Onstage

Daniele Silvestri: «Più c’è malattia, più ci sono gli anticorpi giusti»

Si intitola La terra sotto i piedi il nuovo disco di Daniele Silvestri, che, dopo avere scagliato l’ennesima granata metaforica dal palco di Sanremo con Argentovivo insieme a Rancore e Manuel Agnelli (Premio della Critica Mia Martini, Premio della Sala Stampa Radio-Tv-Web Lucio Dalla e Premio per il Miglior Testo Sergio Bardotti), è tornato con un album di inediti quasi speculare rispetto al precedente Acrobati, uscito nel febbraio del 2016.

«Quando ho finito Acrobati ero sicuro che sarei uscito nell’arco di un anno con un nuovo disco, perché avevo un sacco di roba da parte – racconta Silvestri -. Poi la vita mi ha preso a schiaffi due o tre volte, mi ha obbligato a fare altro e forse posso dire che è stato un bene. In poco tempo tutte le cose che avevo da parte e che consideravo importanti, pezzi che si definirebbero singoli potenziali, mi sono invecchiate nelle mani, non corrispondevano più a quello che sentivo, quindi, mi sono preso del tempo per capire, intanto, cosa stava succedendo intorno».

Anticipato da una serie di uscite sovversive rispetto alle consuete dinamiche discografiche, con i tre 45 giri tematici – Vol.1: Dance Pack, Vol.2: Rap Pack e Vol.3: Love Pack – che ne hanno anticipato in buona parte i contenuti, questo nono lavoro del cantautore romano segna il ritorno ai temi sociali e politici, che ne hanno caratterizzato la carriera sin dagli esordi e, per la prima volta, lo porterà live nei palazzetti d’Italia con un tour al via il 19 ottobre con la data zero di Foligno.

«Per questioni anagrafiche mi sembrava arrivato il momento di cambiare un po’ la prospettiva, di cercare di guardare le cose un po’ dall’alto, da lontano, quindi diventare più poetici che politici in qualche modo. Con Acrobati l’ho rivendicato e credo che sia stato anche giusto. Con questo disco, però, confesso che mi è tornata la voglia di guardare le cose da vicino per tanti motivi, ma soprattutto perché il mondo cambia a una grandissima velocità e non riesco a non sentire delle cose da dire».

Dalle funamboliche altezze del progetto che le ha anticipate, Silvestri è tornato a mettere i piedi per terra con queste quattordici canzoni maturate sull’isola di Favignana, in Sicilia, un luogo a cui è molto affezionato e che ha rappresentato il terreno ideale per la genesi di questo disco. «All’epoca ancora non sapevo si sarebbe chiamato La terra sotto i piedi, ma sentivo che questo disco aveva bisogno di un suolo particolare sotto i piedi e quello di Favignana mi ha sempre affascinato. Quando arrivi da lontano la vedi come una specie di farfalla, di cui un’ala, quella dove noi ci siamo stabiliti, è tutta piatta e bianca, fatta di tufo o calcarenite, per essere più precisi. Però, basta salirci e cominciare ad attraversarla per scoprire, che nasconde tutto un mondo sotterraneo, risultato di una serie di piccole cave scavate dai tempi dei fenici e sotto lo strato di calcarenite c’è quella che i favignanesi chiamano Favignana, cioè la roccia sulla quale, in qualche modo, ti poggi, il che ha un qualcosa di magico per me. Non sono uno particolarmente esoterico, ma ci sono dei posti che ti comunicano un’energia diversa. Insomma, tutto questo mi ha fatto amare quel posto e mi ha fatto pensare che di quell’energia potessimo avere bisogno».

Da qui il titolo di un disco che, come nella migliore tradizione del cantautore romano, riesce a parlare di lui, noi esseri umani e della nostra natura, compiendo allo stesso tempo un’attenta analisi della situazione socio-politica attuale, alla ricerca di uno sguardo che invochi la libertà. «C’è una questione di pulsioni, che coesistono dentro di noi, cioè il desiderio di librarsi nell’aria, di spaziare, di approfittare di quelli che sembrano due mondi in contraddizione, anche tecnologicamente, per cui tutto è molto più vicino e raggiungibile o almeno sembra, ma è anche tutto molto più veloce, rapido, effimero e ogni cosa sembra valere, come il suo esatto contrario – spiega Silvestri -. Questo rende l’altra pulsione, altrettanto fondamentale e legittima, che è quella di avere qualcosa di concreto e di fermo, un po’ più frustrata. Forse perché siamo in un’epoca storica, in cui la solidità manca più facilmente di prima, per motivi semplici da intuire, ma che c’entrano con la società, che non è arrivata preparata a questo mondo nuovo. La mia non è una demonizzazione di questo, ma non c’erano le istruzioni per l’uso, le istruzioni etiche, non c’era un pensiero dietro, un’idea di uomo e di società, che forse bisogna infilarci dentro a queste cose per ritrovare banalmente la sensazione di sapere, più o meno, cosa è giusto e cos’è sbagliato. Il titolo non è un nostalgico anelito alle radici in quel senso, poi uno ci può vedere anche quello, ma è proprio il bisogno di sapersi giusti».

