Onstage

Dutch Nazari: «Ce lo chiede l’Europa, la mia fotografia della Generazione Erasmus»

Esce il 16 novembre Ce lo chiede l’Europa (Undamento), il nuovo album di Dutch Nazari, prodotto dall’ormai fidato Sick & Simpliciter e introdotto da una copertina all’apparenza spensierata, su cui troneggia però l’ombra di un ecomostro. Un’immagine agrodolce, che rispecchia il contenuto di questo lavoro che segue Amore Povero e che si fa voce di una generazione spesso in bilico tra romanticismo e cinismo e tra spensieratezza e spaesamento.

Partiamo da un quadro generale su questo album. Quando hai iniziato a lavorarci e come hai lavorato a questo progetto?
Mi son messo a lavorare alle primissime cose di questo album nell’estate del 2017, pochi mesi dopo l’uscita di Amore Povero. Poi però siamo partiti per il tour che è finito a marzo del 2018. Alla fine del tour, avevamo messo da parte un po’ di provini, su cui abbiamo iniziato a lavorare con più concentrazione. Uso il plurale, perché parlo di me e del producer Sick & Simpliciter. Verso la fine della primavera avevamo tra le mani un numero abbastanza consistente di provini, circa una ventina, e ci siamo resi conto che le canzoni che ci convincevano di più erano quelle che avevamo scritto nell’ultimo periodo. Un po’ come se avessimo avuto bisogno di alcuni mesi per capire la cifra stilistica e comunicativa che volevamo dare al disco. Una volta capita la direzione l’abbiamo inquadrata bene e l’abbiamo presa. Il periodo un po’ più florido, dal punto di vista di creazione delle canzoni che abbiamo effettivamente tenuto nel disco, è stata quindi la primavera del 2018. Una volta che avevamo le canzoni, abbiamo iniziato a lavorare al mixaggio e alla parte visiva dell’album. Per la copertina, abbiamo pensato a questa fotografia con dei ragazzi sulla spiaggia.

Bellissima, tra l’altro…
Ti è piaciuta? Sì, l’idea era quella di mettere dei ragazzi allegri e spensierati su una spiaggia con un ecomostro dietro, qualcosa alle loro spalle che spiazzasse. Ci siamo messi a cercare posti in cui ci fosse questo tipo di scenario e qualcuno, alla fine, ha proposto la spiaggia in cui siamo andati. Eravamo vicini a Bruxelles, una location perfetta considerando il titolo dell’album. Abbiamo preso un aereo e siamo volati tutti lì per scattare quell’immagine.

A proposito di Bruxelles, il titolo dell’album è Ce lo chiede l’europa, una frase che ormai abbiamo sentito fino allo sfinimento. Più che di politica, però, l’album parla di una generazione e di un preciso periodo storico, sbaglio?
Diciamo che l’Europa è proprio il tema del nostro tempo e noi siamo la generazione che io chiamo “Generazione Erasmus”. Siamo quelli che sono cresciuti con un’identità europea, che hanno fatto l’Erasmus, che hanno imparato un’altra lingua, che si sono persino innamorati in un’altra lingua. Quelli che guardano le serie in inglese, per capirci. Era questo che volevo rappresentare con la foto di quei ragazzi spensierati e allegri in copertina, contrapposta all’altra idea di Europa, riferita a un modello di sviluppo economico liberista che si sposa più con l’ecomostro alle loro spalle.

Vado più nello specifico. Il primo singolo è Calma le Onde, il brano che apre anche la tracklist. Come mai hai scelto proprio questa canzone per presentare il nuovo album?
Nella comunicazione di questo disco ci sono alcuni elementi di novità e altri che richiamano i nostri dischi precedenti. Calma le Onde è, in realtà, un richiamo. Questo è il nostro secondo album ufficiale, ma abbiamo fatto anche un EP nel 2014, che si chiamava Diecimila lire e che conteneva una intro – Speculation – che inizia con la frase In senso lato la vita è una truffa ordita da uomini astuti. Quando abbiamo girato il video di quella canzone, abbiamo piazzato una poltrona in un bosco innevato, su cui io sono seduto facendo gesti didascalici in riferimento al testo. Quando è uscito Amore Povero, nell’intro della canzone – Proemio – avevo richiamato quella cosa lì. Il testo inizia con In senso lato la vita è una trama condita di intrecci banali. Per il video di quel pezzo abbiamo messo due poltrone in un luogo ameno, una montagna. Quando ho scritto Calma le Onde, sapevo già che sarebbe stata l’intro del disco nuovo. Ho dato continuità a questa tradizione, iniziando la canzone con In senso lato la vita è un lungo percorso in salita. Per il video era già scritto che ci saremmo stati io e Sick & Simpliciter su due poltrone, ma non sapevamo dove metterle. Alla fine le abbiamo messe in mezzo al mare, in riferimento al titolo.

