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Dimartino: «Il mio obiettivo? Un disco live»

Si intitola Afrodite il nuovo album di Dimartino, in uscita il 25 gennaio per 42 Records in collaborazione con Picicca. Un lavoro che ha introdotto nel mondo della band il producer Matteo Cantaluppi e che mostra tutta la delicatezza della penna di Antonio Di Martino, da cui ci siamo fatti raccontare più nel dettaglio questo progetto.

Ciao Antonio, iniziamo subito a parlare di questo album. Partirei dal titolo, perché rispetto agli album precedenti hai scelto un titolo breve, d’effetto, che spiega anche poco. Mi racconti un po’ questa scelta?
Di Afrodite mi piaceva il suono, il fatto che rievochi qualcosa di molto antico, protetto e nello stesso tempo qualcosa di psichedelico. In realtà il nome mi è stato suggerito da un luogo preciso. Dall’ospedale di Trapani, il giorno in cui è nata mia figlia, ho visto, affacciandomi alla finestra, il castello di Venere sul monte Erice sotto al quale nasceva l’antico tempio di Afrodite e ho pensato che dovevo in qualche modo legare questo momento della mia vita a questo nome.

Di cosa è ‘figlio’ questo progetto? Mi spiego. L’ultimo tuo lavoro era un omaggio a Chavela Vargas e vorrei capire con quale spirito e influenze si è mossa invece la tua penna in questo progetto.
Ho passato molto tempo a scrivere, ho lasciato andare moltissime idee che credevo all’inizio fossero buone. Col tempo forse sono diventato un po’ più esigente con me stesso e quindi ho riscritto almeno due volte strofe e ritornelli di alcune canzoni. Sicuramente avevo voglia di scrivere solo qualcosa di necessario, almeno per me stesso. Cercare di fermare un momento molto bello e importante della mia vita personale e in qualche modo farlo convivere con quello che stava accadendo nel mondo, ai mutamenti storici e sociali.

C’è tantissima Sicilia, come sempre, a guidare i tuoi testi. Quanto è importante la tua “terra” in tutto ciò che fai e come si è evoluto il tuo rapporto con la tua regione negli anni (artisticamente parlando)?
È un legame indissolubile, volevo che ne uscisse una Sicilia diversa, osservata da mio punto di vista e fatta di storie non usuali. Penso a Daniela balla la samba, è una scena reale a cui ho assistito almeno dieci anni fa, stavo tornando a casa a Palermo, quando a un certo punto nel parcheggio di un supermercato in periferia vedo una ragazza sopra il tetto di una macchina che si muoveva in maniera sensuale, era illuminata da un gruppo di ragazzini che la attorniavano a bordo di motorini. Mi è rimasta molto impressa, c’era la città e una storia piccola che andava raccontata.

Nel singolo che ha anticipato l’album, Cuoreintero, canti “dovrei ripartire da zero per amarmi da solo”. Una frase amara accompagnata però da una sonorità non cupa. Come mai hai scelto proprio questo singolo per presentare il progetto?
Il singolo l’ho scelto per una questione di sonorità, non credo sia la migliore canzone del disco, ma volevo dare un segnale di cambiamento rispetto al passato. Volevo che arrivasse la mia voglia di ripartenza, non per rinnegare qualcosa, ma solo per guardare le mie canzoni da un’altra angolatura.

Mi dici invece qualcosa di Feste Comandate? Un piccolo capolavoro a mio parere con un tappeto musicale delicatissimo che un po’ si discosta dal resto della tracklist, anche per il modo in cui canti.
L’ho scritta e registrata tutta d’un fiato senza pensarci due volte, non mi era mai capitato prima. È stato come se qualcuno mi avesse suggerito le cose da scrivere nell’arco di un paio d’ore. Non so a cosa è dovuto questo, penso che non conosciamo molte cose di noi stessi e del modo in cui ci approcciamo all’atto creativo, almeno per è rimasto ancora un mistero.

A questo proposito, mi racconti un po’ come è andata la collaborazione con Matteo Cantaluppi?
Con Matteo è stato amore a prima vista, avevo idee confuse, molte versioni delle stesse canzoni e lui è stato per me la svolta, l’incontro con lui è stato illuminante anche da un punto di vista personale. All’arrangiamento ha lavorato insieme a noi Angelo Trabace con il quale ormai da anni mi trovo a lavorare e che mi ha aiutato anche a capire cosa doveva comunicare questo disco, in che direzione sarebbe dovuto andare. Il missaggio è stato fatto da Ivan Rossi che ne ha capito lo spirito dandone una sua raffinata interpretazione.

Invece di Giorni Buoni cosa mi racconti?
L’ho scritta nel settembre del 2016 nella zona di Trapani, una città struggente, dove le case popolari sono davanti al mare e le piattaforme di cemento fanno da argine a uno dei mari più belli che abbiamo in Sicilia. Era un momento di ripensamenti, di contrasti personali mi stavo preparando a diventare padre e tutto questo mi aveva portato a ripercorrere tutta la mia vita e metterla in discussione.

Qualche domanda sul live: parti, appunto, dalla Sicilia. Cosa stai preparando e che tipo di live sarà?
È la somma di tutti questi anni, ormai dieci dal primo disco. Oltre a Angelo Trabace e Giusto Correnti, ci sarà Simona Norato alla chitarra che con me ha arrangiato i primi due dischi. Sarà un live molto suonato e potente in cui usciranno le personalità di tutti, come è giusto che sia.

Mi racconti un po’ come vivi la dimensione live e quanto è importante poi anche nel processo di scrittura? Sono due mondi che si influenzano a vicenda o li reputi “separati”?
La dimensione dal live è quella che ha fatto nascere questa band sin dall’inizio, sono sicuramente due mondi che si influenzano a vicenda. Uno degli obiettivi che mi sono posto nei prossimi mesi è stato quello di registrare un disco live per festeggiare questi dieci anni.

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