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Francesca Gaza presenta Lilac for People: «Le canzoni sono fiori da donare alle persone»

Cresciuta a Monaco di Baviera, da madre toscana e padre rumeno-tedesco, rientrata in Italia diciottenne per studiare alla Siena Jazz University e da settembre in Svizzera per frequentare il master in composizione al conservatorio di Basilea, Francesca Gaza è senza dubbio una cittadina del mondo. Anche la musica del suo debutto discografico Lilac for People, uscito il 5 aprile in formato fisico e digitale, già dal primo ascolto risulta piuttosto refrattario a confini di genere.

Nelle otto tracce del disco – sette inediti, tra cui i singoli Lilac e Almond Tree, più lo standard di Hoagy Carmichael I Get Along Without You Very Well composte e arrangiate da Francesca per l’ottetto Lilac for People, formato da Jacopo Fagioli (tromba, flicorno), Francesco Panconesi (sax tenore), Federico D’Angelo (sax baritono, clarinetto basso), Lorenzo Pellegrini (chitarra), Luca Sguera (tastiere, elettronica), Alessandro Mazzieri (basso, elettronica) e Mattia Galeotti (batteria), si intrecciano con raffinato equilibrio jazz, musica da camera, suggestioni pop e sonorità elettroniche. Abbiamo scambiato qualche battuta con lei su questo progetto, realizzato con la produzione artistica di Andrea Lombardini e con cui a luglio, dopo le date in Svizzera e Germania, tornerà a suonare in Italia.

Lilac for People è un disco bello e ricco di contaminazioni, come ci sei arrivata?
Ho studiato quattro anni jazz a Siena, però oltre che col jazz sono cresciuta con la musica classica, i Beatles e altre varie influenze. E poi mi hanno sempre affascinata gli ensemble un po’ più grandi, le big band, le orchestre, per ora sono arrivata all’ottetto, vediamo dove mi porterà il futuro. Ora sto studiando composizione classica e contemporanea qua in Svizzera. Insomma, nel mio bagaglio c’è un po’ un miscuglio, che va dalla classica, al jazz, alla musica d’autore italiana, a quella rumena di mio padre e cerco di prendere tutti gli elementi che mi piacciono e di rifletterli in questa musica, che per me è sempre difficile riuscire a definire.

Cambiando prospettiva: in che modo ti rappresenta questo disco?
Sicuramente mi rappresenta tanto per il fatto che ci sono degli strumenti che adoro, mi piace moltissimo la varietà di colori che si riesce a creare con i vari timbri, un po’ come in un dipinto. È una cosa che mi ha sempre affascinata e nel mio primo disco volevo creare una palette di colori da dipingere su questo quadro musicale, che mi rappresenta anche per la varietà di generi che contiene, con alcuni pezzi più vecchi di stampo jazz, che risalgono al mio periodo in accademia, e altri molto più nuovi, che ho scritto poche settimane prima di registrare il disco e che sono una fotografia del percorso fatto insieme all’ottetto.

Come è nato questo ensemble?
Premetto che per me è stato fondamentale fare questo disco con i sette musicisti che mi accompagnano, che oltre a essere musicisti di altissimo livello, sono anche dei grandissimi amici. Stiamo condividendo questo percorso da cinque anni, perché ci siamo conosciuti all’accademia di Siena e con quattro di loro addirittura eravamo coinquilini, quindi sono proprio famiglia. Per la mia laurea volevo mettere su un progetto allargato e ho chiesto a loro, perché anche se non ci piacciono esattamente le stesse cose, stiamo benissimo insieme e così il progetto ha preso il volo. Certo, poi siamo andati tutti in posti diversi, anche musicalmente, però per me era molto importante, che il primo disco fosse legato alla mia crescita personale.

Lilac for People, cosa rappresenta questo titolo?
Lilac è stato il primo pezzo che ho scritto per l’ensemble e il lillà, lo so, è un po’ cheesy questa cosa, comunque è il fiore che ha caratterizzato tutta la mia infanzia, perché sono cresciuta accanto a questo bosco di lillà e ogni anno lo vedevo fiorire. Per me è sempre stato molto affascinante vedere come le stagioni si manifestano sulla natura, sugli alberi e influenzano le persone, il loro mood, quindi ho voluto dare questo titolo, perché il lillà per me è la musica, un fiore da donare alle persone.

