Onstage

DI-RECT: «Il collante di questa band è l’urgenza che abbiamo di salire sul palco»

In Olanda sono un’istituzione, con una carriera di quasi vent’anni alle spalle, otto dischi e svariati singoli di successo, tra cui Just the Way I Do, A Good Thing e Young Ones, i DI-RECT stanno per affrontare il loro primo tour europeo. Una serie di tredici date al via il 1 dicembre proprio dal Serraglio di Milano, dove suoneranno una selezione del loro materiale, studiata attorno al loro nuovo Ep, Nothing To Loose, la loro prima release internazionale.

Varie per sonorità, le quattro nuove canzoni della band di The Hague, composta da Marcel Veenendaal alla voce, Spike van Zoest alla chitarra, Bas van Wageningen al basso e Jamie Westland alla batteria, sono accomunate da uno spirito unitario. Ce lo siamo fatto raccontare da Marcel Veenendaal, che ci ha  anche spiegato il momento che la band sta vivendo e la motivazione che li spingerà sul palco sera dopo sera in questa nuova avventura live.

Mancano poche settimane all’inizio del vostro primo tour europeo! Sensazioni?
È fantastico, perché abbiamo suonato in Olanda per vent’anni ormai, abbiamo fatto tutte le venues più grandi e le arene, ma adesso è come se stessimo iniziando tutto da capo ed è eccitante. Di nuovo dobbiamo costruirci qualcosa da soli e siamo in quella situazione in cui saremmo già contenti se ai nostri show si presentassero un’ottantina di persone. È una cosa che ti porta indietro, al perché fai quello che fai ed è bello pensare di incontrare nuova gente, offrire la nostra musica e la nostra energia. Poi, sai, quando suoniamo in Olanda, le band che vengono da fuori non capiscono perché diciamo che siamo in tour, visto che la notte, torniamo a dormire nei nostri letti, perché in Olanda è tutto a due ore di macchina, ma ora sarà diverso, il giorno dopo Milano saremo già in un altro Paese: arriviamo, montiamo tutto, ci sdiamo sul palco, abbracciamo chi verrà, ci chiacchieriamo e poi si riparte!

Deve fare strano andare a suonare per la prima volta davanti a un pubblico di un Paese straniero, non si sa mai cosa si troverà. Voi che idea vi siete fatti di quello che potreste trovare a Milano?
Posso solo sperare che le persone siano ricettive rispetto a quello che noi possiamo offrire. Quando vado a un concerto di un grande nome, di solito ci trovo anche una band di supporto e molto spesso vengo colpito dal talento di quegli artisti e magari è una band di cui non ho mai sentito parlare. Quindi quello in cui spero è che la gente che verrà a sentirci, in primis sia amante della musica, altrimenti non verrebbe a un concerto, e che voglia essere sorpresa, perché hanno comprato il biglietto per una band che non conoscono live. Siamo tutti esseri umani, alla fine, e personalmente voglio solo divertirmi. Questo è quello che possiamo dare al pubblico, una serata divertente, magari da ricordare.

Il primo novembre siete usciti con il nuovo Ep, Nothing To Lose, ma avete una discografia abbastanza consistente, che cosa ci possiamo aspettare in termini di scaletta?
Abbiamo un paio di hit che non possiamo lasciare fuori quando suoniamo in Olanda, perché sono quelle con cui il pubblico ha creato un legame più forte e li deluderebbe non sentirle. Fuori dal nostro Paese, però, dove nessuno le conosce possiamo sempre essere l’ultima versione di noi stessi. Qui da voi nulla ci dà la certezza che la gente impazzirà quando attacchiamo Young Ones, come succede in tutti gli show che facciamo in Olanda e la cosa è eccitante per noi. In più ci dà la possibilità di suonare musica pertinente con i tempi che stiamo vivendo. All’inizio, quando i ragazzi erano ancora degli sbarbati di quindici o sedici anni e io non ero ancora nella band, di cui faccio parte da una decina d’anni, facevano un punk rock, che poi si è evoluto in uno stadium rock più anthemico e ora ci stiamo muovendo verso un suono più soul o gospel, che però tocca molti generi, e questo perché come persone si matura, ci si evolve ed è naturale che lo faccia anche la tua musica. Con quest’uscita internazionale, ora siamo nella posizione in cui abbiamo molto da dimostrare, ma al contempo abbiamo anche molto da condividere.

In effetti, questo tour, dopo tanti anni di carriera, vi darà l’occasione di ridisegnare la concezione che avete di voi stessi come band e magari di capire in che direzione spingere la vostra ricerca, anche un po’ in base a quello che vedrete funzionare o non funzionare live.
Assolutamente. Nel corso della nostra carriera in Olanda siamo stati riconosciuti per certa roba, ma suonando davanti a un pubblico nuovo puoi totalmente ridefinire te stesso e non significa mentire, ma semplicemente rappresentare te stesso nella più fresca forma possibile, ma con tutta l’esperienza che hai accumulato. Non vedo l’ora di suonare con questa energia da stadio, di fronte al pubblico di un club, voglio sfondare tutto, come uno tzunami, mangiarmi tutto. È bello suonare davanti a grandi folle, ma in quei contesti ci sono barriere anche di quindici metri tra il palco e la gente, mentre ora se scuoto la testa la gente dovrà stare attenta a non beccarsi il mio sudore in faccia. Essere vicini al pubblico è una figata!

