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Giorgieness, più melodie e meno rabbia: «Ho trovato la mia dimensione»

Il 20 ottobre esce Siamo tutti stanchi, il nuovo album dei Giorgieness – la rock band capitanata dalla cantautrice Giorgie D’Eraclea – che segue l’album di debutto La Giusta Distanza. In questo progetto, Giorgie ha deciso però di concedersi più melodie e meno cattiveria, complice anche un utilizzo più sapiente della vocalità. Ci siamo fatti raccontare, tuttavia, direttamente da Giorgie cosa contengono le 10 tracce di questo album.

Ciao Giorgie, hai scelto un bel titolo per il tuo secondo album, Siamo tutti stanchi. Di cosa?Ho dato questo titolo all’album perché è la risposta che ti senti dare ogni volta che dici che sei stanco. Quando ti chiedono come stai e magari rispondi che sei un po’ triste, c’è chi ti dice: “Siamo tutti tristi”. Penso sia una risposta proprio brutta da dare, piuttosto dì che sei dispiaciuto.

Secondo te è una risposta disinteressata?
Sì, ed è anche la sintesi di tanti rapporti. In generale, la gente si tratta in questo modo a vicenda ed è una cosa che mi rattrista tantissimo. Sicuramente, è uno dei motivi per cui esco poco. Torno a casa sempre più triste. Per dirla tutta, Siamo tutti stanchi è anche una citazione presa dalla title track, che è Vecchi. Sarebbe dovuto essere il titolo, anzi, ma poi ho avuto un’illuminazione.

Non ti piaceva Vecchi come titolo? Secondo me era forte!
Mi piaceva molto! Però c’è stata una discussione e, pensando a un’alternativa, sono diventata ancora più dittatoriale. Mi è venuto in mente Siamo tutti stanchi e ho deciso che sarebbe stato questo il titolo, senza sentire ragioni.

E tu di cosa sei stanca?
Io sono veramente stanca (ride, ndr). Ho fatto due conti: è dal 2011 che vado avanti senza fermarmi mai. I primi anni erano forse ancora più pieni, perché era tutto sulle spalle mie e di Andrea De Poi. Però ero io che ci credevo, scrivevo, chiamavo. Anche se negli ultimi anni quel tipo di lavoro si è un po’ alleggerito, sono arrivata al punto che mi voglio fermare un attimo. C’è anche tanta stanchezza mentale, che deriva da determinate situazioni e modi di vivere che non mi appartengono.

Ti dico la verità, infatti. Non mi aspettavo un album proprio ora. Eri molto ispirata?
In realtà è stata una sfida. Ci eravamo dati un termine per il secondo album e, fino a maggio, continuavo a ribadire a tutti che non avevo niente in mano. Appena è uscito La Giusta Distanza, ero decisa sul fatto di non voler scrivere nulla per un po’. Verso dicembre, quando abbiamo deciso di fare un nuovo album, ho iniziato a scrivere, ma non ero a fuoco. Non avevo ancora capito di cosa volevo parlare. Pensavo di non aver vissuto abbastanza. Il 2017 invece è stato denso di cambiamenti, sia belli che brutti. A un certo punto mi sono ritrovata a Berlino. Dovevo fermarmi due giorni, ma non sono più tornata. Lì mi sono presa una pausa, perché non avevo internet né persone con cui stare. Ho proprio staccato il cervello, ho camminato tantissimo e, guardandomi intorno, mi è venuta subito voglia di scrivere. Sono tornata convinta di avere il disco. Avevo pochissimi pezzi, ma stavo scrivendo. Gli ultimi pezzi li ho scritti proprio in studio, mentre gli altri sistemavano in un’altra stanza le pre-produzioni. Essere Te è nata così. Mya è stato l’ultimo brano che ho scritto.

Infatti chiude la tracklist…
Esatto, forse stavamo addirittura già registrando quando è venuto fuori.

Ci sono più melodie in questo album rispetto al precedente. È stata una scelta voluta quella di distaccarsi un po’ dal rock de La Giusta Distanza?
Alla fine dello scorso lavoro, avevo iniziato a dubitare. Mi spiego: ero convinta che la veste giusta delle canzoni del primo disco fosse quella. Iniziavo però a soffrire, anche perché i miei ascolti sono altri. Forse anche perché ho cominciato a cantare un po’ meglio. La voce c’è, ma cantare è un’altra cosa. Ho scoperto di poter toccare tonalità molto basse o di poter andare in alto senza urlare. Di conseguenza, per tutta la prima parte dell’anno, ero decisa a non fare un album come La Giusta Distanza. Scrivevo in questo senso, anche se ero un po’ frenata.

