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Enrico Nigiotti: «Cenerentola è un album libero, sincero e vero»

Il 14 settembre è uscito Cenerentola il nuovo album di Enrico Nigiotti. Il cantautore livornese, dopo il terzo posto ottenuto lo scorso anno a X Factor, è tornato a tutti gli effetti con un progetto discografico intenso, anticipato dal singolo Complici in collaborazione con Gianna Nannini. Abbiamo avuto modo di scambiare due chiacchiere con Enrico prima del suo instore milanese. Ecco che cosa ci ha raccontato.

Quali sono le tue prime sensazioni, dopo un anno pieno di lavoro come questo, e a poche ore dall’uscita del tuo nuovo album?
Sono un po’ frastornato. Cerco di godermi l’oggi, ma penso sempre al domani. Questa cosa è da una parte negativa ma dall’altra positiva perché resti sempre in movimento. Sono comunque molto soddisfatto del lavoro. Il titolo che ho dato all’album, Cenerentola, significa per me rinascita e riscatto. Ci sono dentro canzoni che ho fatto in tutti questi anni, quando ancora l’idea di fare un disco era una speranza e non c’era una data definita. È un album che sa di quello, di uno che ci spera e ci prova aldilà dei risultati.

Oltre alla speranza, ascoltando i brani,  si avverte un grande senso di libertà.
Sì, proprio per il fatto che sono canzoni scritte per istinto e bisogno, senza dover seguire regole se non quelle dettate dal cuore. Cenerentola è un album libero, sincero e vero. Mi auguro che tutto questo arrivi anche alle persone.

È una rarità in un periodo storico come questo, in cui tutto sembra preconfezionato.
Ma sai, è anche un po’ la mia storia. Sono sempre stato fuori dalle regole. Vengo da Livorno, se non sono fuori dalle regole io! (ride ndr.)

E della collaborazione con Gianna Nannini cosa puoi dirmi?
È stata una cosa che è avvenuta per un trascorso, nel senso che 3 anni fa le ho aperto tutta la tournée. Ho avuto modo di conoscerla. Io comunque sono cresciuto con la musica di Gianna, da parte mia c’è sempre stata stima nei suoi confronti. Avevo scritto questa canzone e gliel’ho mandata senza pensarci troppo. A lei è piaciuta molto. Prima si chiamava Semplici, lei mi ha mandato il provino di getto dove cantava solo il ritornello e gli è venuta questa parola, complici, che ha chiuso il discorso della canzone. È come se fosse stato il riassunto. Questa collaborazione per me è una cosa importante. Lo è oggi e lo sarà per sempre, sia a livello umano che artistico. È una cosa di cui vado molto fiero. E nessuno potrà mai togliermela perché non è duetto a tavolino.

Te lo aspettavi?
No, io non mi aspettavo proprio niente di quello che sta succedendo. Sognare troppo in grande a volte fa male. Bisogna scrivere, perché bisogna voler scrivere. Poi quello che succede dopo sono cose che succedono e non ci puoi far niente. Puoi solo pensare di far cose belle e di cui non ti vergogni. Questo album rappresenta me stesso, se lo riascolto lo ascolto a volume massimo.

So che a fine anno avrai tre date a teatro a Milano, Livorno e Roma.
Abbiamo scelto come luogo il teatro perché è l’habitat più bello e che si adatta meglio all’album. La cosa bella del teatro è che senti il respiro addosso delle persone. Il posto rende tutto magico. Questo sarà un tour da ascoltare e sentire a occhi chiusi. Spero di provare sensazioni forti, come direbbe Vasco.

A proposito di citazioni, mi viene in mente la seconda canzone presente nel tuo album: Bomba dopo bomba. Me ne parli?
Bomba dopo bomba è come se fosse un messaggio: passo dopo passo devi continuare a essere chi sei senza troppe pippe mentali. Oggi è tutto molto etichettato, le persone si sentono sempre addosso a un muro e in dovere di essere come la gente dice di essere. Quello è un brano molto libertino. C’è molto dell’influenza vendittiana, il pensiero va immediatamente alla canzone Bomba o non bomba. Ma la mia non è una scopiazzata, il titolo ci stava troppo bene. Venditti, poi, lo stimo un sacco. È un grandissimo.

A fine mese, sui nostri canali social, partirà un nuovo format intitolato concerti memorabili. Tu hai un concerto a cui sei maggiormente legato?
Andiamo molto indietro. Ero piccolino, quattro massimo cinque anni. Mio padre, che non suona ma che ascolta molta musica, mi portò a vedere Lucio Dalla e Morandi. Lui in macchina ascoltava solo Clapton e Lucio. E se penso a Dalla, e in particolare a quel concerto, rivivo quei momenti in macchina con mio padre. Sai, alla fine le canzoni servono a ricordare dei momenti. È un po’ come quando una canzone ti cattura perché in quel determinato istante hai bisogno di quella determinata musica. Una canzone che ti coccoli, che ti faccia anche piangere, sfogare e chissà cosa. Sono tutti momenti che portiamo avanti.

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