Onstage

Dardust: «Con S.A.D. chiudo un cerchio e lancio una sfida al mondo neoclassico»

Esce venerdì 17 gennaio 2020 S.A.D. Storm and Drugs il terzo album di Dardust, al secolo Dario Faini. Se non lo conoscevate già per i suoi primi progetti come Dario Dust e nella band Elettrodust, sicuramente negli ultimi due anni avrete ascoltato e ballato qualcosa di suo, perché se c’è un Re Mida della canzone Urban e Pop in Italia, probabilmente, è proprio lui.

Classe ’76, da Ascoli Piceno, dal 2006 ha lavorato con uno sfacelo di artisti come autore e producer (Irene Grandi, Alessandra Amoroso, Emma, Annalisa, Francesco Renga, Chiara Galiazzo, Marco Mengoni, Giusy Ferreri, Fedez, Carboni e molti altri), ma è dal 2017 che ha iniziato a mettere la firma su una quantità impressionante di hit, da Assenzio di J-Ax e Fedez ft. Stash e Levante, a Pamplona di Fabri Fibra ft. Thegiornalisti, per i quali ha prodotto anche Riccione, Felicità Puttana e Maradona y Pelé, Se piovesse il tuo nome di Elisa, Nero Bali di Elodie con Michele Bravi e Guè Pequeno, Calipso di Charlie Charles ft. Mahmood, Fabri Fibra e Sfera Ebbasta e Barrio di Mahmood, insieme al quale, complice anche Charlie Charles, l’anno scorso, da co-autore e co-producer, ha vinto il Festival di Sanremo con Soldi.

Oggi, però si parla di Dardust e di S.A.D., un lavoro autobiografico, che in nove brani attraversa la sua vita, dal bambino che era all’uomo che è diventato, fra tempeste emozionali e senso di riscatto, chiudendo la trilogia iniziata nel 2015 con 7 e proseguita l’anno successivo con Birth. Snodandosi sull’asse geografico/musicale Berlino-Reykjavík-Edimburgo, il progetto con cui Dario Faini ha presentato al mondo il suo alterego Dardust, lo riporterà in Italia a febbraio con quattro date live a Bologna, Roma, Milano e Torino, prima di proiettarlo nuovamente in orbita europea con il seguito a Madrid, Parigi e Bruxelles dell’anteprima live berlinese del 30 gennaio.

Accompagnato sul palco come di consueto da Marcello Piccinini e Vanni Casagrande, Dardust darà vita a uno show diviso in due parti, che ben rappresenta le sue due anime e il dualismo sotteso alla tumultuosa vitalità di S.A.D.: «La prima parte sarà molto teatrale e statica – racconta Dardust -. Poi ci sarà un evento, una tempesta, che dividerà il primo dal secondo atto. La seconda parte invece sarà elettronica e l’uso dei visual e delle luci sarà molto dinamico». È la perfetta traduzione del concept di un lavoro che nell’eterna contrapposizione di elementi contrastanti trova una nuova sintesi, progredendo, verso la catarsi finale.

Già nel titolo Storm and Drugs troviamo l’accenno a due delle correnti culturali che hanno fatto da propulsore alla genesi del progetto, tracciandone i contorni. La corrente protoromantica tedesca di fine ’700 dello Sturm Und Drang, quella di Goethe (autore tra il resto de I dolori del giovane Werther e di diversi studi sulla luce e sui colori attraverso il mezzo del prisma) e del pittore Caspar Friedrich, ma anche quella che teorizzò il concetto del sublime come momento catartico fatto di estasi e terrore, da un lato, quello della tempesta emotiva, che Dardust ha attraversato durante la scrittura dell’album. Dall’altro ci sono le drugs, come gli psicofarmaci, che hanno alleviato la “tempesta”, e la “Generazione chimica”, quella di ’90 e dell’elettronica di Chemical Brothers, Underworld e soci, quella di Irvine Welsh, Danny Boyle, Trainspotting e del suo scoppiatissimo protagonista, Mark Renton, che a Dardust ha suggerito l’esistenza di una possibile via di fuga, anche dai più bassi crateri nei quali la vita possa farci sprofondare.

