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Ensi, Joga Bonito: «Nel rap il gioco di squadra esiste»

Venerdì 3 agosto esce Joga Bonito, il nuovo singolo di Ensi in collaborazione con Axos e Nerone. Il rapper sta attualmente lavorando all’album, in uscita nel 2019, e ne abbiamo approfittato per scambiare due chiacchiere sull’inedito e sulla scena del rap.

Ciao Ensi, partirei da una domanda tecnica se posso permettermi: come consideri questo nuovo inedito? Un’anticipazione di ciò che sarà il prossimo album o un progetto a sé stante?
Direi che è da vedere se sarà o meno nel mio prossimo album. Non è un’anticipazione del disco, ma non escludo che possa farne parte, perché il brano mi piace molto. Vediamo cosa succede nei prossimi mesi di lavoro e capiremo se farà parte della tracklist.

Perfetto. Ora parliamo di Joga Bonito. Da cosa è nato?
Da una session molto naturale. In un’epoca in cui si tende a calcolare un po’ tutto, come se giocassimo una partita di scacchi, vuol dire che la musica vince ancora. Basta beccarsi in studio e farsi trascinare dall’energia e dalla voglia di fare musica con persone con cui condividi un’idea. Non succede spesso, perché ormai la mia vita non è solo studio. Faccio il padre e tante altre cose, per cui se posso realizzare progetti come questo sono contento. Anche perché l’energia che c’è in studio si riflette sempre nel brano. Volevamo scrivere una canzone che avesse questo concept, Joga Bonito.

Ecco, approfondiamo un po’ questo concept?
Sì, è un parallelismo col calcio anche se il pezzo non parla di calcio. Si riferisce più ai calciatori che fanno trick funambolici con la palla, facendolo sembrare semplice. Cosa che non è. Se usi questo concetto in riferimento al fatto di essere un rapper, parli fondamentalmente di una tecnica perfetta e di un contesto in cui serve esperienza e talento, facendo però sembrare tutto facile. Questa è l’ispirazione del brano, che abbiamo poi riempito di collegamenti. In termini strumentali, Pitto – con cui non avevo mai collaborato – ha aggiunto riferimenti alla musica brasiliana con bottiglie di vetro, fischietti e cori da stadio per ricreare quella magia. Il titolo invece fa chiaramente riferimento a queste hit caraibiche che vanno tanto ora, ma guai a pensare “Ecco il primo pezzo reggaeton di Ensi”. Vi assicuro che non è così. Non ancora (ride, ndr).

Parliamo del team con cui hai lavorato. Hai collaborato con Axos e Nerone che già conoscevi, mentre la produzione – come hai già accennato – è di Pitto Stail.
Sì, Axos e Nerone li conosco da tempo. Sono ragazzi più piccoli di me, arrivano dalla generazione successiva alla mia, quindi in parte sono cresciuti ascoltando la mia generazione. Parlo soprattutto di Nerone che è un freestyler. Ho percepito da loro questa felicità di lavorare con qualcuno che c’era prima di loro e che stimano. Lo dico per esperienza, perché mi è capitato di lavorare con chi c’era prima di me e anche io provavo quella sensazione. Fa parte del rap: se qualcuno che rispetti ti chiama per fare qualcosa insieme, è qualcosa di cui essere orgogliosi. Sono contento di dare spazio a chi è più giovane di me, l’ho sempre fatto. Li reputo comunque bravissimi in ciò che fanno: Nerone è un fuoriclasse nel freestyle e l’ho conosciuto principalmente per quello, so anche quanta fatica sta facendo perché per un freestyler non è facile fare dischi, per quanto sia uno dei più forti in Italia. Sono contento di non averlo mai beccato in una gara (ride, ndr).

E la produzione di Pitto Stail?
Non lo conoscevo, ma quando ho sentito le sue strumentali ho capito che eravamo vicini musicalmente e in termini di generazione. Ho sentito il sapore hip hop classico, non in senso anacronistico, parlo piuttosto di uno stile senza tempo. L’hip hop è un genere e ormai non è più neache di nicchia, non lo è mai stato vista l’esposizione che ha avuto. Ma c’è una radice di base: la cassa rullante, il basso, il sample e il rapper che ci rappa sopra.

Anche in questa canzone sembra che per te la priorità sia comunque sempre quella di trasmettere un messaggio positivo, in questo caso ‘traslato’ dal mondo del calcio.
Diciamo che Joga Bonito era lo slogan di una nota marca sportiva, ma i temi che affrontava quella campagna erano diversi da quelli a cui mi riferisco in questo brano: gioco di squadra, gioia, condivisione, talento. Sono aspetti che comunque ritrovo nel rap. Il parallelo tra sport e vita è sempre molto forte, soprattutto nella musica. Il calcio è lo sport più conosciuto al mondo, ancora di più nel nostro paese, ma il brano non parla di calcio. C’è solo una rima in tutto il pezzo. Penso più che abbiamo fatto il lavoro inverso: siamo riusciti a prendere l’immagine di Joga Bonito, usando però la nostra chiave di lettura.

A proposito dei valori che hai appena citato, pensi che nel rap si faccia gioco di squadra?
Credo che la nuova generazione sia esplosa proprio per la grande capacità che questi rapper hanno di miscelarsi e collaborare. Quindi sì, anche di fare gioco di squadra. Ho conosciuto tutti questi ragazzi anni fa, anche se ora alcuni di loro sono delle super star. Tra di loro già si conoscevano tutti e facevano musica insieme, infatti più o meno sono venuti fuori nello stesso periodo. Loro hanno imparato dalla generazione prima della mia, anche se anche noi del post 2000 alla fine siamo stati bravi a fare squadra. Mi ricordo che i Dogo mi chiamarono a collaborare, c’era coesione. Forse negli anni ’90 ce n’era meno, e infatti la scena si è un po’ disgregata. Questo però è un altro discorso. Questi ragazzi hanno fatto meglio di come abbiamo fatto noi. Hanno capito di avere un’età comune, un’idea comune e un pubblico comune. Nel rap il gioco di squadra esiste. Bisogna capire se questa situazione durerà nel tempo, perché in base alla mia esperienza quando subentra l’ego le cose si complicano. Succede anche nel calcio in fondo.

Sull’album cosa mi puoi dire?
Forse è prematuro parlarne, uscirà nel 2019. Sono al lavoro e sono molto fomentato al momento. Sono molto contento di ciò che stiamo preparando.

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