Onstage

Colapesce omaggia De André: «Ho esorcizzato la mia paura di cantarlo»

«De André per me lo può fare solo De André» scrive Colapesce nella nota stampa di presentazione della cover di Canzone dell’Amore Perduto, uscita l’11 gennaio, in occasione dei 20 anni trascorsi dalla morte del cantautore.

Un ironico controsenso, che Lorenzo subito chiarisce. «Odio chi fa le cose di De André. E da oggi odio anche me stesso» scrive, precisando di aver iniziato a suonare Canzone dell’Amore Perduto durante i live prima della scorsa estate. La proposta di inciderla è arrivata poi dalla Sony e il cantautore siciliano è contravvenuto a uno dei suoi imprescindibili diktat, pur essendo «felice di averlo fatto e di averlo fatto ora».

Ne parliamo proprio a Genova, persi tra i vicoli del centro storico, battuti spesso da Fabrizio De André, ma ancora di più omaggiati dall’artista, che con parole dure e semplici è stato capace di creare un ritratto inedito e immortale della sua città.

Al Teatro Carlo Felice il cantautore tenne il suo ultimo concerto. Era l’epoca di Anime Salve, il tredicesimo e ultimo album di De André (uscito il 19 settembre 1996 per BMG), il viaggio probabilmente più duro e sincero nel mondo dei cosiddetti «dimenticati» e un lavoro a quattro mani con il concittadino Ivano Fossati. «Un discorso sulla libertà», così lo stesso De André definì quello che tuttora viene considerato il suo testamento artistico, pur non essendolo nelle intenzioni del cantautore, che tuttavia scomparve trasformando Anime Salve in una parentesi di chiusura.

È tra le minuscole strade della vecchia Genova – più che al Teatro Carlo Felice che ne ospitò la musica – che batte tuttavia il cuore nascosto dell’arte di De André. Incontriamo Colapesce proprio all’ombra dei palazzi della città vecchia, mentre ammira un grande murale di Faber, ancora in fase di realizzazione.

Il disegno appare in bianco e nero e all’improvviso proprio tra le stradine che tanto hanno ispirato il cantautore e che, decadi fa, pullulavano di prostitute e immigrati. In Via del Campo, sorge persino un piccolo museo dedicato all’artista e su una targa si leggono versi intramontabili, Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior. Il legame tra Faber e l’essenza più pura di Genova, pur con i suoi contrasti, è indissolubile. Ed è proprio nel cuore di questa città che Colapesce ci racconta il suo lungo e travagliato rapporto con De André.

«Se penso a classici come La guerra di Piero o La Canzone di Marinella credo che sia difficile dar loro una vita migliore rispetto all’originale. – racconta Colapesce – Fabrizio aveva un timbro unico. Penso che si parli poco di quanto sia stato un cantante bravissimo e preciso. Un talento che va di pari passo con la sua ricerca personale. Per questo è difficile cantare Fabrizio De André».

La Canzone dell’Amore Perduto uscì nel marzo del 1966 e, secondo Colapesce, appartiene a un periodo artistico di Faber più replicabile.

«Decidere l’arrangiamento, però, non è stato semplicissimo. – precisa il cantautore siciliano – Avevo registrato due versioni. La Canzone dell’Amore Perduto è un brano terzinato degli anni ’60, a sentirlo ora mi suonava subito vecchio. L’idea era di fare un arrangiamento moderno togliendo il terzinato di fondo. Per questo motivo ho scelto il piano che segue altre strade e dà l’impressione di una certa tridimensionalità».

Un brano come Il sogno di Maria, dall’album La buona novella, era per Colapesce – ad esempio – impossibile da replicare.

«Per me è stato un banco di prova, ho affrontato per la prima volta il mostro che mi porto dietro da sempre. – ci spiega ancora il cantautore – Ho esorcizzato questa mia paura di cantare De André e, anche a livello produttivo, questo lavoro mi è servito per capire delle cose del mio percorso».

La riflessione di Colapesce si sposta poi, più in generale, sulla realtà del cantautorato italiano.

«Il periodo storico è cambiato. Cantautori come De André e Guccini sono legati esattamente a un momento storico ed è giusto così. – commenta – Non bisogna cercare il nuovo De André o il nuovo De Gregori. Secondo me, e parlo da ascoltatore e non da musicista, l’errore è stato fatto in Italia. Periodicamente arriva sempre l’ondata del nuovo cantautorato, che in parte scimmiotta un modello che fa riferimento ai 30enni. Il cantautore oggi deve raccontare la sua epoca. Paradossalmente forse reputo più cantautori Sfera Ebbasta e la generazione dei trapper. Non li ascolto e sono lontani anni luce dal mio immaginario, ma in qualche modo ci stanno raccontando la realtà della loro generazione più di ogni altro. Ciò non toglie che in Italia ci siano bravissimi scrittori di canzoni, il problema è legato forse in questo momento alla produzione artistica».

Grazia Cicciotti

Foto di Elena Fortunati

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