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Francesca Michielin racconta Feat: «Un progetto libero, collettivo e sperimentale»

Si intitola Feat (Stato di natura) il nuovo progetto di Francesca Michielin, disponibile da domani in formato fisco e digitale. Undici tracce per tredici featuring con alcuni dei più importanti nomi della scena italiana – Måneskin, Fabri Fibra, Shiva, Elisa e Dardust, Carl Brave,  Charlie Charles, Gemitaiz, Coma_Cose, Max Gazzé, Giorgio Poi, Takagi&Ketra con Fred De Palma – e realizzate in collaborazione con svariati producers, tra cui Tommaso Colliva, Frenetik&Orang3, Takagi&Ketra, Dardust, Carl Brave, Giorgio Poi e Fabrizio Ferraguzzo. Un caleidoscopio sonoro, esploso dall’incontro tra Natura e Urban, due dimensioni tra le quali Francesca ha imparato a muoversi e nel quale emergono le tante anime di un’artista bramosa di esplorare, sperimentare e condividere, a due anni dal personalissimo 2640.

Anticipato dal singolo Cheyenne ft. Charlie Charles, Feat (Stato di natura) è stato presentato con una serie di tre live set differenti per sonorità e ambientazione, disegnati ad hoc attorno allo stile di ognuno dei tre singoli presentati per l’occasione. Un’avventura partita il 20 febbraio dal Rocket di Milano con l’Electro Vintage Set e il singolo Gange ft. Shiva – l’unico suonato alla presenza del pubblico, prima che i decreti per arginare la diffusione del Covid-19 fermassero la grande macchina dei live -, continuata “a porte chiuse” con l’Urban Orchestral Set alle Officine Meccaniche, andato in streaming sulla pagina Facebook di Francesca e nel corso del quale è stato presentato Riserva Naturale con i Coma_Cose, e conclusa con il Milano Multietnica Set realizzato alla Triennale di Milano e disponibile su RaiPlay con la partecipazione dei Selton, della multietnica Orchestra di Piazza Vittorio e del rapper Fabri Fibra con la Michielin in Monolocale. Tre serate che hanno raccontato lo spirito di questo progetto e dalle quali verrà estratto lo speciale Francesca Michielin – Il mio Stato di natura, in onda su Raiplay domani alle 21.00.

Sempre domani, insieme al disco e allo speciale con le immagini tratte dai live, uscirà anche il quarto singolo estratto da Feat: Stato di natura ft. Måneskin, il brano manifesto del progetto, che il 20 settembre 2020 porterà Francesca sul palco del Carroponte per quello che, più che un normale concerto, si annuncia come una grande festa di fine anno (biglietti disponibili su TicketOne).

Feat (Stato di natura) è figlio di un contrasto, quello tra la natura e la città. Com’è diventato un elemento così importante della tua vita e come hai trovato un equilibrio tra le due entità? Da quando ho sedici anni, ho passato la vita a fare da pendolare tra Bassano del Grappa, che è la città dove sono nata, cresciuta, ho studiato e Milano. L’approccio con Milano è stato traumatico, perché Bassano è un’isola felice del Veneto, un luogo collinare, in pedemontana, con dei boschi bellissimi, passeggiate bucoliche, sembra veramente di essere in un film o nei paesaggi di Orgoglio e pregiudizio della Austen. Alla fine, ho capito che in questo momento, anche se cercavo una casa fissa, questo dualismo, il mio essere tra due luoghi molto diversi, è la realtà che mi appartiene di più.

Come si è tradotto questo contrasto a livello tuo, personale? Se prima avevo una visione ampia della vita, perché sono cresciuta in una famiglia molto aperta come mentalità, sicuramente Milano mi ha aiutata molto ad aumentare il concetto di comunicazione istantanea, di collegamento con gli altri. Anche il fatto di avere una metropolitana, per chi arriva da fuori la dimensione della metropolitana è molto affascinante, così come la vitalità che ha la città stessa, praticamente non dorme mai e questa cosa ogni tanto ti fa sentire anche più sicura. Quando sono arrivata a Milano abitavo vicino alla Darsena in un monolocale, infatti nel disco c’è anche un brano con Fibra, che si chiama così e ero veramente da sola, completamente, avevo solo la musica e me stessa, quindi ho dovuto per forza sentirmi accolta dai luoghi, dai paesaggi, dalle strade, da tante cose tipiche della cultura urbana ed è bello quando riesci ad accettare il luogo in cui vivi e a farlo tuo.