Infatti hai descritto il disco come un giardino immaginario. Tra riferimenti bucolici, il susseguirsi delle stagioni e accenni alla mitologia, da dove arrivano i temi forti delle tue canzoni?
Da un lato, come accennato, dalla natura. Nel disco ci sono otto brani, due brani a stagione, perché è successo che li scrivessi in quella stagione specifica, che in effetti riflettono per emotività e atmosfera. Nella tracklist, poi, ho variato l’ordine, anche per ragioni di accostamenti sonori, ma nel booklet i testi sono raggruppati nell’ordine stagionale, che viene anche spiegato. Questo, ma non solo, ci sono anche vicissitudini personali, storie che mi hanno commossa, desideri, incertezze, è un album molto personale.

Canti in inglese, questione di riferimenti artistici o c’è altro?
È una domanda interessante, che mi sto ponendo anch’io ultimamente. Sono cresciuta ascoltando principalmente musica inglese, quindi mi è sempre venuto più facile pensare alla poesia o alla prosa in inglese, che sento molto vicina come lingua. Diciamo che era anche un modo per non privilegiare una delle lingue in cui sono stata cresciuta e poi mi affascina per tutte le metafore che permette. L’italiano ti porta a metterti veramente a nudo, però ci sto provando, ho questo desiderio e non escludo che il prossimo disco sia in italiano.

Classica, jazz, i Beatles, ci sono altri artisti che ti hanno influenzata? Nella tua musica si sentono echi da Björk, a Emiliana Torrini e a tutto quel cantautorato femminile un po’ più sperimentale.
Sì, sicuramente Björk mi piace tantissimo, soprattutto per la scelta degli arrangiamenti e dei colori timbrici che usa tra i vari strumenti, in ogni album è completamente diversa. Un’altra artista che adoro è Laura Mvula, la trovo geniale, anche lei con un ensemble più allargato. Poi ci sono Joni Mitchell, My Brightest Diamond, Kimbra, St. Vincent, ce ne sono tante, mi piacciono quelle figure che scrivono, compongono e interpretano la loro musica, che quindi è una vera e propria riflessione della loro personalità. Nel jazz mi piace Maria Schneider, che è una compositrice e direttrice d’orchestra pazzesca.

Come hai pensato l’intreccio di generi e sonorità di questo disco?
Non è che l’abbia progettato, mi è venuto spontaneo, perché quando scrivo musica e spero di migliorare, ho ancora una lunga strada da fare negli anni, però cerco sempre di essere il più libera e sincera possibile, di non pensare in categorie o di scrivere per una certa cosa o in un certo modo. Di solito scrivo pensando a un pathos o a un messaggio principale del brano e poi da lì parte tutto.

Come funziona?
Per me la cosa principale della composizione è il mood, infatti molto spesso, arriva la musica prima del testo. Parto dalla coda o dalla parte centrale, cerco di pensare all’architettura del pezzo, proprio come fosse una casa da costruire e poi penso agli strumenti come a dei personaggi specifici nella storia che sto raccontando. In tutto questo inizio sempre dal pianoforte e poi cerco di capire dove voglio andare. Confesso un debole per i fiati, infatti ne vorrei avere mille, per ora ne ho tre e già è un problema girare così, ma mi piacerebbe molto. Poi, di solito, durante il processo di arrangiamento musicale arriva il testo. Nell’ultimo pezzo di questo disco, I Have Heard, le due cose sono arrivate insieme, mi sono seduta al piano e sono arrivate sia la musica che le parole, è stato un momento unico, di solito ci metto settimane, mesi!

Avete già fatto un’anteprima italiana di quattro date per presentare il disco, com’è stato portarlo dal vivo?
Molto bello, perché anche se i pezzi sono fissati su disco, va a finire che li cambiamo sempre un po’. I sette musicisti con cui suono sono improvvisatori, musicisti a tutto tondo, quindi sono proprio io a dirgli a volte di prendersi un po’ più di libertà in quella sezione, piuttosto che in quell’altra. È vero che sono una perfezionista, quindi tendo a scrivere tutto nel minimo dettaglio, ma, col tempo e con la fiducia che sto maturando in questi musicisti pazzeschi, sono sicura che ci sarà sempre più spazio per l’improvvisazione. Già in questa leg ogni concerto è stato vagamente diverso a seconda del pubblico e dei pezzi che scegliamo per la scaletta, da questo punto di vista non ci poniamo schemi. Per esempio al LUME di Milano volevamo spingere di più, mentre il giorno dopo abbiamo suonato in un salotto, per cinquanta persone tutte sedute per terra ad ascoltare e lì è stata una cosa strana, meravigliosa, i pezzi sono proprio sbocciati.

Crediti foto: ©LLeis.

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