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ENNE: «Vodkatonic, un viaggio tra divertimento supposto e isolamento»

Il 12 ottobre è uscito Vodkatonic, nuovo singolo di ENNE, primo artista di PLTNM Squad, la nuova etichetta fondata da Takagi & Ketra. Dietro il progetto ENNE c’è in realtà Nicola Togni, bergamasco classe 1994, che già si era distinto sulla scena grazie ai suoi primi due brani, San Junipero e Al centro di una guerra, interamente autoprodotti. Ora le cose sono, per ovvi motivi, leggermente cambiate, ma neanche troppo, come ci rivela lo stesso Nicola.

Ciao Enne, partiamo subito da questo singolo, Vodkatonic. Com’è nato e come si inserisce all’interno del tuo progetto?
Sì, Vodkatonic è il mio terzo singolo. I miei primi due singoli erano autoprodotti e sono usciti rispettivamente a ottobre dell’anno scorso e a gennaio di quest’anno. Questo pezzo è un po’ un’autocelebrazione del progetto. ENNE nasce a giugno 2017 a casa di un mio carissimo amico, che è poi diventato il produttore che mi segue per tutto il progetto, Federico Laini. Era una serata in cui eravamo più di là che di qua per colpa del Vodka Tonic, appunto, che è il cocktail che beviamo sempre io e lui. In un certo senso, ENNE è nato dal vodka tonic, per cui abbiamo deciso di fare un pezzo che si chiamasse così. In questo brano inserisco però il cocktail nella sua dimensione più canonica e classica, la discoteca, un ambiente in cui ho vissuto per molti anni in prima linea. Oltre a frequentarla, ho anche organizzato serate e fatto il dj (che faccio tuttora), quindi ho sempre avuto una visione d’insieme molto diretta del contesto e, in questo caso, ho voluto dare un taglio un po’ amaro e crudo a una condizione d’essere, cercando di esprimere il contrasto tra quello che è il divertimento supposto e quella che si rivela invece poi essere una condizione di disagio e di isolamento all’interno della massa.

In che senso parli di “disagio”?
Sai, quelle situazioni in cui balli canzoni che non ascolti mai o stai lì da solo a guardare il cellulare perché ti stai annoiando. Ho cercato di descrivere una sensazione che ho vissuto io in primis, ma che in fondo penso sia abbastanza generazionale. Ovviamente il pezzo inizialmente era una provino e aveva una produzione molto grezza. Sarebbe comunque uscito sotto una qualche forma, ma c’è stato l’interessamento di Takagi & Ketra, che hanno avuto modo di ascoltare sia i miei pezzi precedenti che questo provino. Tramite la loro PLTNM Squad, hanno poi deciso di ri-produrlo e devo dire che mi è piaciuto tanto. Abbiamo deciso di continuare una collaborazione anche oltre questo singolo. E effettivamente sì, sono il primo artista a firmare con la loro etichetta.

Una bella responsabilità, non trovi?
Me lo dicono tutti che è una grande responsabilità e non so mai cosa rispondere. Sicuramente la loro etichetta è molto florida. Nel loro studio passano i maggiori artisti italiani, loro stessi fanno numeri da capogiro… sono un po’ il top italiano. Arrivare lì con due pezzi autoprodotti, con una carriera iniziata da pochissimo che non si può neanche chiamare carriera è stato sicuramente strano. Ho sentito una grossa pressione, soprattutto quando sono andato lì la prima volta per far ascoltare il provino. A dirla tutta, però, loro mi hanno messo molto a mio agio. Sono prima di tutto degli artisti e hanno capito perfettamente sia cosa rappresenta questo progetto che la mia persona. Ci troviamo molto bene e direi che, più che ambire al disco di platino, si cerca di portare avanti un progetto in modo naturale e spontaneo senza modificarlo, senza costrizioni né limiti. C’è molto spazio dal punto di vista artistico e, da quel punto di vista, sono molto contento perché il lavoro sta continuando nella direzione che mi piace. Per tornare alla tua domanda, questa responsabilità, quindi, da un lato la sento, dall’altro penso più che sia un esperimento sia per me che per loro come discografici. Effettivamente finora avevano fatto solamente i produttori. Si tratta di una prima volta per tutti. Abbiamo intenzione di lavorare bene, poi vediamo che succede.

