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Edda: «Dimentico le ferite e faccio musica che mi fa stare bene»

Venerdì 22 febbraio è uscito il nuovo album di Edda. Si intitola Fru Fru ed è il quinto album da solista di Stefano Rampoldi, che tiene a sottolineare quanto questo progetto rappresenti quasi una sorta di inno alla leggerezza. La tracklist conta infatti nove tracce veloci e colorate, prodotte da Luca Bossi e suonate da Nick Lamberti alla batteria e dal principe Killa alla chitarra elettrica.

Ciao Stefano, partirei subito dal titolo perché mi sembra indicativo. Come mai proprio Fru Fru?
Mah, posso darti una spiegazione ridanciana. Mi sembra un urlo di battaglia di Casa Pound. Se un giorno Casa Pound mi venisse a chiedere Cosa possiamo urlare quando andiamo a spaccare la testa in giro? risponderei Fru Fru, così vi date una calmata. In realtà è il nome di un biscotto. Io non mangio le uova, per cui i biscotti mi sono preclusi, però questo è senza uova ed è leggero. Volevo creare musica leggera, qualcosa che desse – soprattutto a me quando la suono – una botta di endorfina. Insomma, che mi faccia stare bene. I suoni di questo album sono sempre più pop. Tempo fa avevo parlato con un musicista del progetto di fare musica per bambini. Io credo però che la musica prima di tutto debba colpirti a livello emotivo. Infatti, mi arrabbio molto quando mi danno del cantautore.

Ecco, su questo volevo farti una domanda. Mi spieghi perché non ti piace la definizione di cantautore?
Perché per me il testo viene dopo la melodia, e verrà sempre dopo. Io vengo catturato dalla melodia. Quando canto una canzone mi deve piacere a livello melodico, poi se riesco a dire due cose che non siano due cazzate meglio ancora. Non accetterò mai però di scrivere un trattato di filosofia, qualcosa di perfetto su una base monotona. Per me quella è la fine. Mi dà molto più una canzone di Raffaella Carrà rispetto alla canzone di un cantautore con un testo impegnatissimo e pieno di ragionamenti importanti. Quando ascoltavo musica in inglese non capivo niente del testo perché io l’inglese non lo parlo. Cosa dovevo capire? Dei Beatles, quando li ascoltavo a 10 anni, cosa capivo? Eppure mi piacevano. Torniamo a essere tutti bambini allora? chiederete. No, è una mia scelta artistica. Io ho bisogno di questo quando suono. Mi vengono prima le melodie, mi colpiscono. Dopo, per non dover cantare a caso, qualcosa devo tirare fuori. E tiro sempre fuori qualcosa che è sedimentato dentro di me. Chiamiamolo disco rigido della memoria. Proprio come quello di un computer. La botta emotiva mi fa uscire delle parole che non sono a caso. Se tu mi chiedi cosa vuol dire una canzone io non te lo so dire, ma se poi prendo il testo e guardo le parole mi rendo conto che hanno a che fare con qualcosa. Lì ti so spiegare di cosa sto parlando.

Hai detto che Fru Fru è l’album che ti rappresenta di più in assoluto. Come lo vedi, come la fine di un percorso? Una nuova parentesi?
Sono arrivato a Fru Fru dopo aver seguito tante strade. Ora sono in un posto che sento giusto per me, che poi è forse da dove son partito se penso alla musica che ascoltavo da giovane. Ero bambino, ascoltavo le canzoni che piacevano a mia mamma, la musica leggera italiana. Tra l’altro le melodie di quelle canzoni sono di altissimo livello. Ma anche il rock a quei tempi era diverso. Cantavano ancora senza speaker, oggi sarebbe impensabile cantare senza amplificazione. Era un rock con suoni e volumi differenti. Infatti, dal vivo il mio disco sarà un po’ più aggressivo, ma sempre tutto suonato. Forse ho trovato la mia dimensione.

Due anni fa usciva Graziosa Utopia, cosa è cambiato?
Forse questo album è più frenetico perché mancano le ballate. Come sonorità, però, lo trovo molto pop, esattamente quanto Graziosa Utopia. Ci sono addirittura elementi ballabili.

