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Giaime racconta Mai e la nuova forma della sua musica

Giaime, suo nome d’arte e all’anagrafe (consigliato indirettamente da Fabri Fibra) è un rapper classe 1995, nato a Milano, cresciuto per un po’ a Pescara, poi tornato nella città meneghina e che qui ha iniziato a far musica fin da giovanissimo, con un certo successo. A sedici anni su basi hip-hop di altri tempi, cappellino e viso da bambino che conserva ancora oggi, rappa con il collettivo Zerodue, insieme anche all’inseparabile Lazza. Tra parchetti di quartiere e video amatoriali escono pezzi come Paga o Minorenni coi trampoli. Con la foga di chi in questo gioco si è buttato tutto intero, lasciando la scuola e con una piccola parentesi di recitazione, Giaime pubblica il tape d’esordio Blue Magic nel 2013 e l’Ep Prima scelta nel 2015. Poi silenzio, un blocco e una ripartenza.

Il ritorno arriva nel 2017, complice l’incontro con il suo attuale producer e Hitmaker, Andry, e la nuova attenzione che l’Italia concede al rap da quell’anno. Giaime non si ferma più: Prova 1, Prova 2, Prova 3, No Stuntman, Timido, Finché fa giorno, Pioggia lo accompagnano verso la rinascita. Gli ultimi tre singoli del 2019, in particolare, trovano un bel seguito. Mi ami o no ft. Capo Plaza, Fiori ft. Lazza, Mai ft. Lele Blade e Fred De Palma. Questi tre pezzi hanno in comune la collaborazione con amici (fuori e dentro la musica) e una melodia che vira verso il reggaeton.
Abbiamo chiesto a Giaime di raccontarci la sua evoluzione.

Hai spiegato che per Mai, realizzata sulla base di Vamos a Bailar, ti sei ispirato al processo seguito da Ozuna, J Balvin e compagnia per China. Da dove è arrivata la fascinazione per questo mondo?
Un paio d’anni fa ho iniziato ad ascoltare prepotentemente musica latina in generale, concentrandomi sul reggaeton, che poi ultimamente ha tante influenze hip-hop e rap. Per cui, anche inconsciamente mi sono spinto su quella roba lì. È proprio la mia fissa. Quindi, premettendo che le ritmiche reggaeton non stanno sempre bene su tutti i brani e bisogna variare, ho voluto portarle nella mia musica.

In Mai appunto riprendi la vecchissima canzone di Paola e Chiara. Che ricordi ti sono affiorati alla mente riascoltandola?
Di me al mare, quando avevo 5 o 6 anni. In spiaggia si sentiva sempre e, in quell’estate, chiunque la cantava. Mi ricorda molto l’infanzia.

Il ritmo coinvolgente dei tuoi ultimi brani è in contrasto con i rispettivi videoclip: molto statici, con un’unica inquadratura fissa su di te che fai cose più o meno legali.
È una scelta strategica, per dare più considerazione al pezzo rispetto al video, più spazio alla musica in sé. Nel mio percorso di video musicali ce ne sono stati parecchi elaborati e diciamo che ora volevamo prenderci una pausa, stando sul semplice. Come lavorazione sono più veloci e easy… e anche meno dispendiosi.

Ti diverti di più nei videoclip elaborati?
Dipende dal periodo. Mi piace molto la parte di recitazione, ma richiede più tempo e impegno.

Tu e Andry collaborate ormai da due anni, com’è cominciata tra di voi?
Ci siamo scritti sui social, entrambi sapevamo chi fosse l’altro. Poi ci siamo trovati in studio, abbiamo abbozzato un pezzo su un suo beat. Io precedentemente avevo già scritto su suoi beat trovati online e avevo la sensazione che ne sarebbe venuto fuori qualcosa di bello. In studio ci siamo trovati subito bene.

Nei commenti ai vostri primi brani del 2017 vi criticavano per l’uso dell’autotune, succede ancora?
Non so, non li leggo, ma non credo ci sia ancora qualcuno che si lamenta dell’autotune. È diventato di uso comune, come uno strumento musicale che può migliorare un pezzo, non solo a livello di note e intonazione, ma dando un effetto alla traccia. Un sound diverso che a me personalmente piace.

Stando sempre fermi al 2017, in Prova 3 c’era una barra il cui senso era: o concludo questa cosa della musica in positivo entro un anno oppure mollo. Ti è capitato di ripensarlo?
Sì ma tanto ogni anno uno dice che l’anno dopo deve dare di più rispetto a questo. Quindi quella barra non cesserà mai di essere vera. In quel momento mi dovevo un po’ sfogare, la cosa era: “o mi do un svegliata o mi do una svegliata”. Da un certo punto di vista ne avevo bisogno. L’ho scritto per spronarmi.

A proposito, hai raccontato che iniziare a scrivere una canzone, per te, è la parte più difficile. Come ti sproni a farlo?
Figurati, difficilissimo, ci sono dentro anche in questo momento. Cerco ispirazione pensando ad artisti che mi piacciono, a volte provo a pensare a come utilizzerebbero un certo beat, come inizierebbero una canzone, come l’affronterebbero. Poi torno sulla terra ferma. In qualche modo qualcosa deve uscire, quindi lo faccio uscire. Ultimamente sto scrivendo chiuso in studio.

Si può dire che la tua specialità sia scrivere canzoni d’amore?
Per adesso sì, in realtà quello in cui io sono forte lo sceglie chi ascolta. Quindi, da quello che dicono di me, direi di sì.

Che pubblico pensi di avere?
Penso sia leggermente cambiato nell’ultimo periodo. Molti ragazzi più piccoli si stanno avvicinando alle mie cose.

In Minorenni coi trampoli dicevi “c’è una missione dentro ogni canzone”. Più di cinque anni dopo qual è diventata la missione?
Fare la migliore musica che riesco a fare, che sono in grado di fare, non c’è tanto altro.

Dagli anni Dieci ad oggi hai cambiato tanti mondi. Questa forma è quella che ti rispecchia di più?
Sicuramente. Ma spero sempre che ci sia un’evoluzione. Sempre, sempre, sempre

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