non lo avevo mai usato in vita mia. Strutturalmente parlando, invece, ci sono molti più assoli musicali, c’è più musica. È più mattina, tutto è più tranquillo, più musicale. C’è meno casino di parole, c’è qualche solo di sax e di trombe. Ciò che unisce i due album è proprio il concept, perché Notti Brave (After) è il momento di passaggio tra la notte e la mattina. La gente che va a lavorare, gli autobus che iniziano a passare e io che, in questo caso, faccio after lavorando. In passato l’avrei fatto in altri modi (ride, ndr).

In termini visivi è un’immagine che in effetti affiora…
È un album po’ più happy, no?

Si tratta, quindi, di un’evoluzione naturale, sia artisticamente che umanamente…
Assolutamente. Ogni disco che faccio e che voglio fare deve avere qualcosa in più rispetto al precedente. Il mio obiettivo è migliorarmi sempre, nella musica come in tutte le cose della vita. Voglio fare uno step in più. Tra l’altro, ora sto preparando anche altri pezzi per il nuovo disco…

Sempre nella tua amata soffitta?
Sì, ci vivo in questa soffitta. È proprio casa mia. Vivere nel posto in cui lavori fa tanto. Lavoro, poi mi riposo. Mi ripetono sempre che molti artisti sostengono che bisogna separare lo studio da casa. Per me è il contrario. Lo studio devo avercelo in casa, altrimenti ho difficoltà a lavorare. Quando lavoro voglio spegnere il cervello e voglio proprio non avere più contatti, manco con la gente fuori. Mi dà fastidio pensare che devo uscire. Voglio essere zen, stare tranquillo.

Cosa ti ispira di più quando scrivi?
Qualsiasi cosa. Da questa chiacchierata con te a un treno preso. Dipende. Parlo, alla fine, della quotidianità, dal bar al viaggio. Merci, il secondo pezzo del disco, parla ad esempio di un viaggio a Parigi che ho fatto un mese fa. L’ho scritto, cotto e mangiato.

Scrivi sempre?
Sempre.

Come vivi la dimensione live?
Finora ho vissuto dei live più caciaroni, con un sacco di gente. Sono arrivato all’apice con il Rock in Roma, davanti a 15mila persone. Nella mia Roma. C’era tanto boato, tanta carne al fuoco. I miei live comprendono tanti musicisti, siamo in nove. C’è la sezione fiati, ma più ne ho più ne metto. Ora sto cercando di intraprendere un altro tipo di percorso, più tranquillo e più acustico. Mi è capitato di fare dei pezzi in versione acustica, mi hanno dato una visione più tranquilla rispetto al palco gigante, con me che finisco ubriaco lercio in mezzo alla caciara. Ora vorrei un po’ di tranquillità, per cui rivedrò i pezzi in chiave acustica e sarò più lucido (ride, ndr).

Hai intenzione di avere anche meno musicisti?
No, saranno sempre gli stessi. Per me è fondamentale. Cambierei piuttosto la formula introducendo altri strumenti. Ad esempio, al posto del sax potrei mettere il clarinetto. Devo ancora capire bene.

Quanto è importante il live, invece, in termini di confronto con il pubblico?
Il live è fondamentale, perché in quel momento stai dando una parte di te. Quando sono in studio non voglio uscire né vedere la gente. Sono molto più introspettivo e pensante. Nel live invece viene fuori la parte di me più esuberante. Sono più cane e meno gatto. Il pubblico poi l’accuso molto. Mi è capitato di fare live con gente più spenta, magari in posti non proprio caciaroni. Non faccio nomi, dai! Dico solo che la gente, in certi posti, è più tranquilla. Ho scoperto di soffrirne. Ho bisogno di sentire la gente che canta tutto. Ora quella sensazione forte che hai quando la gente canta è diventata una necessità.

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