Onstage
Cesare Cremonini palco

Sul palco c’è una versione di Cesare Cremonini realizzata al 100 per cento

E sei riuscito a far cambiare idea alle persone della tua generazione, che quando avevi successo con i Lùnapop ti vedevano come una meteora mossa dalla discografia  per fare soldi facili.
Capisco benissimo questo processo: mi rendo conto che il mio pubblico odierno è il migliore che possa avere, proprio perché parla il mio stesso linguaggio. È un pubblico che, nonostante oggi si possa definire molto largo a livello numerico, intellettualmente mi assomiglia molto. Questo perché chi mi è rimasto a fianco e oggi riempie i palazzetti, è riuscito ad uscire dal periodo adolescenziale in contemporanea con me, sia a livello umano che artistico. Idealmente, quel momento per me è iniziato nel momento in cui ho tagliato i capelli rossi: da lì ho iniziato a farmi vedere per quello che ero, senza escamotage o trucchi. Chi mi ha seguito ha dunque deciso di continuare a giocare con me a “pubblico e artista”, un gioco dove se non c’è complicità, tutto finisce in pochissimo tempo. Avverto da parte loro un rispetto molto intellettuale, non da fan cui va bene tutto, ma di chi ha capito cosa stavo facendo e, con grande onestà, ha iniziato a seguirmi per questo. Credo che un pezzo come Le 6 e 26 sia esemplificativo in questo senso: si percepisce insomma che non è la classica pacchianata per vendere dischi. Sono contento che una parte dei ragazzi che mi somiglia molto a livello di lettura del mondo, della vita e di se stessi mi permetta di far parte della propria libreria musicale.

Hai parlato di gioco tra te e il pubblico, quindi passiamo ad un altro tema: chi è Cesare Cremonini sul palco? Quello che parla con me ora o è la stessa persona che gira con semplicità per i portici di Bologna?
Animale da palcoscenico probabilmente ci nasci, non esiste l’ora di palco a scuola, mentre con gli anni puoi affinare le tue doti di autore. Non ci sono sforzi ed esercizi, nel momento in cui mi metti su un palco più gente c’è e più io renderò bene, più sarò capace di dare al pubblico quello per cui ha pagato il biglietto. Penso sia un piccolo dono, unito ad una buona dose di coraggio, egocentrismo e generosità. Chi sale sul palco è una sorta di versione di me libera nell’anima, proprio perché realizzata al cento per cento. È l’utopia al potere in un certo senso, perché è impensabile che tutta la vita possa essere come quegli istanti. È una versione di me totalmente a proprio agio, nella quale posso vestire i panni dell’intrattenitore, un po’ come entrare direttamente nelle biografie che leggevo da piccolo e stare esattamente dove ho sempre voluto. Ovviamente, in collaborazione col pubblico: senza quegli occhi, nulla avrebbe senso e nel boato che sento quando si spengono le luci e io sto salendo sul palco stanno le emozioni più grandi mai provate nella mia vita. Sono una persona che ha due caratteristiche principali: una è la semplicità, datami da una città come Bologna, da sempre luogo che favorisce l’intimità, il rapporto diretto con la gente e un’umanità infinta. La seconda è che, sceso dal palco, sono un grande stakanovista da studio: uno dei motivi per cui credo di fare bene è la passione che giorno e notte mi porta a lavorare in modo maniacale. Poi per carità resto un grande festaiolo.

L’intervista continua dopo l’illustrazione

Cesare Cremonini palco 2

Quindi il classico discorso sulla maschera dell’artista o dell’identificazione proiettiva tra l’uomo Cremonini e la sua parte artistica non esiste in te? Insomma, nessun deliro alla Ziggy Stardust o alienazioni alla Roger Waters?
Premetto che ho stilato una sorta di patto di sangue, o col Diavolo se preferisci, col palcoscenico: potrei rinunciare a tutto, e a tante cose ho rinunciato, ma mai a quello. E non lo dico con un’accezione hollywoodiana del tipo “ora che sono qui non mi farò spostare da nessuno”, ma proprio per una questione di sopravvivenza: semplicemente non potrei fare altro nella vita. Ho sempre creduto nella felicità in senso filosofico e per me il rispetto di essa e la sua difesa sono un valore, uno dei massimi in cui credo. Non mi sono mai sentito in dovere di compiacere il pubblico, anzi credo la gente vada educata a sapere chi sei: per questo ho sempre rifiutato una carriera dove accontentare il fan che viene al raduno o quello che mette in piedi il tuo fan club. Sono contro quel tipo di atteggiamento per cui se suoni pop, devi suonarlo poi tutta la vita altrimenti il pubblico si incazza. Ho sempre ostentato questa cosa, perché volevo passasse molto chiaramente: ogni gioco ha delle regole e queste sono le mie. Le mie canzoni, affinché siano vere, devono essere scritte per me e solo per me. La cosa più brutta che possa succederti è che piaccia alla gente qualcosa che non piace a te: è lì che perdi la testa e ti scindi. Chi viene a vedermi lo sa bene e quindi la devozione è reciproca.

Questo fu uno dei problemi che uccise Cobain, che nella lettera d’addio si rammaricò di non riuscire ad avere dal pubblico la spinta vitale che, in qualche modo, aveva sempre invidiato a Freddie Mercury.
Quando cominci a suonare e a scrivere canzoni da bambino e inizi a sognare di fare il cantante, la prima fase riguarda il fantasticare sul tuo futuro da rockstar. Poco dopo, però, subentra qualcosa per cui ti imponi di cercare di trovare delle cose così emozionanti per te da volere dimostrare a tutti i costi che il tuo cuore è simile a quello di altri milioni di persone. È quello il momento in cui il tuo orecchio diventa il punto di riferimento. Lavorare con le orecchie della gente ha rovinato la discografia degli ultimi vent’anni e, di riflesso, anche la vita di artisti ipersensibili che, nel momento in cui si sono sentiti altro da sé, sono crollati. Il ragionamento per cui, se una cosa funziona allora bisogna produrre artisti simili per sempre, ha distrutto del tutto la discografia. Quando, a fine anni Novanta, proponevo i tre singoli di maggior successo dei Lùnapop, tutti li rifiutavano perché non riuscivano ad inquadrarli: non eravamo hip hop come gli Articolo 31 né britpop come gli Oasis. Se mi sentissi manipolato o pensassi di fare qualcosa contro la mia volontà, mi passerebbe immediatamente la passione, probabilmente come successo a Cobain. Fortunatamente io sono cresciuto con uno che ballava sul palco con le tutine attillate e le paillettes: forse Freddie Mercury a me la vita l’ha salvata.

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