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Danko Jones: «Il rock si è frammentato, dobbiamo provare a tenerlo vivo»

Da sempre la musica dei Danko Jones si traduce in una sana dose di rock ‘n’ roll e buonumore, pronta al consumo e dall’effetto immediato. A Rock Supreme, il nono album del trio canadese in uscita il 26 aprile 2019, non fa di certo eccezione, sfoderando una serie di inni (undici per la precisione, di cui abbiamo già avuto un assaggio con i singoli Dance Dance Dance e We Are Crazy) al rock e alla gioia di vivere, privi di fronzoli ma che arrivano dritti al cuore della questione, ovvero far stare bene chi ascolta.

Il frontman della band ci ha raccontato qualche chicca sul nuovo arrivato in casa Danko Jones, togliendosi un po’ di sassolini dalle scarpe e tornando indietro nella propria carriera, da sempre dedita all’esaltazione del rock inteso non solo come genere musicale, ma anche e soprattutto come stile di vita (Danko, oltre alla carriera da musicista, ha scritto un libro ed è noto per i suoi podcast a tema). “Alla base di A Rock Supreme non c’è nessuna ispirazione particolare se non quella di dover uscire con undici canzoni di puro rock ‘n’ roll da raccogliere in un nuovo disco. Davvero, non abbiamo mai avuto la pretesa di fare concept o progetti astrusi, ma solo di scrivere sempre album che fossero d’impatto. Non abbiamo mai avuto strategie o chissà quali disegni, se non la priorità di far suonare bene la nostra musica. Ci sono tante band che anche a costo di risultare poco credibili se ne vengono fuori con dei concept giusto per il gusto di sembrare più intelligenti di altri, ma lo trovo molto pretenzioso”.

Insomma, A Rock Supreme è una pura e semplice lettera d’amore al rock ‘n’ roll in tutte le sue forme. Un lavoro che deriva da un processo del tutto naturale, nato da una sintonia ormai consolidata all’interno della band stessa. “Il nostro nuovo disco è nato esattamente come tutti gli altri album. Inizia tutto con una manciata di riff che mi vengono in mente e che cerco poi di fissare registrandoli e passandoli a JC e Rich (rispettivamente il bassista e il batterista dei Danko Jones, ndr), che iniziano a lavorarci sopra. Ma non sempre è così facile, a volte arrivo un giorno con quattro riff e non riusciamo a farne uscire nulla di buono, il giorno successivo invece me ne salta in mente un altro che spacca e su cui si può costruire molto. Diciamo che è molto facile tirare fuori un riff, è molto più difficile passare al livello successivo, ovvero costruire una buona canzone che abbia anche la melodia giusta. Ma è un processo a cui siamo abituati da parecchio tempo, tanto che ormai pensiamo “c’è un altro album da scrivere”. Il che non vuol dire che non gli diamo più importanza o enfasi, in primis per noi stessi e per il nostro orgoglio personale, perché altrimenti nessuno verrebbe ai nostri concerti e nessuna radio trasmetterebbe i nostri pezzi. È un qualcosa di estremamente serio, nonostante con il passare degli anni sia diventato naturale come un’estensione delle nostre stesse menti, anzi delle nostre orecchie. A forza di pratica, abbiamo imparato a fidarci delle nostre orecchie e di poco altro”.

Ma il rock non sta navigando in ottime acque, spesso scalzato da altri generi e dal cambiamento di massa dei gusti del pubblico. Danko Jones, sebbene cauto, è abbastanza ottimista sullo stato di salute attuale del rock e sul suo futuro. “Il rock non è del tutto morto, anche se in rete se ne leggono di tutti i colori, a partire dalle dichiarazioni di Gene Simmons di un paio di anni fa (nel 2017 infatti il cantante e bassista dei Kiss ha dichiarato in un’intervista che il rock è defunto per colpa del filesharing e di Internet, nonostante il talento di molti artisti contemporanei sia indiscutibile, ndr). Secondo me la questione è molto più complessa. A mio avviso il rock si è frammentato, nel senso che se prendiamo altri generi come il punk rock o il metal, ci sono una miriade di siti dedicati unicamente ad essi, così come festival, community, riviste. Per il rock non credo valga lo stesso discorso, perché non mi sembra esistano siti che parlino solo di rock, dove tutti gli appassionati si fiondano, e non esiste un festival come il Wacken o il Riot Fest del rock ‘n’ roll, che unisce tutte le rock band in un unico posto. Penso che se esistesse, non venderebbe poi così tanti biglietti, perché ci sono pochissimi fan che seguono solo ed esclusivamente il rock. Bisogna quindi ramificarsi e coprire diversi generi per sopravvivere”.

Nonostante la passione per il rock, il frontman del trio canadese non ama cibarsi di cliché, anzi. E proprio il primo singolo estratto da A Rock Supreme, We Are Crazy, ci offre lo spunto per ragionare sulla vita da rockstar e sulla follia vera o presunta che molte formazioni ostentano. “Quando si parla di rock band è molto comune pensare che debbano per forza aver passato una fase di follia, anche se a molti viene comodo farlo credere, o forse era davvero il loro obiettivo principale. Anche se può sembrare banale, il mio obiettivo invece è di scrivere dischi e viaggiare, portando la mia musica in tutto il mondo. Andare in tour mi permette di farlo tutte le sere, e salire su un palco e suonare per me era il sogno di una vita, che ho avuto la fortuna di realizzare e di poter portare avanti fino ad oggi. In più, ho sempre voluto vedere il mondo da turista, e facendo il musicista ho potuto farlo. All’inizio abbiamo guidato sulle strade più sperdute degli States, senza guadagnarci un dollaro, ma dovevo farlo perché dovevo vedere l’America. Ma è solo quando siamo arrivati in Europa che il desiderio di viaggiare si è trasformato in un vero e proprio lavoro”.

Manco a farlo apposta, I’m In A Band, la opener della nuova fatica dei Danko Jones recita “I’m in a band, and I love it / All I want to do is play my guitar and Rock and Roll”, una canzone che il cantante e chitarrista della formazione ha eletto a proprio inno personale. Un po’ come la conclusiva You Can’t Keep Us Down. “All’inizio della nostra carriera siamo stati respinti da tutte le discografiche che abbiamo contattato, non ci sembrava possibile ed era davvero demoralizzante. Ma dopo qualche anno, vedendo quanto è cambiato il music business, e soprattutto vedere che molte delle persone che ci hanno gentilmente sbattuto la porta in faccia non lavorano più in ambito musicale, o addirittura molte etichette indipendenti non esistono proprio più, mentre noi siamo ancora qui, è una soddisfazione incredibile. Ci abbiamo messo un po’, ma il tempo ci ha dato ragione e ha ripagato i nostri sforzi, dimostrandoci che malgrado tutti i “no” ricevuti stavamo facendo la cosa giusta. Anche se devo ammetterlo, nonostante sia brutto da dire ma non si è mai soddisfatti completamente. Oppure, se vogliamo vederlo da un’altra prospettiva, sentire che manca sempre qualcosa è la spinta per fare meglio”.

Chiara Borloni

Foto di Roberto Panucci

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