Onstage

Francesco Guccini: «Se prendi una chitarra, la gente si raduna»

Si intitola L’Ostaria delle Dame (Universal Music) il nuovo progetto discografico che porta la firma di Francesco Guccini, in uscita il 3 novembre. Nessun ripensamento da parte del cantautore: l’album è infatti quasi una celebrazione dell’Osteria delle Dame di Bologna, il locale che Guccini fondò nel 1970 con Padre Michele Casati e in cui trascorse tantissime serate cantando e suonando. Ecco, nel disco troverete tre concerti acustici inediti risalenti ai primi anni ’80, registrati proprio tra le pareti dell’Osteria bolognese: il locale ha chiuso i battenti proprio nel 1985, ma – dopo 32 anni – riaprirà al pubblico (il 14 novembre) per riproporre l’idea di ‘circolo’ forse recentemente un po’ perduta. L’album di Guccini, in quest’ottica, sembra l’elogio di un metodo di fruizione della musica un po’ desueto e dimenticato, che (anche per valenza sociale) andrebbe riportato in auge.

«Sono rientrato qui dopo anni e mi sono commosso – ammette Guccini in conferenza stampa – perché ho ricordato le colonne di questo posto e le persone che c’erano, molte delle quali non ci sono più. Tanti amici se ne sono andati prima del tempo. Sarebbe bello rivedersi tutti insieme come una volta, non a un funerale. Eravamo giovani frequentatori, era un bel periodo. Persino Bologna era molto diversa, era una città che non andava mai a letto. Noi ci chiudevamo qua dentro e fuori restava la bella Bologna. Ora mi dicono che è cambiata. Del resto, anche io sono cambiato. Prima fumavo. Tutti fumavamo qua dentro».

Nell’Ostaria delle Dame degli anni ’80 – piena di fumo, gente e vino – Guccini cantava le sue canzoni, accompagnato dalla chitarra di Juan ‘Flaco’ Biondini.

«Sono registrazioni degli anni ’80 – spiega il cantautore – mancano le registrazioni dei primissimi anni, perché l’Osteria aprì negli anni ’70. Sono concerti registrati bene e conservati, un po’ redatti. Sono nastri simpatici, molto freschi. Flaco con la chitarra si è dato da fare, è bravissimo. A volte mi veniva di picchiarlo, perché era tanto più bravo di me. Ci divertivamo a suonare, a volte anche in pubblico. In queste registrazioni ci sono battute, si parla di tantissimi amici, persino di me».

L’occasione è comunque troppo preziosa per lasciarsi sfuggire la possibilità di parlare con Guccini della musica di oggi, più che mai ora che ha sfornato un album che ricorda il passato in tutte le sue forme. Il cantautore non se lo fa ripetere e commenta senza filtri vecchio e nuovo, dal cantautorato degli anni ’60 («Quando siamo arrivati io e Fabrizio De Andrè inseguivamo un genere di canzoni diverse. Ora ci sono giovani cantautori, ma con i talent il genere che viene fuori è diverso dalla canzone d’autore») al rap, a cui Guccini contesta la mancanza di tecniche mnemoniche.

E poi una riflessione su di sé, sulla propria produzione e sulla scelta di posare definitivamente microfono e chitarra.

«Qualcosa credo di aver seminato – riflette – e resta nelle mie canzoni. Se le ascolto? Per amor di Dio! Le conosco, le ho scritte io. E sul tornare sul palco non so. Cantare in pubblico è fatica, anche se è bello. Certo, è emozionante, ma è un esame da superare tutte le volte. Anche da un punto di vista fisico. Dopo lo sento tutto sulla schiena. Neanche con gli amici capita che canto qualcosa, raramente faccio canzoni mie. Non suono neanche più la chitarra. Ho dimenticato gli accordi».

Su una cosa, però, Guccini non ha dubbi. Ed è il potere della musica di raccogliere e unire le persone. «Se prendi una chitarra – conclude – la gente si raduna. Sempre».

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