Onstage

Enrico Silvestrin: «Oggi tutti ascoltano musica. Ma serve maggiore pluralismo»

Non ha bisogno di grandi presentazioni Enrico Silvestrin. Volto di MTV, deejay, conduttore, musicista e attore classe 1972, ha attraversato l’epoca d’oro delle televisione musicale. Da circa un anno Enrico ha lanciato l’ennesima sfida editoriale, un suo canale YouTube su cui propone format, commenta, trasmette live e svolge un ruolo di divulgazione fondamentale per i tempi in cui viviamo.

Ho contattato Silvestrin a novembre ’19, poi per vari impegni sono riuscito a raggiungerlo solo recentemente. In un’epoca in cui la musica è ovunque, in cui il digital ha sconvolto il mercato e le abitudini di tutti, diventa fondamentale avere professionisti competenti in grado di proporre, spiegare e raccontare a un pubblico il più ampio possibile cosa significhi ascoltare una canzone, analizzarla, apprezzarla o contestarla. Fondamentalmente creare luoghi, momenti e situazioni in cui si condivida l’importanza che la colonna sonora delle nostre vite riveste ancora in un mondo oramai divorato da vanity metrics, perenni necessità numeriche, quantità al posto di qualità.

Come inquadreresti la tua nuova avventura su YouTube?
Mi piacerebbe fosse identificata come un segnale di discontinuità con quanto è attualmente disponibile, anche nel senso romantico e vintage del termine. Non si può mai sapere quale sarà l’esito a lungo termine di queste iniziative, in ogni caso il canale sta lentamente diventando un magnete per un pubblico di appassionati. Si è creato uno scambio, un gruppo di persone che condivide. La TV non permette questo, l’interazione secondo me fa la differenza di questi tempi, cementa il rapporto tra persone che si sentono effettivamente parte di qualcosa. E’ tutto molto sentimentale, le cose calde di solito arrivano. Certo, bisognerà poi vedere che numeri farà il canale e se avrà una seconda fase di affermazione. Mi piacerebbe che a prescindere dall’ipotetico successo diventasse qualcosa di conosciuto da più persone possibili. Sai che esiste questa risorsa, puoi non apprezzarlo o decidere di non seguirlo ma sai che esiste“.

Quando hai iniziato la divulgazione tramite social? Qual è l’obiettivo che vorresti raggiungere?
A dire il vero sono tre o quattro anni che ci giro intorno. Avevo iniziato con Facebook e trasmettevo lì, purtroppo il diritto d’autore è un problema inevitabile con cui ci si scontra su ogni piattaforma digitale. Mi è stato detto che avrebbero chiuso il profilo se avessi continuato a trasmettere. Da lì ho provato a capire quale potesse essere il mezzo migliore e alla fine sono tornato su YouTube. Tornato perché ho recuperato il mio canale circa un anno fa. Era in gestione esterna, lo avevo ceduto per mettere le Home Session e se ne occupava in tutto e per tutto un gruppo editoriale, io ne ero completamente fuori. Poi a un certo punto ho ripreso il controllo, un anno e due mesi fa circa. Ho puntato subito su alcuni format: ho idee molto chiare, vorrei che diventasse un canale televisivo a tutti gli effetti, e nel momento in cui questo canale avesse riscontri sempre maggiori vorrei ospitare persone che avessero bisogno dello spazio. Mi piacerebbe regalare spazio a chi come me ha questa passione e necessita di esprimersi. Mi piacerebbe che in qualsiasi momento si fosse in diretta o comunque ci fosse qualcosa, radio o contenuti vari. Un domani magari ci si arriverà, servono risorse che al momento non ho. Ho però imparato a godermi le cose con calma. Avevo questa voglia di fare televisione musicale, è un bisogno mio che non si è ancora sopito“.