Parliamo di musica, quest’album di te ci racconta che sei musicalmente onnivora, in una maniera stupefacente. Di che percorso è il risultato il caleidoscopio di suoni che sentiamo in Feat? Sono sempre stata una grande amante della musica senza confini ed etichette. Quando ero più giovane, il concetto di generi nella musica era molto rigido, mentre adesso è più fluido. Io, però, sono proprio cresciuta con uno spirito di ascolto totale, un po’ perché ho avuto in famiglia tre personalità, mia madre, mio padre e mio fratello, che ascoltavano tutti cose diverse, un po’ perché in quella fase della vita, in cui sei più insicuro, la preadolescenza e l’adolescenza, mi sono ritrovata ad avere la musica come mia alleata. Avevo iniziato a suonare da piccola e in quel periodo uscì tutta la produzione di Mark Ronson, quindi Amy Winehouse, Adele, Daniel Merriweather, Duffy, tutto quel mondo lì, che univa molte cose dal jazz, alla musica classica, al pop, all’R&B e che, quindi, anche a livello vocale è stato un momento molto ispirante per me. Se nasci nel periodo delle grandi interpreti Mariah Carey, Celine Dion, vuoi fare la cantante e vivi in una realtà piccola come quella dove sono cresciuta io, il rischio è di finire col volerle imitare, ma io ho scoperto presto che non volevo etichettarmi, volevo ascoltare Kelis e Damien Rice, perché mi piace e credo che sia anche il dovere dell’artista in questa fase musicale nuova e con un passato molto florido. Il fare una scelta e una sintesi è un approccio interessante.

Feat era un progetto che avevi in mente da tempo o ti sei resa conto strada facendo che quella condivisione era il tuo stato di natura? Fare un progetto di collaborazioni è veramente complesso, ci vuole una grande pazienza, una grande capacità di ascolto dell’altro e, soprattutto, devi essere in uno stato emotivo e psicologico molto sereno. Molti artisti soffrono la collaborazione, perché la vedono come un momento in cui uno schiaccia l’altro e non ci si riesce a esprimere bene, invece, io ero serena, perché arrivavo da un disco molto personale, che avevo scritto tutto io e che vivo come fosse mio figlio. Alla fine di quel ciclo, però, mi sono detta: sai che c’è, questo disco e l’iter da cui arriva lo seppellisco, non esiste più e voglio fare un progetto collettivo, sperimentale e totalmente libero.

E poi com’è andata? In alcune fasi ho scritto io i brani e li ho proposti agli artisti, perché ci vedevo una possibilità di interpretazione interessante, è il caso di Coma_Cose o di Fibra, quei brani li ho scritti pensando a loro. Altri brani, come quello con Shiva o con Elisa, invece, li ho proprio scritti in studio.

Parlare di condivisione di questi tempi sembra quasi paradossale. Credo che questa sia una fase storica molto complessa. C’è molto ego in questo momento storico, uno stato di narcisismo patologico, dilagante, quindi mi piaceva molto l’idea di creare un progetto, perché non è neanche un disco, ma proprio un progetto, che si basa sull’incontro, sulle differenze che abbiamo, le esperienze e i suoni che abbiamo, ma anche i suoni che non abbiamo, perché se prendi il brano con Shiva, non è trap, non ha niente di trap, anzi è molto Jay-Z fine anni ’90. Il bello è stato proprio scardinare alcuni cliché, con Elisa, ad esempio, canto con l’autotune, in quello con Carl Brave a un certo punto parte uno scat jazzistico e quello con i Måneskin è di suo molto crossover, senza contare che già il rock è un genere coraggioso di questi tempi. Sento che è venuto fuori un progetto davvero autentico, perché in tutta questa diversità, alla fine, c’è anche molta coerenza, non ci sento brani forzati, featuring “politici”, ma una visione di insieme di collaborazione e di completamento.

A proposito di Måneskin, domani insieme al disco esce il singolo Stato di natura, pezzo che apre il disco e che hai descritto come brano manifesto. Ogni volta che faccio un disco mi piace mettere come prima canzone quella che per me è un manifesto programmatico di tutto. In questo caso ho deciso di farlo con Stato di natura. Già il titolo è un concetto conosciuto nell’ambito della filosofia, del diritto e riguarda una scuola di pensiero, capitanata da Hobbes e Locke, in cui si pensava che l’uomo non potesse vivere nella natura, allo stato brado, perché faceva questo bellum omnium contra omnes, mentre nella città, nella legiferazione, nello stato di diritto avrebbe trovato pace, serenità e cooperazione. La verità, però, è che in questo momento è come se vivessimo nella sublimazione di quello stato di diritto. In teoria dovremmo rappresentare lo stato della società più progredita, ma la verità è che siamo tornati a essere delle belve gli uni contro gli altri, perché abbiamo scardinato tutto il valore della comunicazione. L’uomo è umano soprattutto perché ha il dono della parola e il fatto che la parola venga utilizzata sempre in maniera violenta, aggressiva, per mettere alla gogna qualcuno, per distruggere qualcun altro, visto che ti senti insicuro tu, ha generato uno stato di violenza verbale insostenibile, almeno, io non lo sostengo più. Nello specifico con i Måneskin ho voluto parlare della figura femminile e della parola che ferisce la figura femminile nella quotidianità: le donne non sanno guidare, fanno casini, non capiscono niente, no possono allattare in pubblico, ma guarda questa scostumata, bla bla bla. E volevo un punto di vista maschile, perché spesso, quando succedono questi scandali comunicativi legati alla figura femminile, dicono che le donne devono esporsi, ma non è forse il caso che ci esponiamo tutti, uomini e donne? Se no torniamo a questo otto marzo privo di significato in cui ti regalano le mimose e il giorno dopo si sono dimenticati. Quindi mi piaceva l’idea di chiamare questi ragazzi giovani, che sposano questo tipo di sound e Damiano ha una visione molto bella e matura per la sua età.