Ovviamente, come dicevi, in scaletta ci saranno i quattro brani dell’Ep, Nothing to Lose, un titolo che riassume molto bene quello che abbiamo detto finora. Dice anche altro del momento in cui vi trovate come band?
Abbiamo cercato di rimanere volutamente naïf. Sappiamo quello che sta accadendo, ma abbiamo scelto cosa accogliere e cosa no. Amiamo essere ispirati e aperti come un’unica entità, perché siamo cinque tipi diversi. Quando Tim Akkerman il loro ex cantante ha deciso di abbandonare la band, sono entrato io ed è stato come arrivare in un gruppo di amici con la loro sinergia, il loro senso dell’umorismo, il loro linguaggio e i loro interessi: Spike, il chitarrista, ha un amore pazzo per la musica degli anni ’60; Bas, il bassista, adora James Brown; Jamie è un batterista funk pazzesco e quando tutto questo si combina ottieni quello che facciamo. Prendi The Devil Don’t Care, è molto diversa da Be Strong, ma è comunque il risultato di quando ognuno di noi porta le sue emozioni e le sue idee al tavolo e insieme le rendiamo nostre. È la ragione per cui il nostro catalogo è così diverso, perché i nostri interessi sono vastissimi e quello che li tiene insieme è la convinzione che portiamo sul palco, l’urgenza che abbiamo di suonare e l’amore per i nostri strumenti, condividiamo quella vibrazione.

A proposito di The Devil Don’t Care: racconta una storia particolare di accettazione di se stessi e rinascita. Com’è arrivata questa canzone?
È stata scritta da Spike, quindi ci senti risuonare la musica che lui ama, tipo gli Arcade Fire o David Bowie. C’è quel riff di chitarra all’inizio del pezzo, che mi ha portato subito a Berlino con la mente, un’ambientazione dark, così ho iniziato a visualizzare quella giacca di pelle, la solitudine, un umore cupo e ho iniziato a mettere le parole sulla chitarra: The Devil Don’t Care. È stato l’inizio per arrivare a scrivere di quell’argomento, di una storia di accettazione e del fatto che hai un solo giro in questo spazio e tempo, quindi devi farlo funzionare per te stesso, senza farti influenzare troppo da ciò che pensano gli altri, parlare con le tue pistole, ma al contempo avere fiducia, rimanere aperti, perché alla fine sei tu quello che conta, perché se non riesci ad amare te stesso, non potrai esserci per nessun altro.

Ha anche un bellissimo video. Avete fatto un lavoro ambizioso sotto il profilo visual, l’artwork della cover è molto bello, sebbene abbastanza astratto e lo stile e i simboli tornano nei video. Che idea c’è alla base?
Una cosa che amiamo veramente fare, è creare una piattaforma di lancio per artisti emergenti, artisti che amiamo molto, ma che si muovono ancora in una nicchia. Jamel Armand, che ha creato il video e ha curato tutti i contenuti creativi attorno, ha questo suo stile particolare che inserisce pittura e disegno all’interno dei video. Ha un talento pazzesco ed è un caro amico, quindi ci siamo fidati totalmente di lui, gli abbiamo dato una tela bianca, dicendogli questa è la canzone, questo è il sentimento, non vogliamo essere nel video e il resto lo ha fatto lui, che è anche l’artista dietro alla cover.

È zeppa di simboli, immagino che l’intento sia di lasciare libera l’interpretazione, ma qual è la vostra?
Jamel ha un nome per quello che fa: Voodoo Punk. Quindi ogni cosa ha una specie di sorriso al suo interno, ma anche una lacrima. Ogni cosa porta una croce, come ogni persona sulla faccia della terra sta portando la sua e vorrebbe riuscire a liberarsene, ma è una libertà che uno può trovare solo dentro se stesso. Personalmente sento una grande connessione con la sua arte.

Torna anche nel video di Nothing to Lose, divertentissimo, sei ancora tutto intero?
La cosa divertente è che è anche il mio debutto da regista insieme a Jamel e ho questo amore folle per gli anime e anche lui. La linea guida per realizzare il video era: non picchiarti da solo, sei il tuo peggior nemico, ti impedisci da solo di crescere, non puntare il dito contro nessuno, ma smettila anche di farti del male. Quindi abbiamo pensato di fare questo grande video di combattimento, ma divertente, quasi imbarazzante. È stato divertentissimo ed è pieno di dettagli ispirati al mondo degli anime.

Cinzia Meroni

Foto di Set Vexy

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