A proposito. Da quando il modello di televisione musicale è entrato in crisi?
Da quando MTV ha fatto questa “tafazzata” inspiegabile a livello mondiale: prima negli States, quindi negli altri paesi, l’ordine di scuderia è stato “Basta musica, andiamo verso programmi per giovani, d’intrattenimento puro”. E l’hanno fatto. Da quel momento in poi, visto che la tv in Italia è sempre stata emulativa, ha seguito questo trend copiando i programmi del nuovo corso di MTV. La musica è praticamente scomparsa dalla tv e non c’entra nulla il digitale, Spotify o altro“.

Pensi si possa avere un nuovo modello simile a quello degli anni d’oro?
L’unica considerazione da fare è sempre la solita: quanta gente ha fame di musica? Tantissima. Tutti. Potenzialmente tutti. I concerti fanno sold-out. Spotify lo usa chiunque. Non si vendono più dischi ok, purtroppo non ha più senso venderli, la musica è digitale ma non tutto è stato smantellato. Anzi. Prendi le radio ad esempio. Le radio sono una cartina da tornasole fondamentale. La radio è un medium potenzialmente desueto, nonostante la rivoluzione digitale non è mai stata scalfita in alcun modo ed è ancora al suo posto. I giovani non ascoltano radio d’informazione ma quelle musicali. Perché anche se ci sono quei 40 pezzi buoni per tutti le ascoltano.”

Non credi però che anche le radio musicali abbiano dei limiti? Ad esempio nelle rotazioni stesse che propongono?
E’ proprio qui il problema, manca il pluralismo musicale. Capisco la radio di flusso, che tende inevitabilmente a omologarsi e non differenziarsi. Il problema delle radio tematiche è invece l’assenza totale di rischio. Un’emittente tematica può proporre, come accade effettivamente, gli stessi gruppi tutto il giorno. Ma poi dovrebbe dedicare degli spazi a vari generi, quelli che fecero vincere ad esempio MTV ai tempi d’oro, spazi come 120 Minutes, Headbangers Ball, Yo! MTV Raps, tutti programmi che ti facevano scoprire musica. Le radio tematiche non hanno mai sentito il bisogno di avere un programma sul metal, sull’indie rock o sull’alternative, ed è inspiegabile avendo 24 ore di programmazione. Per me serve il pluralismo sempre, è giusto che tu possa trovare tutto. Un canale musicale deve dare spazio a tutti, la musica è tanta ed è tanto bella proprio perché varia. Escludere non funziona mai, includere funziona sempre. Ripetere i soliti 40 pezzi include ma delude, e non funziona, serve altro“.

YouTube potrebbe quindi essere la risposta. Anche se fondamentalmente è il social degli appassionati di hip hop…
In realtà credo sia il luogo di tutto. E’ vero per carità, se guardi le classifiche e il New Music Friday su Spotify prevale senza discussione la black music, quindi rap, trap, rnb e soul. E’ evidente che le persone abbiano bisogno di quel tipo di linguaggio in questo momento storico, anche questo fa parte della varietà. Mi piacerebbe ovviamente si investisse su altro, ma se vai, neanche troppo nel sotto bosco, di rock ne trovi tanto. Quando faccio radio con la rotazione, ad esempio senza andare in video, è pieno di pezzi con le chitarre. Sia chiaro, per me “rap” non è una brutta parola, mi piace il rap, certo non è il mio genere di riferimento, dopo un po’ mi appallo, ho bisogno di chitarre, ma si vede che è la sintesi più efficace delle nuove generazioni. YouTube è un contenitore, il contenuto dà la forma al contenitore e in questo caso è possibile differenziarsi, proporre musica diversa e andare oltre le mode e le apparenze“.

L’ultima domanda è obbligatoria per chiunque passi da Onstage. Quali sono stati i 3 concerti memorabili a cui hai assistito nella tua vita?
Parlo affettivamente: U2 al Flaminio nell’87, i Mano Negra all’Auditorim Flog di Firenze nell’89 mi pare, Jeff Buckley all’Astoria 2 di Londra nel ’95. Chiaro che ce ne sarebbero molti altri ma questi sono quelli che mi fanno davvero dire “cavolo io c’ero davvero”. Potrei dirti anche gli Iron Maiden a Firenze, ma non sono al livello di questi tre appena citati“.

Commenti

Commenti

TROVA CONCERTI