Lavorare bene, in fondo, è la cosa più importante…
Esattamente. Io vengo da un ambiente quasi indipendente. Chiaramente il progetto ha dei risvolti e anche un approccio pop, quindi non nascondo che arrivare al grande pubblico sarebbe la mia intenzione nel lungo periodo, ma non è qualcosa di forzato. So che loro fanno le hit, o almeno così vengono visti dal pubblico, ma questo non significa che il progetto sia stato preso e trasportato in un ambiente che non fosse il mio. Anzi, ora posso fare le mie cose con Federico con qualche strumento e un asset in più, che mi permettono di lavorare al meglio.

Descrivimi invece questa cover, realizzata da Francesco Torricella.
Parto da un presupposto: sulla copertina ci sono stati un sacco di confronti. Il singolo esisteva già da un bel po’, abbiamo deciso di spostare l’uscita a ottobre per una questione organizzativa, quindi abbiamo avuto modo di pensare anche tanto, oserei dire in modo quasi cerebrale, alla parte estetica. Alla fine ci siamo detti :”Ragazzi, il singolo si chiama Vodkatonic, parla di questa cosa qui, spiattelliamola in faccia con una foto e la chiudiamo qui”. Alla foto del vodka tonic abbiamo poi aggiunto elementi che richiamassero il testo, sia dal punto di vista estetico sia di contenuto. E da lì ci è venuta l’idea di usare, innanzi tutto, il timbro con scritto Enne Vodka Tonic, che è uno degli elementi più iconici della discoteca. La mano è invece quella del mio produttore Federico. A settembre ha fatto un incidente in moto e si è rotto la caviglia e la mano. Volevo dedicargli la copertina, facendogli tenere il cocktail. Il particolare della mano ingessata viene da lì. Quasi per caso richiama il concetto stesso del pezzo, perché il gesso esprime in fondo l’idea dell’esagerazione e del divertimento portato all’estremo, quello che ti fa andare in discoteca anche se sei ingessato. La parte color richiama invece tutto il mondo a cui mi ispiro, dalla synthwave alla retro wave.

Hai parlato giustamente di approccio pop, ma i tuoi testi sono in realtà molto intensi e dall’impostazione molto cantautorale…
Specifico che, quando parlo di pop, parlo molto banalmente di cercare di fare canzoni che non siano sperimentalismo puro, ma possano essere ascoltate anche da un neofita a cui non piaccia il genere. A livello di sound, i miei richiami sono palesemente ancorati a una realtà synth pop e elettropop, che in questi ultimi dieci anni è venuta fuori anche in America grazie a producer come Miami Nights 1984 e tutto un filone di artisti che hanno ripreso in modo retrofuturistico un certo tipo di suoni anni ’80, rielaborandoli con quell’estetica alla Blade Runner, tipica di un mondo che esisteva 30 anni fa. Una sorta di nostalgia di tempi non vissuti. Parlo anche per me che, alla fine, sono nato nel 1994.

Come nascono quindi le tue canzoni?
Tendenzialmente ascolto tantissima musica e tendo ad assorbire molto. Soprattutto nell’ultimo anno e mezzo, quando ho iniziato con ENNE, ho approfondito tanto questo filone e ho ripreso tanto in mano la scena french touch, dai Daft Punk a Cassius. Cerco ispirazioni non in canzoni specifiche, ma in ascolti generali su quello che è successo e succede nel mondo. Devo essere sincero, trovo poche influenze in Italia. Penso che il sound di ENNE abbia qualcosa di internazionale e, di conseguenza, la parte musicale la sviluppo direttamente con Federico in studio. I testi li scrivo interamente io e cerco di essere molto personale, perché penso che ci sia necessità generale di trovare un proprio marchio di fabbrica, un proprio stile di scrittura e di contenuti. Ad esempio, mi sento molto direzionato dal mondo cinematografico e da quello anime, scrivo storie di vissuto personale che però poi si intrecciano con i miei interessi. Forse non esprimo esplicitamente ciò che ho vissuto, ma i miei testi penso siano estremamente chiari. Ovviamente ora, con l’arrivo di Takagi & Ketra, giriamo tutto a loro. Ci danno molte dritte. Il lavoro artigianale si svolge però principalmente in studio.

