Onstage

Fil Bo Riva: «Vi porterò in un mondo tra amore, sogno e realtà»

Il suo album d’esordio uscirà il 22 marzo 2019 e si intitolerà Beautiful Sadness. Nel frattempo, però, Fil Bo Riva, giovane musicista italiano, cresciuto tra Roma e Dublino, oggi di base a Berlino e candidato come migliore cantautore ai Music Moves Europe Talent Awards, ha annunciato le date del tour europeo, che lo vedrà fare tappa anche in Italia. Forte dell’esperienza come opening act nei live di Joan As A Police Woman, Milky Chance e Matt Corby, Filippo Bonamici (vero nome dl cantautore) sarà con la sua band il 12 gennaio all’Auditorium Parco della Musica di Roma in apertura al concerto di Aurora, mentre suonerà come headliner il 3 aprile al Magnolia di Milano, il 4 al Locomotiv di Bologna, il 5 allo Spazio 211 di Torino e il 7 al Monk di Roma. Abbiamo scambiato qualche battuta con lui sul suo disco d’esordio, che, prodotto da Robert Stephenson, arriva a due anni dall’EP If You’re Right, It’s Allright e dal quale sono già stati estratti i singoli Head Sonata (Love Control), Blindmaker, Time Is Your Gun, Go Rilla e L’over.

Beautiful Sadness, il titolo deriva dal fatto che trovi la tua ispirazione per lo più in momenti dolorosi?
Si, questo di sicuro. Il titolo in sé, però, l’ho tratto dal testo della canzone L’over, che a un certo punto dice beautiful sadness simple words. Sai era arrivato il momento di decidere il titolo e guardando sul mio quaderno nella lista di tutti i nomi che avevo non ce n’era nessuno che mi piaceva veramente, quindi ho iniziato a guardare tra le lyrics che avevo scritto e quando ho visto le parole Beautiful Sadness, mi è immediatamente sembrato il titolo giusto, perché c’entrava con tutto il resto.

Raccontami la scelta di questa cover un po’ picassiana, surrealista.
Disegnando sui miei quaderni, ho sempre cercato di connettere il logo dell’EP, con la mano che fa quella specie di OK, portando la mano in sé anche sull’album. Ho disegnato per mesi, poi è venuto fuori questo piccolo disegno in bianco e nero su un foglio che ho dato alla mia ex fidanzata (Josephina Elverfeldt, ndr), che l’ha disegnata e pitturata, seguendo le idee che avevo.

Che spazio occupa il disegno nella tua creatività?
L’interesse principale ad essere onesto non è mai stato suonare, ma sempre portare su carta o su nastro idee, dalla musica al disegno. Ho studiato disegno industriale, quindi la cosa che amo di più fare è creare le cose che ho in testa, portandole su un foglio oppure registrandole. Suonare davanti alla gente, per esempio, è una cosa a cui mi sono dovuto abituare, perché in fondo il mio desiderio era solo quello di creare qualcosa.

Come i video delle tue canzoni. Quello di Go Rilla è molto interessante, con un richiamo alle atmosfere stranianti del cinema di Antonioni.
L’idea iniziale era quella di aprire un mondo di colori specifico che avevo in mente, perché sono cresciuto con video e musica anni ’60 e quindi film come Blow Up o Help dei Beatles, con tutte queste scene che non hanno molto senso, mi hanno ispirato molto. Quindi da anni stavo cercando un regista, che in qualche modo capisse quello che volevo fare e ne abbiamo trovati di bravi, ma mai quello che avesse abbastanza tempo per fare quello che ci piaceva al duecento per cento. Poi abbiamo conosciuto questa ragazza, Marie Schuller, che dopo il mio racconto ha subito iniziato a scrivere l’idea che le era venuta, seguendo le indicazioni sull’ambientazione, i vestiti e i colori che volevo, ma con la massima libertà sulla storia. Lei è una fan di film dark horror e si vede, la storia è molto strana, non l’ho capita molto bene neanche io fino in fondo, ma funziona.