Delle collabo di questo disco potremmo parlare per giorni, ti sei messa in gioco tantissimo, ma qual è stata quella che ti ha portata più lontana dal tuo territorio, quella che invece ti ha sorpresa per quanto ti sei trovata a tuo agio? Sembrerò pazza, ma mi sono trovata molto bene in tutto, perché come dicevo ho sempre avuto un amore per questa totalità musicale, per me non è una questione di genere, ma di attitudine, di visione. Io sono nata ascoltando tendenzialmente cose rock, anche molto pesanti, però ho sempre trovato in alcuni rapper un’attitudine rock. Fabri Fibra, per esempio, so che con lui posso parlare in maniera molto seria di musica, di arrangiamento, di visione, poi, lui arriva dalla provincia come me, quindi ha questa attitude che si mette sempre in ascolto. È una cosa che ho sentito da parte di tutti gli artisti che ho coinvolto, è tutta gente che ama sperimentare, aperta e io di base ascoltando un po’ di tutto e amando la musica fatta bene a prescindere dal genere, mi sono divertita a fare tutto in Feat.

Anche il live è un po’ il tuo stato di natura. Questo progetto infatti hai scelto di  presentarlo con tre set differenti nei suoni, in parallelo al singolo che presentavi di volta in volta. Sei anche stata la prima a trovare un modo per portare la tua musica live in queste circostanze e a dimostrare che la musica non si ferma! Ho avuto la fortuna di essere supportata da un team fantastico, perché, in una situazione così complessa, decidere di fare un concerto a porte chiuse non è da tutti. Il disco, però, era strutturato per avere una presentazione di circa un mese, con queste tre date, a cui corrispondeva come genere stilistico il singolo, che sarebbe uscito poi a mezzanotte del venerdì. Era tutto studiato per essere un racconto basato sull’incontro, sulla diversità di musica, di persone e, alla fine, è stato bello riuscire a fare questo tipo di comunicazione. Ovviamente il pubblico ti manca un sacco, inizialmente sei spaesato, però sai che stai facendo qualcosa di bello con loro e per loro, anche se non sono lì fisicamente.

Per l’occasione hai riarrangiato nei tre mood diversi alcuni dei tuoi pezzi più amati e non deve essere stato facile. Cosa hai scoperto della tua musica lavorando i tre set? Ho sempre avuto la fissa che i brani si possono arrangiare in mille modi. Riarrangiare i brani per dare loro più vita è una cosa che ho sempre fatto e studiando jazz ho assimilato il concetto che ogni brano è uno standard, nel quale ogni musicista aggiunge il solo, la reinterpretazione o il riarrangiamento, quindi un brano può avere più nature e questa cosa mi affascina un sacco. Il lavoro che ho fatto per questi set è stato complesso a livello tecnico, perché ho orchestrato per archi, ho preparato arrangiamenti insoliti, però devo dire che mi diverte. Anzi, se mi chiedessero cosa voglio fare di lavoro da qui al resto della mia vita, sarebbe riarrangiare pezzi.

Il 20 settembre suonerai per la prima volta al Carroponte di Sesto San Giovanni, Milano. Come stai pensando questo concerto? Vista la natura di Feat potrebbe essere una festa con tanti ospiti. Esatto, l’idea è quella di creare non un concerto normale, ma una festa di fine anno. Mi piacerebbe tanto anche unire il lavoro che è stato fatto in questi set con il disco, cioè vorrei lasciare le canzoni di Feat abbastanza fedeli all’originale, ma ovviamente riarrangiarle, inserendo qualche elemento nuovo e delle contaminazioni derivate anche dall’esperienza di questi tre set.

Cinzia Meroni

Foto di Roberto Graziano Moro

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