Come mai?
Scrivevo canzoni lontane anche da me, pur di cantare piano. Quando ho scritto Vecchi, ho messo tutto in gioco di nuovo. Ho ripreso alcune cose che avevo scritto prima, altre che sono venute dopo e abbiamo cercato di tenere le chitarre più basse – non di volume, meno acide e distorte – e questo ha portato tutti a suonare in un altro modo. Il lavoro grosso è stato fatto però in pre-produzione con Davide, Andrea e Fognini, il nostro fonico. Ho voluto proprio lavorare con lui, perché volevo fare pezzi più chitarra e voce, meno prodotti e lavorare insieme, visto che il tempo c’era.

Il risultato ti ha soddisfatto?
Pensavo che all’inizio questo tipo di lavoro avrebbe snaturato i miei pezzi. Invece non è successo. Anzi, avendo a disposizione solo la linea vocale, ci siamo divertiti a cambiare anche gli accordi.

Ora ti sentiresti di dire di aver ‘conquistato’ queste sonorità?
Più che altro, mi sono dovuta sforzare di fare qualcosa che volevo fare ma non sapevo fare. E che non avevo mai fatto. Non è stato facile all’inizio trovare un indirizzo che fosse mio. Il rock c’è, il live sarà sicuramente più pestato, ma dovevo trovare una mia dimensione.

Hai detto che ti vuoi fermare un po’, quindi la direzione futura è ancora da decidere?
Questa volta fermarmi non vorrà dire non scrivere. Vorrei davvero potermi prendere un mese per me, prima o poi. Prima dell’estate forse, dopo il tour. Ho bisogno di andare via e scrivere. Ora che ho trovato un nuovo canale, voglio andare avanti su quella strada.

Ricordo che mi avevi detto che volevi scrivere dei testi meno incazzati…
La Giusta Distanza era un dissing (ride, ndr).

Esatto. A questo proposito, però, Dimmi dimmi dimmi e Calamite hanno un po’ sempre quel mood malinconico che fa un po’ parte di te…
Dimmi dimmi dimmi era in realtà un pezzo vecchio, che forse sarebbe dovuto finire nell’album precedente. L’abbiamo tenuto lì proprio perché era diverso dal resto della tracklist ed era dunque perfetto per iniziare a lavorare su nuove sonorità. Ha poche parole, una buona melodia. Abbiamo pensato di iniziare da lì. Con Calamite vogliamo solo affermare chi siamo e che, in fondo, non siamo cambiati.

Sembra un po’ un ponte, in effetti, tra le vecchie produzioni e le nuove…
Esatto. Il tema poi è lo stesso del primo album, visto però con un’angolazione diversa. Meno incazzata, più come una presa per il culo.

Invece, che mi dici dei live? Stai sempre in giro!
Tutti e due i dischi sono pensati proprio per il live. Ed è vero, forse, che questo mi distingue dalle altre “ragazze della musica”. Io non so cosa fare il fine settimana quando non suono. Suono da quando ho 14 anni. Suonare è la parte migliore del lavoro, per me. Anche se le ultime date son state un po’ difficili, perché lavoravo. Quindi andare a fare i live era una continua lotta. Una volta mi hanno minacciato di licenziarmi. La volta dopo mi sono licenziata (ride, ndr). Avevo tempi strettissimi, ma è andata così. Diciamo che me li sono goduti meno, non vedevo l’ora di fare un live e avere il giorno dopo libero per dormire. Anche se ormai mi sveglio come i vecchi alle 7. Dormire non è contemplato, ma magari restare a letto fino alle 9 sì (ride, ndr).

Ti senti comunque cresciuta nei live?
L’anno scorso c’è stato un salto. Ho avuto la possibilità di suonare in posti in cui non pensavo neanche mi conoscessero. I locali non erano grandi, ma erano pieni. Ho capito che quanto stava succedendo sui social era reale. Per noi è fondamentale che i dati siano reali. Ci piacerebbe, certo, avere milioni di visualizzazioni, ma vogliamo arrivarci coi tempi e coi modi giusti. Abbiamo iniziato a pensare che non è solo uno sfogo, ma è parte di un lavoro. Ci esercitiamo e ti dico che il nuovo live rispecchierà molto la nuova anima dell’album.

Più melodica?
Diciamo proprio più pop. Alla fine, i miei idoli sono le Spice Girls e Beyoncé (ride, ndr).

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