Onstage

Dodi Battaglia, vietato fermarsi: «Chi più suona meglio suona»

Il 20 ottobre è uscito e la storia continua…, il doppio disco live di Dodi Battaglia, che contiene 26 successi dei Pooh e 4 brani della sua carriera da solista, registrati durante il tour estivo dell’artista. Abbiamo parlato con Dodi di questo progetto e di tutti gli altri lavori che ha in mente di realizzare prossimamente. Soprattutto, però, l’occasione è stata ghiotta per approfondire l’indissolubile legame di Dodi con la sua chitarra, che gli ha procurato il diploma accademico honoris causa di secondo livello in Chitarra elettrica – dipartimento di nuovi linguaggi e nuove tecnologie da parte del Conservatorio Egidio R. Duni di Matera.

Ciao Dodi, iniziamo dall’album. Com’è nato questo progetto?
Avrai sentito che è un disco vero. Siamo abituati a sentire album live che hanno pochissimo di live. Sono fatti in diverse serate, e questo si sente. Anche perché, essendo registrati in ambienti ampi come San Siro, se ti capita di sbagliare qualcosa – una nota o la voce – puoi correggere in seguito la traccia. Qui l’ambiente era grande, ma più ridotto. Per cui, se ti ritrovi a cambiare quello che hai sotto e non lo cambi anche nelle casse esterne, avrai due suoni diversi. Questo progetto, in questo senso, è pregevole. Si sente che è one shot, ‘buona la prima’.

In un certo senso, dunque, era un lavoro non previsto?
Assolutamente no, come non era previsto che questo tour avesse 50 concerti. Dovevano essere 25-30 in estate, ma le serate andavano a ruba. C’era tantissima gente, ogni sera. Ci siamo detti: “Non sarà il caso di fissare questo momento in un disco e in un video?”.

L’idea vi è venuta quindi durante il tour?
Sì, ad agosto. Ne abbiamo parlato e abbiamo deciso di fare un album unendo le forze. Il 15 settembre abbiamo registrato one shot e ora siamo fuori. È stato tutto spontaneo, naturale. È nato tutto dalla voglia della gente di venire ad ascoltarmi e dalla nostra voglia di fissare il momento.

Di sicuro suona come un live in tutto e per tutto…
Abbiamo dedicato a questo progetto molte attenzioni, lo abbiamo curato bene. Siamo stati 3-4 giorni a mixare gli strumenti e l’apporto del pubblico. Ho tantissima voglia di vedere il dvd, è bellissimo. Non è mai statico.

Il pubblico era felice, ma tu come ti sei sentito?
Per me suonare live è la condizione ottimale di vita. Ora abbiamo finito recentemente il tour e ho appena accettato di fare altri concerti, da qui alla prossima estate. Questo è ciò che vuole la gente. I promoter locali mi chiedevano sempre se sarei tornato, magari chiedendomi più serate. Chi più suona meglio suona, per cui non voglio fermarmi. Voglio fare almeno 3/4 concerti al mese. Io e i musicisti non vogliamo assolutamente pause, perché poi se ti fermi è un casino. Se per un mese non suoni e non canti, inizi a sentirti un po’ arrugginito, e non va bene.

Quindi continuerai a cantare in giro?
Assolutamente. In Italia ci sono dei luoghi in cui puoi suonare dal vivo con la gente vicina, un bel palcoscenico… Vorrei suonare in questi posti un po’ raccolti. Il 1° giugno, invece, ci sarà un evento molto bello e a cui tengo particolarmente, legato alla mia città. Festeggio 50 anni da quando Facchinetti e Negrini mi chiesero di entrare a far parte dei Pooh. L’anno scorso ho festeggiato i 50 anni con i miei colleghi, ma in realtà per me erano 48. Ho chiesto all’Amministrazione Comunale e mi daranno Piazza Maggiore di Bologna. Sabato è anche Festa Nazionale, per cui non ci sono scuse. L’ingresso è anche gratuito e ci saranno alcuni miei amici. E poi voglio dedicarmi a un altro progetto ancora.

Cioè?
Voglio un tour in teatro nell’inverno del 2018. Con un repertorio diverso però. Ieri ho pensato a un titolo provvisorio. Sarà un concerto dedicato ai brani che i Pooh non hanno mai fatto dal vivo. Di oltre 300 canzoni che abbiamo inciso, ne abbiamo sempre fatte 40-50. Pensiero, Dammi solo un minuto… Di questi brani non ce ne sarà neanche uno. Sono off limits. Se mi chiedono Pensiero, rispondo “No”. Faccio solo i brani che sono convinto che molte persone del nostro pubblico aspettino da tempo. Tutto ciò diventerà un disco e il titolo, come dicevo, è Perle. Dà un sapore di prezioso, antico, di qualcosa che metti nel cassetto. Ho già un’idea per la cover.

