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Franz Ferdinand Always Ascending 2018 intervista

Always Ascending, Franz Ferdinand: “Meglio vivere nel futuro che nel passato”

Il 9 febbraio uscirà Always Ascending, il nuovo album dei Franz Ferdinand. Un album futuristico, in cui la band di Glasgow ha messo da parte i vecchi crismi per dar vita a un nuovo sound, grazie anche alla produzione di Philippe Zdar. Abbiamo incontrato Alex Kapranos e Bob Hardy a Milano e abbiamo chiesto loro cosa dobbiamo aspettarci da questo nuovo progetto discografico.

Ciao ragazzi, avete sfornato un album veramente sorprendente. Le tracce di Always Ascending sono eterogenee. Del resto, avete detto voi stessi che volevate creare un “nuovo universo”, anche per adeguarvi ai cambiamenti nella band. Come avete affrontato tutte queste scosse?
Lo abbiamo visto come un problema divertente. E abbiamo capito. Nick (McCarthy, ndr) ha avuto il primo figlio 5 anni fa, prima dell’uscita di Right Thoughts, Right Words, Right Action. E sapevamo che prima o poi se ne sarebbe andato e che sarebbe stato giusto così. Era un po’ triste a dire il vero, perché si vedeva che sentiva la mancanza della sua famiglia e stava diventando per lui un sacrificio mantenere gli impegni con la band.

Pensate che sia stata una scelta coraggiosa quella di abbandonare la band?
Sì, abbastanza. Ma era sempre infelice, si vedeva. Il suo posto era altrove.

La vostra scelta coraggiosa è stata invece quella di ricostruire le vostre fondamenta…
Sì, ma è stata anche una sfida molto eccitante. Siamo arrivati a un punto nelle nostre vite in cui avevamo bisogno di una svolta. Sono più di dieci anni che facciamo musica e dovevamo decidere se continuare a vivere nella decade della musica che avevamo appena creato o lanciarci in una nuova decade. Ovviamente non è facile, è più facile creare una canzone in perfetto stile Franz Ferdinand che creare qualcosa di completamente nuovo. Cambiare completamente richiede un enorme sforzo, ma preferiamo vivere nel futuro che crogiolarci nel passato.

Nell’album si sente comunque il vostro lascito. La vostra impronta c’è. Mi chiedo se è stato comunque un apporto naturale o se è qualcosa che avete deciso a tavolino…
La chiave è stata quella di liberare la nostra identità. Non volevamo suonare come i Franz Ferdinand, ma volevamo sentirci a nostro agio con ciò che siamo e poi provare a fare qualcosa di nuovo, dopo aver abbracciato questa conformità.

Alcuni elementi, in effetti, non possono cambiare…
La voce di Alex, del resto, è sempre la stessa. Ma abbiamo aggiunto qualche effetto. Forse ciò che ha fatto la differenza è stato proprio un nuovo pianoforte di Alex che abbiamo usato nella fase di scrittura al posto della chitarra. Questo ha aggiunto nuove sfumature. Ovviamente, ascoltando l’album, non le definiresti mai canzoni nate al pianoforte, ma in effetti è ciò che è successo. Sono partite da lì e questo ha cambiato tutto.

Come mai questo cambiamento nel processo?
In generale, Alex in passato iniziava con la chitarra e poi aggiungevamo le tastiere. Lazy Boy, la seconda traccia, è nata tutta al pianoforte e, solo in seguito, abbiamo aggiunto le chitarre. Questo ha cambiato la nostra prospettiva. Ed era tutto ciò di cui avevamo bisogno. Devo confessare che abbiamo usato anche un software, si chiama Ableton, ed è pazzesco! Puoi creare uno schema da seguire con le mani e per noi era qualcosa di completamente nuovo. È diventato un po’ il principio alla base di questo lavoro, lo chiamavamo il nostro “futuro naturale”. Ci siamo serviti della tecnologia e di nuovi suoni per spingerci verso il futuro. L’approccio naturale, per me, è stato quello di mantenere l’umanità della performance, pur usando la tecnologia. Il suono doveva essere il più naturale possibile, come se fossimo tutti nella stessa stanza a suonare insieme.

Come si è inserito in tutto ciò Philippe Zdar nella produzione?
Lui ha un passato da dj, ma avendo lavorato anche con tante band come i Phoenix, ha la capacità di trovare l’umanità nella musica. Quando parla di musica, parla di luoghi emotivi. Si esprime usando perifrasi come “cuori infranti”, “canzoni devastanti”, si lascia veramente trasportare dalle emozioni. A livello creativo, le emozioni sono tutto per lui, ma ha una profondissima conoscenza della struttura della dance music e del modo in cui suoniamo. Penso che abbia dato un tocco umano alla nostra produzione.

Ha uno scopo preciso, quindi, quando produce?
Sì, ed è quello di tirare fuori le emozioni. Farti sentire qualcosa. Del resto, è il motivo per cui facciamo musica, trasmettere emozioni. Le canzoni segnano in un certo senso le tappe della nostra vita, usiamo i brani per ridefinire ciò che sentiamo, come l’amore o l’amore perso. O almeno noi lo facciamo.

Ha sposato quindi totalmente questa vostra nuova visione futuristica?
Completamente! E ci teneva a incorniciare la performance. Quando ascolti gli album di Philippe c’è umanità e suonano sempre nuovi. Cerca sempre un nuovo suono e ci riesce sempre. Forse è perché ha buon gusto, vuole prima di tutto creare qualcosa che possa piacergli. E’ geniale!

Parliamo dei live shows. Ci state già pensando?
Per questo album è estremamente semplice. Molte band, nel periodo in cui registrano un album, passano tantissimo tempo in studio, e solo dopo pensano al live. Devono quindi organizzarlo da zero, adattando i suoni alla dimensione dal vivo, per far sì che siano appropriati. Noi abbiamo fatto il contrario. Quando registriamo un album, ci esercitiamo tantissimo suonando tutto e solo dopo andiamo in studio. Ogni canzone è una piccola performance live, che facciamo magari in una stanza tra di noi. Ma è chiaro che, in questo modo, organizzare la performance dal vivo è semplicissimo.

Per ora avete una sola data fissata in Italia…
Per il momento. Però è bellissimo tornare, l’Italia è un paese bellissimo. Faremmo tutto il tour in Italia se potessimo, il pubblico ci piace tantissimo. E dobbiamo dire anche che, dopo ogni show in Italia, le cene sono magnifiche. Non riusciamo a resistere.

Grazia Cicciotti

Foto di Francesco Prandoni

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