A proposito del discorso che facevi prima su melodie e testi, come lavori in studio con i tuoi musicisti?
Luca Bossi ha prodotto questo disco e il precedente. Di solito, faccio ascoltare le mie canzoni con la chitarra acustica. Che è poi esattamente quello che succedeva con i Ritmo Tribale, solo che con loro venivano fuori sonorità rock. Le mie canzoni però erano uguali. Con Luca invece è venuta fuori questa cosa dopo una mia richiesta precisa. Gli ho chiesto di ascoltare Comedown Machine dei The Strokes, che credo sia il loro disco meno rock. E poi gli ho detto di darmi un disco giocattolo. Gliel’ho spiegato come se stessi parlando con un architetto, perché non so parlare in termini musicali. Conosco il giro di Do e mi fermo lì. Il resto è più istinto. Gli ho chiesto quindi colori chiari, situazioni di gioia, musica che ti dia benessere mentre la ascolti, priva di certe tossine che altre musiche hanno. Non perché sia sbagliato. C’è chi ci fa una carriera sopra. Vedi il metal. Però è musica pericolosa.

In che senso?
Le note e i suoni sono importantissimi perché condizionano l’anima e la nostra psiche. La musica metal l’ho anche apprezzata, ma io preferisco seguire altre strade. Questa musica mi fa male. E io con la musica voglio star bene, perché la vita è già difficile. Devo alleggerirmi. I miei primi dischi sono molto cupi. Dicono che sono bellissimi, però io dal vivo non riesco a farli. Non voglio suonare cose pesanti. Quando suono prima di tutto deve arrivare a me qualcosa di leggero.

Anche l’album relativamente breve segue un po’ questa filosofia?
Sì, le canzoni che ascoltavo io – quelle di Caterina Caselli ad esempio – duravano per esigenza massimo due minuti e mezzo, non di più.

Cosa stai pensando quindi per il tour?
Questo è un disco suonato, non ci sono macchine che suonano al posto nostro. Abbiamo già fatto le prove e ho visto che i musicisti riescono a replicare quello che c’è sul disco. Io devo solo aprire la bocca. Ci sono strumenti che suonano nell’album ed è facile quindi rifare la stessa cosa dal vivo.

Questo album è una sorta di monologo. Lo vedi come un autoritratto?
Sì, se parliamo dei testi forse è proprio un monologo. Non penso a niente quando scrivo. Cavalco l’emozione che la melodia che ho creato mi sta dando. È un monologo perché la fonte sono io. Mi esce qualcosa dal subconscio e ce lo metto dentro. Non è una cosa semplice, perché è un fenomeno legato al momento dell’ispirazione. Non dipende da noi. Battisti diceva che le canzoni di una volta non gli venivano più. Ha detto proprio così. Perché le canzoni e le idee arrivano. Sono già scritte, non da noi. La Divina Commedia non l’ha scritta Dante. Era già scritta, a lui è arrivata. Le canzoni, i libri, le nostre azioni arrivano da un’altra dimensione. Noi poi dopo ci facciamo belli e ci vantiamo. Chiediamo ai Beatles di scrivere un’altra Michelle, pensi che ci riescano? Diranno che non gli viene. Ti viene spontaneo dire così, pensare di non avere idee. Ma le idee non le crei tu, sono già create. Magari sto dicendo cazzate, ma tanto a voi che vi frega.

