Onstage

Clementino presenta Tarantelle: «Il rap è verità».

Tarantelle, si intitola così il nuovo disco di Clementino, uscito oggi, a poco più di due anni da Vulcano e anticipato dai singoli Gandhi, Un palmo dal cielo, Hola! Ft. Nayt e Chi vuole essere milionario ft. Fabri Fibra.

Quattordici canzoni per ricominciare, per tornare là dove tutto è iniziato e ritrovarsi dopo vent’anni di rap, ma soprattutto dopo un percorso estremamente difficile e doloroso, come quello dell’uscita dalla dipendenza da cocaina. Le Tarantelle che intitolano questo nuovo lavoro della Iena White, il più maturo della sua carriera, non si riferiscono solo alla varietà stilistica delle canzoni che lo compongono, ma anche a tutte le sofferenze, alla malinconia, al disagio e al dolore attraversati negli ultimi anni ed entrate nelle rime catartiche di queste canzoni.

«Credo che la musica per un artista aiuti sempre, ma nel mio caso posso dire che mi ha salvato la vita e che Tarantelle mi ha aiutato tantissimo. Oltre alla famiglia, agli amici e alle cose più importanti, la musica è stata determinante, perché mi ha spinto a fare altro, a pensare ad altro e a non cadere nel baratro», ha raccontato il rapper di Nola oggi in conferenza stampa a Milano. «Certo, ho passato due anni d’inferno, in comunità per due volte, dallo psicologo e chi più ne ha più ne metta, ma non ne voglio parlare, ne ho già parlato abbastanza. Posso solo dire che ora sto bene, sono felice e mi voglio godere la vita da cantante… famoso, perché, sai, molte volte ti chiedi se il pezzo va bene, sei assuefatto da quel genere di pensieri, invece basta essere lineari e mantenere il proprio equilibrio. Insomma, sono Gandhi fuori e vafammocc’ dentro».

Concepito tra Napoli, Nola, Cimitile, Faibano di Camposano, Milano, Amsterdam, Lisbona, Benevento, Alberobello, Vietri sul Mare e il Cilento, Tarantelle è il frutto di un accurato lavoro durato due anni e testimone di una ritrovata lucidità. «Con uno stop di due anni ho scritto tantissimo, rifinito per bene tutte le canzoni, cioè ho avuto molto più tempo per lavorare, mentre prima mi sono ritrovato a fare un album dietro l’altro, non avevo tempo di studiare bene la traccia, quello che scrivevo usciva. Perciò questo è un disco più maturo, dove sono riuscito a correggere rima per rima, parola per parola. Abbiamo scritto ovunque, un modo molto particolare di scrivere, però ho lavorato tanto, ascoltando i consigli dei colleghi, ma anche di chi di rap non capisce niente, perché anche quello è importante».

Soprattutto, però, Clementino ha ascoltato una voce interiore, quella di quel ragazzino di sedici anni che vediamo ritratto in copertina mentre sgranocchia popcorn con sguardo sognante. «Sognavo di diventare una rap star allora, ma ora che di anni ne ho trentasette, vediamo come sto? Sto bene, ho realizzato il mio sogno e allora perché rovinarmi ancora a fare le nottate e una vita brutta? Seguiamo quello che voleva Clementino a sedici anni. Dopo tante tarantelle, mi guardo allo specchio e dico: Ci sono riuscito, ma adesso bisogna mantenerla quella cosa. Per questo c’è il riferimento a me in piena adolescenza, quando io e il mio amico Marco scrivevamo le città con la data del nostro tour immaginario e facevamo finta di essere famosi. La cosa bella è che io le cose le ho fatte un po’ alla volta, sono diventato famoso un po’ alla volta, ho fatto la gavetta. Al mio primo instore per Iene disumane a Firenze c’erano tre persone, e io continuavo, giorno dopo giorno, ascoltavo Pino Daniele, guardavo i film di Vincenzo Salemme e poi, finalmente, mi sono ritrovato sul palco con questa gente ed è un’emozione incredibile».

E se Pino Daniele lo conserva tatuato nel dna musicale del suo Black Pulcinella, …E Fuori Nevica di Vincenzo Salemme, Clemente, lo ha portato anche in comunità, un po’ perché là, a Cosenza, non c’era niente da fare, un po’ perché ci ha trovato il modo per continuare a essere attento ai ragazzi, come ha sempre fatto andando negli ospedali o in Etiopia, dove è stato di recente per girare lo spot per il progetto di cooperazione realizzato con l’Agenzia Italiana per la Cooperazione e Sviluppo. Lo ha fatto con la Tritolo Battle, gara di freestyle che quest’anno si terrà a Napoli, con le posse tracks Messaggeri del Vesuvio e lo fa, per assurdo, anche quando nelle sue canzoni critica il mondo della trap o del rap di ultima generazione.