«I due concetti erano: puoi chiudere tutto e farla finita, come il Werther, oppure, mi veniva sempre in mente Trainspotting, puoi fare come Mark Renton che alla fine del film scappa con il bottino. Alla fine si può uscire con il bottino da un’esperienza traumatica e prendere l’oro, che ti lascia questa situazione». Ecco perché Dardust ha scelto proprio Edimburgo come città dove realizzare S.A.D. nel giusto «raccoglimento concettuale». Il risultato, lo sentirete, è un disco che allarga i confini del mondo neoclassico, al quale Dardust è solitamente ascritto, trovando una nuova e personale sintesi tra minimalismo pianistico ed elettronica. Una sfida che, assieme a quella umana fronteggiata da Dardust, dopo il terremoto che ha distrutto la sua casa di famiglia ad Ascoli, la malattia del padre e la fine di una relazione importante, è simboleggiata dall’artwork della copertina, che vede l’artista immortalato coi il pugno sinistro alzato al cielo in segno di vittoria.

«Quella foto simboleggia come sfondare un muro, come uscire eretto e con il pugno alzato da un periodo difficile, ma anche l’obiettivo di quest’album, perché il genere neoclassico di solito si mette come musica di sottofondo, non è disturbante, invece se metti S.A.D. in sottofondo, prima o poi arrivano dei momenti, dei beat, che trasformano il tuo ascolto da passivo ad attivo, anche se non ci sono le parole. Questa è la sfida che ho affrontato con questo disco e che, con tutta l’umiltà del mondo, voglio lanciare a tutto l’ambiente neoclassico».

Prima, però, si ritorna a Sanremo come co-autore dei brani Andromeda di Elodie, Eden di Rancore e Tsunami delle Nuove Proposte Eugenio In Via Di Gioia. «Credo che quando un artista viene da me lo faccia per scostarsi un po’ dalla sua comfort zone, per trovare una visione diversa, un compagno di viaggio che gli faccia guardare le cose da una prospettiva diversa. Personalmente, mi piace sempre cercare una certa sintesi, prendere egli elementi e portarli in evidenza, per fare in modo che se ci sono delle perle in un’idea o nei dettagli, quei dettagli possano diventare la figura fondamentale – spiega Dardust -. Anche questi, quindi, sono brani, che hanno il comun denominatore dell’incongruenza e della non linearità. Credo che la loro forza sia l’avere qualcosa di inaspettato, che crei stupore, che era un po’ il trick di Soldi, forse».

Ma com’è tornare a Sanremo da vincitori e dopo un brano, che ha posizionato l’asticella così in alto? «Entrare nella modalità di superarsi per forza e a tutti i costi contamina la performance e il lato performativo. Io non voglio entrare in quel meccanismo, ma in quello di trovare qualcosa di nuovo da dire e farlo in una maniera appassionata, con piacere. Quindi da questo Sanremo non mi aspetto assolutamente nulla, se non proporre due brani che piacciano e che vengano apprezzati».

E poi, come abbiamo anticipato, sarà la volta dei live. «È un rituale che amo: arrivare nel luogo, fare le prove, andare in camerino, la preparazione, il trucco, l’adrenalina che sale, la gente che inizia ad arrivare e che sta aspettando di vivere un’esperienza. Salire sul palco è sempre vivere un viaggio con il tuo pubblico. Mi piace la sfida che ti pone il palco, poi, la performance, che ti fa crescere tutte le sere. Mi piace suonare bene, stare concentrato, curare gli errori che si fanno di volta in volta, arrivare alla fine del concerto dando il massimo, avendo uno scambio energetico con il pubblico, finire il concerto e tornare a casa più maturo e cresciuto dopo questo scambio. Lo dico sempre, queste sono otto date, quattro italiane e quattro all’estero, ma il mio sogno è fare un tour di novanta date, dove arriverò saturo a dire: basta, non ce la faccio più».

Ma c’è dell’altro, perché Dardust sta già lavorando a una versione minimal piano solo e piano e orchestra di S.A.D. Storm and Drugs, «un progetto, con cui far capire come sia nato il disco, che è nato al piano solo e mostrare la potenzialità emotiva diversa dei brani su vari sfondi sonori».

Tour 2020:
Giovedì 30 gennaio – Berlino @ Kesselhaus und Maschinenhaus;
Sabato 22 febbraio – Bologna @ TPO;
Giovedì 27 febbraio – Roma @ Spazio Rossellini;
Giovedì 5 marzo – Milano @ Magazzini Generali;
Venerdì 6 marzo – Torino @ Hiroshima Mon Amour;
Lunedì 20 marzo – Madrid (Spagna) @ Shoko;
Martedì 31 marzo – Bruxelles (Belgio) @ ABClub;
Mercoledì 1 aprile Parigi (Francia) @ Café de la Danse.

Credito foto: Emilio Tini

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