No, anzi!
Prendi Enrico Fermi. Anche le scoperte sono fatte a caso. Tu pensi di essere arrivato, invece sono le idee che ti arrivano. Lo so, son discorsi strani, ma per me è tutto così, vivo una situazione instabile. Proprio per questo poi ho bisogno di situazioni semplici e fanciullesche. Addirittura io non credo di essere io. L’ego della gente è spropositato ultimamente, in questo io sono fortunato perché sono un mezzo coglione. È vero. Se io fossi una persona come Marchionne, provate a dirmi che le idee mi arrivano. Lui mi pare abbia detto una volta che le cose non accadono ma le facciamo accadere. Queste persone lo pensano davvero. Ma se fosse stato capace di far accadere cose, sarebbe uscito vivo dall’ospedale. Sarebbe ancora vivo. Quindi no, nessuno sta facendo accadere un cazzo. Ognuno interpreta semplicemente un ruolo ed è un processo che va avanti così da sempre, come il tetris. Tutti abbiamo un karma da scontare e la società cambia, ma i processi son gli stessi sempre. Quello che non cambia sono le coscienze. Ci sarà sempre quello convinto di essere il Carlo Magno o il Marchionne della situazione, che pensano di determinare la via. Loro però si beccano un karma orrendo. Non pensate che siete sfigati e loro no. A volte penso Ma perché non posso far successo, porca puttana? Fatemi vendere 5 milioni di copie. Potevo nascere un Fabrizio Corona. Ma l’attenzione che io assorbo da te se ti vendo il mio disco è un latrocinio che compio. Assorbo la tua energia. Tu compri il disco, mi ascolti ed è tutta energia che prendo da te. È un furto che ti faccio e poi dovrò restituirti tutto. Bisognerebbe invece raccogliere tutte le nostre capacità per volerci tutti molto bene e aiutarci. Il male che facciamo, lo facciamo anche a noi stessi. Più in generale, è meglio volare bassi e cercare di fare il meglio. Questo per me è il più bel disco che ho fatto, poi se faccio i soldi mi farò la faccia come Fabrizio Corona, a sto punto. Ma forse la mia fortuna è che, se io fossi come loro, non avrei la capacità di cogliere certe sfumature. Spero solo di non aver sbagliato niente.

L’album è fanciullesco e leggero, ma non mancano riferimenti all’amore e al sesso…
Io ho provato la dipendenza dall’eroina e ho capito anche che, se sfuggo da una dipendenza, finisco subito in un’altra. Ora ho il problema del cibo. E il sesso mi condiziona molto, mi vergogno un po’ a dirlo. Nei dischi, nei temi e nelle parole esce molto proprio per questo. Anche se poi non elaboro il testo, ma è quasi impressionismo. Nella canzone Ovidio e Orazio ci sono riferimenti anche molto coloriti. Lì parlo di quando ero al liceo e c’è sicuramente un collegamento col sesso, perché avevo le prime pulsioni, mi innamoravo di chiunque. Certo, non pensavo allora a un film porno, ma ora che sono adulto elaboro anche meglio quei pensieri. Cerco veramente la leggerezza in questo album, non voglio apparire intelligente. Purtroppo però mi tocca, senza volerlo essere.

Al giorno d’oggi l’intelligenza può essere una croce.
Mah, forse la mia è tutta una contraddizione. Da una parte vorrei liberarmi dalla materia, dall’altra mi emoziono se vedo Fabrizio Corona. L’ho visto anche a Verissimo. So valutare le cose, però vedo che sono proprio calamitato dalla condizione del frontaliere. Sono in mezzo a queste due realtà e finché non decido da che parte stare prendo un po’ dell’una e un po’ dell’altra. Però questo disco mi piace.

Alla luce di ciò, che ricordo hai di Semper Biot?
Penso di essere più vero in questo disco, quello era più cliché. Fare il musicista per me significa coltivare un mio talento, ma io ho anche lavorato, avevo una busta paga, un appartamento, una macchinina. Quando son finito in comunità mi son detto Musica, mai più!. Avevo 40 anni ed era difficile vivere di musica. Volevo una vita normale come tutti. E poi Semper Biot è un disco lamentoso, a tinte cupe, poco suonato. A me piace la musica e lì c’è dentro solo la chitarra. Non lo disconosco perché qualcuno dice anche che è il più bel disco che ho fatto. Io però non voglio essere quello Stefano lì, uscito da una battaglia che mi aveva umiliato. Non è un premio entrare in comunità, è la sentenza che sei un fallito, che hai sbagliato tutto. Semper Biot è un disco pieno di ferite. Preferisco dimenticarmele però queste ferite, perché se son vere non è che ne sei tanto orgoglioso. Nella vita è meglio star bene che star male. Non riesco a suonarle quelle canzoni, ma magari per i soldi faccio anche quello. Il primo a godere devo essere io, se no vado a guidare i camion e mi sento anche un po’ più maschio.

Grazia Cicciotti

Foto di Elena Agnoletti

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