Sarebbe?
Una perla con, all’interno, i titoli delle canzoni. Vorrei un manifesto del tour identico. Non è usuale che trovi i titoli delle canzoni su un manifesto. Però così sai già cosa vieni a sentire.

Una dichiarazione d’intenti.
Esatto! L’ho copiata dai giapponesi. Siamo andati a fare un tour in Giappone insieme ai Nomadi e ad altri gruppi. E, sul manifesto, c’erano scritte le canzoni che avremmo eseguito quella sera. In questo modo lo sai e non puoi chiedere altre canzoni.

Parliamo un po’ di chitarra? Recentemente hai ricevuto un diploma accademico honoris causa di secondo livello in Chitarra elettrica. Mi sembra un bellissimo riconoscimento.
Emozionante. Io ho quattro figli, la cui nascita vale per me più delle nozze. Quando sono nati, posso dirti che son stati i momenti più emozionanti della mia vita. Questo riconoscimento, subito dopo la nascita dei miei figli, è stato l’evento più devastante a livello emotivo. Anche perché, in quell’occasione, c’era tanta gente importante, una cattedra spaventosa. Io dovevo tenere una lectio magistralis e, nell’attesa, ero in platea tra il pubblico ad ascoltare tutto ciò che queste persone dicevano di me. È stato emozionantissimo, avevo le lacrime agli occhi. Ho detto: “Volete darmi una laurea honoris causa o volete le mie coronarie?” (ride, ndr).

Non è la prima volta, però, che ti riconoscono uno straordinario talento come chitarrista…
Ho ricevuto tanti riconoscimenti nel corso della mia carriera, alcune riviste internazionali e italiane mi definivano “il più bravo chitarrista”. Per cui, si è sparsa la voce e la gente mi chiama Maestro. Io mi giro e dico: “Ma dove cavolo sta il Maestro?”.

Quale brano ti piace suonare di più?
Sono indeciso tra Parsifal, che è stato il primo brano che ha introdotto per me una nuova maniera di suonare la chitarra, e Mediterranean Girl, che è strumentale. Quando faccio quel brano a volte ho il sospetto che alla gente non possa piacere. Invece, devo dire che il pubblico – se suoni bene e fai cose belle – ti sta a sentire e ti applaude. Anzi, è ancora più bello. Se li inchiodi con Pensiero, è naturale. Se li inchiodi con Mediterranean Girl, c’è un motivo.

Che consiglio daresti ai ragazzi che si stanno avvicinando ora ad uno strumento musicale?
Voglio dare un consiglio a tutti i musicisti, non solo ai chitarristi. Ultimamente, il musicista non dialoga più col pubblico né tantomeno con i propri colleghi. Parla col computer. Si mette lì davanti, suona e crea un rapporto molto freddo. Uno dei motivi per cui i Pooh hanno avuto successo è proprio il fatto di stare tra la gente, avere un rapporto molto vicino al proprio pubblico, dialogare, guardarsi in faccia quando suoni. Se fai sciocchezze o cose fantastiche, lo capisci anche dagli occhi di chi hai di fronte. È un modo per non perder tempo. Per cui, consiglio di raffrontarsi umanamente, con pubblico, insegnanti o colleghi. Non col computer, il pc non ti dà un parere.

Cambia anche il suono, no?
Assolutamente, ti devi abituare al suono che hai sul palcoscenico. Devi abituarti ad emozionarti. Quando entri a San Siro e senti il palco che vibra, se non sei pronto, rischi che ti tremi la voce e non va bene.

A parte la laurea, da musicista qual è il momento che consideri uno dei picchi della tua carriera?
Io ho avuto una grande soddisfazione come chitarrista quando ho collaborato con Vasco Rossi. Con lui ho fatto tre brani: Una canzone per te, Toffee e Va bene va bene. Mi sono divertito tanto, anche perché ho lavorato con il suo produttore Guido Elmi, un mio caro amico che ora non c’è più. Un’altra soddisfazione l’ho avuta quando sono salito sul palco con Al Di Meola, che è stato sempre un mio mito. Da lui imparavo le scale e il fraseggio. Come chitarrista, però, ti direi che il momento massimo forse è stato conoscere e fare un disco con Tommy Emmanuel. Lui è risolutamente il chitarrista più grande che il pianeta abbia mai conosciuto. Sono riuscito a strapparlo dalle grinfie del suo manager e a portarlo 15 giorni in tournée con me ed è stata una delle cose più belle che potessi immaginare. Quando suoni con certa gente, tutto diventa facile, senza troppe prove. Sono così bravi e sensibili che non ti fanno neanche pesare il loro know-how. E poi ho conosciuto anche Eric Clapton. Niente male.

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