«Credo che ci siano i rapper bravi e i rapper scarsi, i trapper bravi e quelli scarsi, come in ogni cosa. Quella di cui parlo male è la generazione che ci sta portando solo a una questione di apparenza, perché credo che nel 2019 sia arrivato il momento di far parlare la musica, non i vestiti e gli orologi – osserva –. E poi tutti che inneggiano alla droga. Non parlo dell’erba, perché io sono a favore della sua legalizzazione, ma questi ragazzi che inneggiano alla droga come se fosse una grande cosa bella… Uagliò, io ve lo vorrei fare vedere cosa ho passato in comunità per via della cocaina, ma che c***o dite! Allora se non vado io che ho trentasette anni a tirare loro le orecchie, chi ci deve andare?! Cioè tu sei fiero del fatto che ti stai facendo di coca, ma che cosa stai dicendo? È una cosa pericolosa, io ci stavo morendo e non c’è un c***o da ridere!».

Chiarezza adamantina, direi, che se poi fosse stato contro le nuove generazioni di rapper non avrebbe certo chiamato il giovane talento romano Nayt nel suo disco: «Lui mi fa venire in mente un po’ Eminem, perché ha quello stile lì ed è uno che non ha peli sulla lingua». Hola!, il pezzo in cui duettano è una vera bomba, un pezzo di bravura tecnica assoluta, un real banger, come si dice in gergo, così come lo è Alleluia ft. Gemitaiz e Chi vuole essere milionario? ft. Fabri Fibra. «La gente vuole questo, quello, quell’altro – spiega Clemente a proposito della canzone –, ma alla fine, quando c’hai tutto, non è che rischi di rovinarti? Io ho visto tanti ragazzi arrivare ad accumulare tanti soldi e poi giocarseli ai video poker, giusto per fare un esempio. Quindi come dice Fabri Fibra: “Un milione per stare meglio o magari peggio”, perché se non ti sai gestire, fai un brutto finale».

Ultimo, ma non certo per importanza, tra i featuring presenti nel disco, quello con Caparezza in Babylon, un pezzo che sprizza Sud da tutti i pori, anche grazie al contributo dei ragazzi de La notte della Taranta di Melpignano. Un sapore che già è contenuto in nuce nel Black Pulcinella di Clementino, quella commistione di influenze hip hop afro americane e di più o meno recente tradizione partenopea, che in Tarantelle emerge grazie alla presenza di un forte afflato cantautorale in brani come Mare di notte, con quel riff di chitarra che ricorda da vicino Pino Daniele, Tarantelle (che ne sarà di me) o Versi di te.

«Nel mio piccolo cerco di fare quello che mi riesce meglio, cioè la musica rap, e di farla con tutte le sfaccettature possibili, dal pezzo d’amore a quello divertente, a quello di denuncia sociale – spiega Clemente –. Per me venire accostato in qualche modo a Pino Daniele, James Senese e Tony Esposito è un onore, perché io mi considero l’unico esponente napoletano del Black Pulcinella e, ti dirò, voglio mantenermi su questa linea qua: il clementismo, qualcosa che faccio soltanto io. Pino mi diceva spesso: “Però sto pezzo tiene le pennellate mie eh!” e una volta al Palapartenope dentro il suo camerino siamo entrati, Maestro noi siamo pronti e lui stava suonando O’ Vient, questo mi fece capire che io dovevo fare quella roba lì».

La sentiremo, insieme al real rap e ai super banger di Tarantelle nel tour che, dopo qualche festival estivo e le tappe europee di giugno e luglio ad Amsterdam, Parigi, Londra, Dublino, Lisbona, Madrid, Barcellona e Valencia, porterà Clementino in tournèe in tutta Italia a partire da quest’inverno. «Avrò al mio fianco DJ Johnson,che mi darà una mano in Europa, dove sarà una prova generale, perché poi in Italia tireremo fuori la band – conclude Clementino –. Voglio suonare con chitarra, basso, batteria, una bella scenografia alle mie spalle e creare anche un po’ di intrattenimento. Mi ricordo che una volta facevo Clementino contro Iena White, una roba molto particolare, dove in freestyle mi sfidavo da solo facendo i due personaggi. Mi piacerebbe riprendere questa cosa, perché mi ricordo che funzionava tanto e poi il maestro di cerimonia è un po’ questa cosa qui, quello che tira fuori la canzone introspettiva, d’amore, ma anche la canzone divertente. Voglio mettere tutto questo insieme per un bel concerto».

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