Per essere proprio precisi, nasce prima la base o il testo?
Ti direi che non abbiamo un modo di procedere standardizzato. Tendenzialmente partiamo dalla base, però ho un grave difetto: scrivo testi anche a prescindere dall’idea musicale, quindi butto giù un racconto e poi lo adatto alla linea melodica che ho a disposizione o che voglio dargli. Altre volte, invece, parto da accordi al pianoforte, da spunti più embrionali che poi vengono sviluppati in studio. È un lavoro dal basso per arrivare poi al testo definitivo.

Ne deduco che sei pieno di “racconti” nel cassetto!
Più che nel cassetto, direi nelle bozze del cellulare (ride, ndr)! Ad esempio, un giorno tornavo da Milano in treno e ho pensato in modo ingegneristico – io studio ingegneria, sarà per questo – che sarebbe stato figo scrivere un pezzo sui viaggi nel tempo. Tiro fuori delle idee, ma alla fine sono un fiero sostenitore del fatto che i testi dovrebbero avere dei contenuti. Faccio una critica non richiesta: trovo che ci sia bisogno in questo periodo di parlare di qualcosa. Nei decenni passati i grandi cantautori lo facevano e questa idea ora si è un po’ persa. Per me, invece, è molto importante. Cerco sempre di dire qualcosa. Magari è un argomento becero o è semplicemente una canzone d’amore, un tema che alla fine non si esaurisce mai. Nel mio secondo singolo, ad esempio, ho parlato di odio. Un altro sentimento che ritengo necessario. Il testo è molto elencativo, quasi narrativo e molto punk. Sento però l’esigenza in questo contesto di parlare di cose. I prossimi testi parleranno molto dell’uomo, per questo motivo, e trovo sia giusto così. Altre tematiche a me care sono il digitale, la distopia, il contrasto tra uomo e macchine. Concetti secondo me attuali e che vorrei sentire trattati anche da altri artisti. Se non ci pensano loro, però, ci penso io. Penso che possano essere interessanti anche per gli ascoltatori.

Quindi sei un appassionato di anime e serie tv…
Non sono uno che legge tantissimo, ho sempre preferito la cinematografia. Spero di non essere ignorante (ride, ndr). La letteratura che mi piace è quella distopica, come 1984 di George Orwell. Sono immaginari che mi hanno sempre affascinato. Il primo singolo è quasi un testo iper-descrittivo sulla puntata San Junipero di Black Mirror. Altri testi continueranno ad avere questi riferimenti, chiari o velati, a questo immaginario che mi è sempre appartenuto e in cui mi sono sentito sempre a mio agio. A volte ci sono rivolti pop, come nel primo brano, ma non l’ho scritto perché tutti ne parlavano. Mi aveva mosso qualcosa dentro. Cerco di fondere ciò che mi succede a ciò che mi piace.

Nel futuro c’è un disco quindi?
L’impostazione finale di questo percorso sarà un disco, che uscirà nel 2019, non so bene quando. Siamo in fase di scrittura e produzione. Voglio definire un’identità, voglio essere più forte e riconoscibile. Probabilmente procedere per singoli potrebbe essere un modo per aggiustare il tiro e capire cosa ha più senso fare. Sbagliando si impara, quindi più hai modo di sbagliare più hai modo di migliorarti e di arrivare a un disco che ti rappresenti.

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