Cosa rappresenta il gorilla?
Come dice Noel Gallagher spesso le cose che scrivi non hanno senso, anche se la gente si chiede cosa voglia dire Don’t look back in anger so Sally can wait. Non lo so, la canzone mi è venuta nel 2016 a Manchester prima del concerto come supporto di Joan As A Police Woman. Ero in bagno e c’era questo poster del posto dove suonavamo, il Gorilla Club, avevo questa melodia in testa e il batterista che stava facendo il souncheck aveva un beat simile, quindi l’ho registrata immediatamente sul telefonino. La strofa, poi, ce l’ho scritta intorno per gioco.

Tutto questo mondo surreale e ironico sembra inedito rispetto a quanto sentito nell’EP.
Scrivendo canzoni giorno dopo giorno, è venuto fuori questo miscuglio tra amore, realtà e sogno, che è diventato il tema principale del disco. Il tutto, è vero, è molto surreale, ma non ci avevo pensato, è stato semplicemente uno sviluppo naturale, dall’amore, all’amore sogno, non realtà e poi chissà, forse un giorno passerò dal sogno a scrivere qualcosa di più politico, ma ancora non ci siamo.

Dal punto di vista degli arrangiamenti l’album è meno essenziale e più morbido del precedente lavoro. Che sintesi volevi ottenere?
Nell’ultimo anno e mezzo siamo stati nello studio di Rob, quasi ogni giorno, lavorando in due, perché Felix Remm suona la chitarra e scrive le canzoni con me, in tre o anche da solo. Avendo anche la possibilità di non dover registrare dal vivo, abbiamo iniziato a costruire le canzoni come un grattacielo, mettendo prima una cosa, poi un’altra e un’altra ancora, quindi suona più ricco, sperando però non eccessivamente. L’EP l’avevamo registrato in cinque giorni, qui invece abbiamo provato e scartato molte versioni, ogni canzone ne avrà avute almeno cinque o sei scartate e alla fine è uscito quello che veramente volevamo fare sentire.

Da anni vivi a Berlino, la città è entrata in qualche modo nel disco?
Berlino è così triste che ti spinge a essere creativo, tutto qui.

So che ci sarà anche una canzone con il ritornello in italiano, una novità per te, avrà un seguito?
Può darsi. L’idea è nata perché ho sempre pensato di scrivere solo in inglese, fino all’anno scorso, quando ho avuto una fase in cui ho ascoltato per mesi tanto Luigi Tenco e Rino Gaetano, musica con dei ritornelli molto potenti. Poi sono andato in vacanza in Sardegna, a Carloforte, e così mi è venuta l’idea, avevo la melodia in testa, l’ho registrata con la voce e poi tornato a Berlino l’ho messa giù. C’è anche una strofa con l’autotune! Era uno scherzo, ma alla fine l’abbiamo lasciato.

Un miscuglio interessante. Oltre a Tenco e Gaetano, ci sono altri artisti italiani che ami?
Dal 2001 dopo i Beatles e gli Oasis, tra i miei gruppi preferiti vengono i Lunapop. Cremonini per me è ancora oggi un mito. Poi, crescendo ho ascoltato un po’ della musica che ascoltava mio padre, robe tipo Lucio Dalla, Lucio Battisti e altri grandi.

Avendo iniziato la tua carriera musicale a Berlino, cosa significa tornare a suonare in Italia?
È bello, ma strano, perché sono più di dieci anni che non abito qua e l’unica persona con cui parlo italiano al telefono qualche volta è mio padre, che abita a Roma. Poi ho qualche amico italiano a Berlino, ma non sono molti. L’idea di parlare al pubblico, che già non mi fa impazzire, mi sembra ancora più strana in italiano, però, suonare per il pubblico qui è bellissimo. Quest’anno abbiamo fatto un concerto a Milano a maggio ed è stato bello perché il pubblico ha un’energia molto diversa rispetto a Monaco, Londra o Berlino, dove le persone sono molto più tranquille, qui invece sono molto più gasati ed è bello per noi.

Come sentiremo il disco nei live?
A Roma a gennaio apriremo per Aurora, quindi saremo solo in tre, mentre invece ad aprile saremo in cinque, perché adesso abbiamo un quinto elemento che si è aggiunto alla formazione. Le canzoni saranno un po’ più piene avremo tanto pianoforte, un po’ di organi, chitarre, più voci. In questi mesi stiamo sviluppando quello che abbiamo fatto su nastro per la versione dal vivo, quindi, non andremo a ballare, ma ci impegneremo a cantare e a suonare molto bene.

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