Onstage

Francesca Michielin: «Voglio sperimentare cosa significa stare in discoteca»

È partito da Castelvetrano, in Sicilia, il #TourSopraLaTechno di Francesca Michielin, che la vedrà, per la prima volta in assoluto, nelle discoteche d’Italia. Non un dj set e ci tiene a specificarlo Francesca, che salirà sul palco con i suoi strumenti e proporrà un set tutto elettronico. Un’esperienza del tutto diversa da quelle alle quali ci aveva abituato, un mondo nuovo anche per lei – come racconta nella sua Comunicare, “in discoteca non sono mai andata a ballare, perché non si riesce a far altro che limonare” – che si è però detta prontissima ad esplorare. Nel corso della nostra chiacchierata abbiamo parlato di Femme, il singolo a tema mansplaining che ha anticipato il tour, delle disco, di pause e di pace. E mille altre cose.

Parliamo subito di Femme. Nessun’altra avrebbe potuto cantarla meglio di te: negli anni, hai dimostrato non solo di essere preparata musicalmente, ma anche di essere una “testa pensante”, con un occhio sempre vigile su ciò che ti circonda e sui tempi che stiamo vivendo. Raccontaci un po’ il pezzo.
Femme l’ho scritto con Edoardo D’Erme (Calcutta) almeno un anno e mezzo fa. L’ho scritto perché sentivo l’esigenza di dire determinate cose, parlare di cose che ero stanca di sentirmi dire: quando sei una donna e fai la cantante, la musicista, ma anche in situazioni diverse, anche a scuola, incontri sempre dei pregiudizi. È inevitabile. Così è nato Femme, un brano che inizialmente aveva delle caratteristiche un po’ trap e questo ci ha fatto nutrire alcuni dubbi sull’arrangiamento: ed è per questo che l’ho lasciato un po’ in cantiere, perché sentivo che 2640 aveva un aspetto organico già così com’era e sapevo che comunque, col tempo, avrei avuto modo di tirarlo fuori, ma solo quando mi sarei sentita pronta.

Quando hai pensato alla possibilità di remixarli?
Quando mi trovavo in studio, con Cosmo, cominciavo a rendermi conto che i riff di questo disco erano molto forti, molto caratteristici, e mi piaceva l’idea di prenderli e riproporli in un contesto diverso, in un progetto elettronico nelle discoteche e nei club. Poi, quando ho preso coscienza di questa cosa, volevo annunciarla con una versione remixata di questo pezzo – che poi remixata non è il termine adatto, visto che la versione originale non l’ha sentita nessuno – e ho chiesto a Bruno Belissimo se avesse voglia di lavorare su questo brano, in occasione del tour.

E quella voce che sentiamo in apertura?
La voce all’inizio del brano è quella di una youtuber spagnola, che ha fatto un video di denuncia nel quale parla del fatto che un professore universitario le riserva un trattamento differente rispetto ai suoi compagni, solo perché donna.

La collaborazione con Bruno Belissimo e il tour esaltano una parte di te che, a tratti, avevi lasciato intravedere. Pezzi come Lontano, Battito di ciglia, Vulcano ne sono un esempio. L’idea di ambientare in tour in realtà più piccole, lontane dai grandi centri e di passare per le discoteche a cosa è dovuta?
Il motivo è che voglio renderlo credibile. Mi spiego: sono pubblicamente riconosciuta come un’artista che suona ai suoi concerti, ma non veramente come una che suona con un suo set elettronico, come una Dj o come una che persona che, sostanzialmente, può suonare in determinati contesti. Voglio fare molta palestra. Dico la verità quando dico che non sono mai entrata in una discoteca e quindi voglio sperimentare cosa significa stare in discoteca, che cosa piace alle persone, se questo set funziona, se questo set non funziona. Normalmente nelle discoteche vanno i Dj, il fatto di suonare dal vivo i propri remix è una cosa complicata persino da spiegare. Per me è quindi fondamentale capire, partendo da determinati contesti e chissà che, se dovessi rendermi conto che piace, io non decida di replicarlo in luoghi diversi, che con le discoteche non hanno nulla a che vedere.

In un’intervista rilasciata da poco, hai raccontato che, a breve, partirai per l’America Latina. Hai giurato che avresti, per una volta, messo da parte il lavoro e che ti saresti goduta il viaggio. Noi, per come sei fatta, ci crediamo poco. Cosa bolle in pentola?
Sarò estremamente sincera, questo viaggio che sto progettando da più di due anni sarà di alienazione totale. È da gennaio 2017 che non mi fermo, ho preparato Vulcano, Io non abito al mare, poi è uscito il disco, poi il tour. La mia intenzione è quella di staccarmi per un po’ dal lavoro; questo non significa, però, che me ne resterò seduta, viaggerò di qua e di là. Tra il lavoro in studio, i tour ed il conservatorio, sono arrivata ad un punto in cui le mie idee vanno talmente veloci che, se non mi fermassi, correrei il rischio di schiantarmi. Ho bisogno di ridimensionare la mia vita: c’è chi dice «ah, mi chiudo in studio una settimana e faccio tre hit», io, invece, devo vivere e uscire.

Voglio proporti un confronto, forse un po’ Marzulliano: riascoltando Riflessi di me, title track del tuo primo album, è impossibile non soffermarsi su una frase “se chiudessi gli occhi amerei ogni parte di me”, parli di uno specchio che ti chiede di essere “qualcuno che non c’è”. A 6 anni di distanza, con la maturità che dimostri anche nell’evoluzione della tua poetica, la Francesca di oggi ha trovato quella pace?
Non credo di poter giungere mai ad una pace, o almeno per ora. Vedo quella pace un po’ più come un percorso che come un arrivo: io ho affrontato un sacco di cose super toste in una fase molto particolare della mia vita – il passaggio dall’adolescenza alla vita adulta – e adesso che ho ventitré anni ci sono delle parti di me che ancora non amo, ma il segreto è allenarsi a farlo un po’ ogni giorno.

 

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