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Fiori sui balconi, Federica Abbate: «Ora racconto la mia verità, quella di nessun altro»

Dopo essere diventata una delle ‘penne’ più famose d’Italia (i media la definiscono ‘penna di platino’), Federica Abbate ha deciso finalmente di scrivere per sé. L’8 settembre, in occasione della Milano YouTube Week, è stato presentato il suo primo singolo, Fiori sui balconi, che mostra un lato inedito di Federica e tira fuori, soprattutto, la parte più scomoda ma più vera della cantautrice. Ci siamo fatti raccontare da Federica cosa rappresenta questo brano per lei e cosa la attende nel futuro.

Che effetto fa leggere accanto al tuo nome la parola cantautrice?
Il passaggio è stato lungo e ci ho lavorato parecchio. Quattro anni fa sono nata come songwriter, sono partita dalla canzone. Quando finalmente ho messo insieme una serie di canzoni in cui avevo qualcosa da dire, qualcosa che mi rappresentasse profondamente, è avvenuto il salto da autrice a cantautrice.

Come ti definiresti come cantautrice?
Nelle mie canzoni, c’è un’identità linguistica e melodica che è legata proprio a me. Soprattutto come persona, come essere umano. E, in secondo luogo, in termini di vocalità.

Quindi sono arrivate semplicemente le canzoni…
Sì. Non canto perché voglio cantare. Non è un canto fine a se stesso. Sono nate delle canzoni che potevano essere cantate solo da me.

Non le avresti date a nessuno?
Assolutamente no! Anche perché a chi puoi dare Fiori sui balconi (ride, ndr).

Ecco, parliamone…
Quella canzone sono io. Nasce da un beat di Takagi & Ketra, su cui io ho costruito la melodia. Subito dopo è nato in modo molto spontaneo il testo. Il titolo è chiaramente un gioco di parole: i ‘fiori’ sui balconi’ indicano che sono un po’ anche ‘fuori come un balcone’. Volevo porre l’accento sul concetto di ‘fuori luogo’, è una tematica ricorrente nella mia vita. Il ‘fuori’ si riferisce a quella sensazione di inadeguatezza, quando non ti senti all’altezza. È un sentire comune, anche per i giovani. Il mondo è difficile. È difficile emergere, esprimersi, farsi sentire.

È un fuori dalla duplice natura, però…
Sì, c’è anche il bisogno di andare fuori. Di stordirsi, di cercare di evadere da problemi che altrimenti non possono essere risolti. È più facile rimuoverli. C’è anche un’accezione positiva però: quella di crederci e provarci. È la soluzione più difficile, soprattutto per i giovani d’oggi. Per me, almeno, lo è stato.

In che senso?
Be’, ho avuto imprevisti, intoppi. Le difficoltà sono tantissime, però bisogna andare avanti. Sognare ancora e andare avanti.

In effetti, alcune parti del testo nascondono questo senso un po’ agrodolce. Dici che vuoi salvare il mondo ma non ci riesci.
Il testo sono io al 100%. Hai presente quando hai voglia di andar via, ma poi alla fine dici resto?. C’è una malinconia che aleggia nel pezzo, ma io sono del resto fortemente malinconica. Ho voluto tirare fuori non la parte più vincente di me, ma la parte più intima e scomoda. Che è anche quella più vera.

Perché dici così?
Ho 26 anni, vivo a Milano, in una città grande. Mi dà tante possibilità, ma nello stesso tempo è difficile da conquistare.

Ti senti esposta con questo brano?
No, mi sento molto contenta di poter condividere quello che le persone della mia età spesso non hanno il coraggio di dire. Si tende molto a mostrare il lato più vincente, più figo, più luminoso. Anche sui social. Mi sono sentita portavoce di una parte più umana, più normale. Ci dimentichiamo che esiste, perché non fa notizia. Non è interessante. Invece penso che sia la parte più interessante e che ognuno debba avere il coraggio di accettare i propri ‘fiori sui balconi’. Di accettarsi nelle proprie imperfezioni. Nessuno è perfetto.

Anche perché è importante accettare anche le proprie mancanze.
È in quel momento che smetti di sentirti fuori luogo.

Il video è perfettamente in linea col senso del brano. Giri per le strade di Londra in pigiama.
Londra è una città che amo tantissimo, è un luogo molto urban, proprio come la mia musica. Ha, però, anche un aspetto molto sognante. E poi esiste un modo migliore per esprimere il ‘fuori luogo’ del pigiama? Io sono così, non amo nascondere i miei difetti, amo mostrarmi. Il pigiama mi sembrava l’outfit adatto.

Come è stato andare in giro in pigiama?
Sai, è stato tutto molto spontaneo. Volevo presentarmi agli altri così come sono, per cui il modo era giusto.

Il processo di consapevolezza di cui parli sembra semplice, ma non lo è…
Infatti è stato un processo umano per me, di conoscenza di me stessa. Crescendo, si impara anche ad accettarsi. La musica è venuta insieme a questa mia crescita interiore. Ho scoperto che la mia parte scomoda e meno vincente è stata in realtà quella che mi ha permesso di vivere la vita più intensamente. Ho fatto dei passi in avanti verso i miei obiettivi.

Mi sembra di aver capito, comunque, che ci siano altri brani.
Assolutamente sì. Li ho tutti in cantiere, spero di farveli sentire presto.

E la parte di te che ama scrivere per altri?
Mi piace tantissimo scrivere per altre persone. L’ho fatto per tutti questi anni e per me sono stati anni importanti, in cui ho sperimentato con la scrittura per arrivare a esprimere ciò che avevo in testa. La scrittura per me. Potevo arrivarci solo lavorando sodo.

Sono due cose diverse però?
Assolutamente. La scrittura per altri ti impone di prendere le misure su un’altra persona. Se scrivo per me, è un atto estremamente spontaneo. Mi appaga. Tira fuori la mia verità e quella di nessun altro.

Continuerai a scrivere per altri quindi?
Sono due matrici completamente diverse. Continuerò a scrivere per altri, continuerò a scrivere per me. Sarò sempre consapevole di quando un brano è per me e di quando non lo è.

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