C’è l’analisi critica e ironica sui social in pezzi come Complimenti ignoranti e Tutti Matti, che diventa un po’ più preoccupata e «cattivella» in Tempi Modesti ft. Davide Shorty. C’è lo sguardo sul mondo degli adolescenti di oggi, quelli della trap assaltati con fare vagamente geriatrico in Blitz Gerontoiatrico o quelli compresi nel profondo di Argentovivo e Scusate se non piango. E ancora, le riflessioni sull’amore, umane, delicate e credibili delle ballate Prima che, La cosa Giusta, L’ultimo desiderio, Rame e Il principe di fango (solo un lieto fine), perché «come diceva qualcuno, è sempre l’amore il motore di tutto».

Benché attraversato da una discreta dose di amarezza, La terra sotto i piedi è un disco ottimista, esattamente come il suo autore. Ce lo raccontano il brano manifesto dell’identità ritrovata Concime, la digressione calcistica, una metafora in verità, de La vita splendida del Capitano e soprattutto il brano di apertura Qualcosa Cambia: «Non a caso apre il disco e rappresenta un sentimento che mi appartiene, perché sono tendenzialmente un ottimista, penso sempre che l’essere umano sia meglio di quello che sembra. In più, nel momento che stiamo vivendo, senza drammatizzare e pensare che sia la fine del mondo, certe cose stanno arrivando al punto di rottura, in cui non è possibile che non si provochi qualche cosa dal punto di vista sociale. Ci sono delle derive nel modo, in cui parte della politica cavalca sentimenti non proprio edificanti dell’animo umano, che sono preoccupanti, perché a chi ha un minimo di memoria storica ricordano momenti di questo Paese e di questo continente, che non sono proprio lontanissimi. Però metterci l’attenzione sopra è già parte della cura, più c’è malattia, più ci sono gli anticorpi giusti e concentrarsi su quelli forse aiuta il corpo a guarire».

L’antibiotico mirato arriva addolcito da un sound che all’attitudine cantautorale, mescola l’elettronica, il rap, la dance, in una soluzione come sempre personalissima, venata di una fascinazione per le atmosfere narrative, quasi cinematografica e ottenuta da un team di lavoro che rinnova il sodalizio sull’asse Roma-Milano con musicisti come Niccolò Fabi alla chitarra e James Senese al sax in Rame, e in più occasioni il violino di Rodrigo D’Erasmo, i fiati di Enrico Gabrielli e la batteria di Fabio Rondanini, più la sua Magical Mystery Band – «l’ho chiamata così senza nessun tipo di dignità e di umiltà, ma in realtà era il nome della nostra chat» – e l’ensemble degli Esecutori di Metallo su Carta.

«Ero partito con un’idea molto precisa per il suono di quest’album, poi non l’ho rispettata fino in fondo e menomale. Volevo fare un po’ il contrario di Acrobati, nonostante ci siano tappe simili e una band di base simile. Lì volevo rispettare totalmente la purezza creativa di ogni singolo brano registrato e degli strumenti. Qui invece volevo che fosse tutto processato artificiosamente, addirittura già suonato senza rispettare il proprio strumento, per arrivare a un risultato artificiale diverso. È un po’ come se questo disco fosse stato costruito su delle fondamenta molto concrete, come quelle di Favignana, ma allo stesso tempo con molta elettronica, distorsione e modificazione a posteriori del suono e poi in una fase successiva  l’orchestra fosse venuta a completare il tutto rimettendoci la purezza. Un po’ come se io avessi prima scritto i dialoghi di un film, disegnato i personaggi e poi, soltanto alla fine, è arrivata tutta l’ambientazione e in quello c’è una ricchezza, grazie a Enrico Gabrielli e agli Esecutori di Metallo su Carta, che volevo che ci fosse».

Con questo materiale di partenza, Daniele Silvestri – che quest’anno festeggia i 25 anni di carriera commentando: «È già un successo che siano 25 e che ho ancora voglia e piacere a farlo, ma continuo a non darlo per scontato» – affronterà il suo primo tour nei palazzetti. «Adesso sono nella sfera dell’impossibile, spazio con la fantasia, ma ben presto dovremo fare i conti con la concretezza – confessa -. Diciamo che la vera ambizione che ho è quella di occupare lo spazio dei palazzetti, che è un contenitore vuoto ed è il suo bello in questo caso, in una maniera un po’ anomala. Vorrei che fosse proprio il modo di far vivere lo spettacolo, però, a essere sorprendente, coinvolgente e che costringesse a un altro tipo di fruizione del live».

Tour 2019:
Sabato 19 ottobre – Foligno – Pala Paternesi (data zero);
Venerdì 25 ottobre – Roma – Palazzo dello Sport;
Sabato 26 – Roma – Palazzo dello Sport;
Venerdì 8 novembre – Padova – Kioene Arena;
Sabato 9 novembre – Rimini – RDS Stadium;
Venerdì 15 novembre – Bari – Palaflorio:
Sabato 16 novembre – Napoli – Palapartenope;
Venerdì 22 novembre – Milano – Mediolanum Forum;
Sabato 23 novembre – Torino – Pala Alpitour.

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