La tracklist la chiude invece L’Europa, una canzone abbastanza indicativa. Perché per me riassume un po’ il concetto dell’album, che sembra politico, ma in fondo non lo è. Almeno non esplicitamente.
Esatto, un po’ riassume tutto il concetto dell’album. Il titolo di questo brano sembra politico, ma se poi vai a sentire la canzone percepisci anche la chiave ironica con cui tratto gli argomenti politici. Ce lo chiede l’Europa, frase contenuta in quella canzone, è in fondo il pretesto di un innamorato che si rivolge alla sua amata.

Come va invece con Sick & Simpliciter? Immagino abbiate ormai un sodalizio fantastico. Le tracce dell’album, a livello sonoro, non a caso, hanno una loro coerenza, ma sono molto diverse tra loro.
Sì, ci siamo trovati subito in sintonia. Ormai sono tanti anni che lavoriamo insieme, quindi la sintonia è cresciuta. In questo album qui, per la prima volta, ho scritto io al piano alcune canzoni. Sono arrivato in studio da lui che avevo già l’idea dell’armonia e della canzone in testa. Sapevo come mi sarebbe piaciuto che suonassero i brani e Sick & Simpliciter ha proprio un talento unico, più di chiunque altro a mio parere: dare un preciso suono e scegliere lo strumento e la frequenza adatti alla canzone, per darle il vestito giusto.

Cosa pensi quando ti definiscono cantautorapper? Il termine non mi dispiace, ma non è sempre un po’ limitativo definirsi?
Secondo me tutte le etichette sono un po’ limitative. Servono per capirsi un attimo, poi però è la musica che parla. Questo neologismo qui l’ha inventato Dargen D’Amico, che è mio maestro e amico. Secondo me, se non altro, ha il merito di contenere in una parola quelle che sono le due grandi influenze che mi hanno guidato sin da quando ero piccolo negli ascolti. Da un lato la canzone d’autore che ascoltavo con i miei in macchina quando andavo in vacanza. Penso a Lucio Dalla, a Tenco, De Andrè, De Gregori e Guccini. Dall’altro il rap che ho scoperto a un certo punto della mia adolescenza e che poi mi ha appassionato e mi ha portato per la prima volta a scrivere in versi.

Parliamo di live? Come sono andate le date del tour di Amore Povero?
Mi piace tantissimo il live. Amore Povero è il primo disco che ci ha portato a realizzare un vero e proprio tour. Abbiamo fatto più di 60 date e questa esperienza ci ha influenzato, non solo dal punto di vista della performance live e nella voglia di migliorarci nella proposta, ma anche proprio nell’idea che avevamo e che abbiamo della musica che vogliamo fare. Suonando live ci siamo resi conto che, quando la nostra musica è ascoltata da persone che non ci conoscevano, venivano fuori aspetti nuovi. Ad esempio, nel disco Amore Povero ci sono canzoni che a me piacciono molto, ma che hanno strofe lunghe e molto serrate. Dei veri e propri fiumi di parole che poi, alla prova del live, risultavano come un mero esercizio. Stavo lì sul palco con la gente che mi ascoltava e basta, perché non era in grado di cantare con me. Quando partiva il ritornello più arioso, qualcosa di più cantabile, la gente era più coinvolta. Finalmente, cantavano tutti insieme. Questa cosa mi ha convinto a cercare formule più ariose e meno serrate, nel tentativo di dire cose che voglio dire usando però meno parole, senza dover per forza creare un fiume. Ho sperimentato lo stesso aspetto con la parte strumentale. Nel frattempo, andavo ai concerti del nostro amico Willie Peyote, per farti un esempio, e quando partiva Io non sono razzista ma… sentivo le cose interessanti e politicamente impegnate che conteneva, facendo nello stesso tempo ballare le persone. Era bellissimo. Questo disco è anche conseguenza di queste riflessioni.

Avete preso le misure, quindi, per il prossimo tour. Che – tra l’altro – ha un nome geniale. Il tour europeo (in Italia). C’è del genio.
(Ride, ndr). Quando ho proposto questo titolo in Undamento, mi hanno guardato come se fossi un alieno. E io insistevo, sostenendo che facesse ridere. Questa volta li ho convinti, perché all’inizio non me lo volevano concedere.

Fortunatamente l’hai spuntata!
Almeno tu mi capisci (ride, ndr)!

Quindi, cosa vedremo in questo fantastico tour europeo in Italia?
Abbiamo inserito sul palco un batterista. Proprio in questi giorni siamo in sala a provare le canzoni con lui. Sapevamo che la batteria era il primo elemento che avremmo dovuto aggiungere nei live. Lui si chiama Mowa, è bravissimo e siamo molto contenti di quello che sta venendo fuori.

Sei teso?
In realtà, sono molto curioso di scoprire come uscirà da questa prova live.

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