Onstage

Giulio Wilson: «L’eccesso di comodità spegne le persone»

È in rotazione radiofonica Estate Proletaria, il nuovo singolo de cantautore toscano Giulio Wilson. Scritto da Wilson con Valter Sacripanti, autori anche dell’arrangiamento insieme a  Cristian Pratofiorito, il brano denuncia, con tono frizzante, la leggerezza e la superficialità, con cui oggi affrontiamo le difficoltà sociali. Travolti da innovazioni tecnologiche, naufraghiamo senza alcuna risposta o riferimento da seguire per arrivare a quel futuro migliore, che fino a ieri era una promessa, ma che oggi sembra non arrivare mai.

«Chini per ore sui nostri smartphone non ci accorgiamo di essere rimasti soli e senza punti di riferimento. Nei fantastici anni ’60 bastava una 500 per affrontare i problemi e viaggiare verso il futuro al fianco di ideali e speranze», ha spiegato Giulio Wilson, a proposito del brano, di cui ha diretto la clip, recitandovi anche, al fianco del chitarrista Tiziano Pellegrino.

Cantautore – con due album in curriculum, Soli nel Midwest (2016) e Futuro remoto (2019) – enologo e produttore di vini, Giulio Wilson è proprietario di un noto ristorante fiorentino e di un’azienda vinicola in cui produce vini toscani bio. Tra le sue collaborazioni si contato quelle da turnista di Vinicio Capossela; da autore con Bobby Solo del brano del 2016 Dove corre il tempo; da co-autore con lo scrittore Roberto Piumini e con Eddy Mattei e Federico Biagetti, stretti collaboratori di Zucchero.

Vincitore anche di svariati premi, tra cui spiccano il contest 1M Next 2019, che l’ha portato sul palco del concerto del Primo Maggio a Roma, il Premio Lauzi 2018 e il premio speciale MEI miglior cantautore 2017, Giulio Wilson è attualmente in tour con uno spettacolo tra musica e letteratura, vicino al teatro canzone, che lo porterà il 19 luglio a Roccagorga, il 20 luglio a Rosolina Mare, il 23 luglio a Ospedaletti e il 10 agosto a Bordighera, in apertura a Fabio Concato.

Estate proletaria: forse in un certo senso vale il paradosso per cui si stava meglio quando si stava peggio. Cosa ci siamo persi?
Ci siamo persi noi, questo è sicuro. Sai, l’uomo vive di abitudine e così si abitua anche a cose che non sono giuste o corrette, quindi fondamentalmente a volte non ci accorgiamo che ci stanno facendo usare meno il cervello, ci stanno dando tutte le comodità del mondo, ma ci stiamo anche allontanando e dimenticando dei valori fondamentali, la solidarietà, la fratellanza, l’uscire a bere una birra con un amico o il festeggiare il compleanno veramente, non tramite un messaggino Facebook, andare a sentire un concerto e non rimanere solo davanti a Netflix, perché è comodo. Ecco, l’eccesso di comodità spegne le persone.

A un certo punto canti: Qui tira davvero una brutta aria, pertanto è stata issata bandiera rossa. Da cantautore politicizzato, come stai vivendo questo momento della nostra storia nazionale?
Tutto ha fatto sì che siamo andati a finire in questo limbo di rassegnazione generica, dove mi sembra, come dico in una canzone che si chiama Mia bella, ciao, che i sogni e le speranze sono tutti chiusi in un cassetto, come una foto in bianco e nero. È questo l’atteggiamento che vedo in tante persone oggi, dettato dal fatto che un po’ quando uno prende una delusione, ci si rialza difficilmente, ma quando, poi, le delusioni sono due, tre, quattro, allora uno perde la speranza. È come non avere un appiglio, come essere in mezzo al mare e non vedere una mano che ti aiuta, la speranza la abbandoni.

La deriva, verso cui ci stiamo dirigendo, è più umana o politica?
No, è una deriva fisiologica. Nel momento in cui l’importante è sempre altro, stai annientando la sensibilità delle persone e nel momento in cui accendi la radio e senti esclusivamente canzoni che fanno parte di un sistema, non c’è meritocrazia. Se tu vinci un talent, non sai nemmeno fare un accordo di chitarra e ti proiettano al successo il sistema è contorto, malato, non premia chi ha qualcosa da dire. Il problema non è il talent, è che c’è solo il talent. Oggi c’è un’omologazione di tutto, è tutto in mano al sistema, se tu sei una piccola persona, che vuole arredarsi la casa o vai all’Ikea e ce l’hai poi uguale al tuo vicino, perché l’artigiano che ti fa il mobile su misura è quasi difficile trovarlo e il tavolo di ciliegio sarà un ricordo dei tempi dei nostri nonni. La modernità e lo stato attuale impongono che tutti devono fare le stesse cose, ascoltare le stesse cose e se non passi di lì, sei tagliato fuori. Se hai il cellulare riesci a vivere, se no non riesci a vivere. Lo stesso vale per la musica, o ascolti quella che vogliono loro o non ascolterai niente, perché non tela fanno neanche arrivare.

Chi intendi per «loro»?
La nostra società, che è organizzata in maniera piramidale. Perché le grandi radio non passano della musica emergente o semplicemente della musica diversa, ma passano solo ed esclusivamente la musica delle major, perché se vai a guardare il palinsesto è così. Non è per essere polemico, ma c’è un baco qui dentro, c’è qualcosa che non va. Se io voglio ascoltare jazz, lo Stato Italiano mi deve dare una radio dove c’è il jazz, se voglio ascoltare blues, artisti emergenti o indie devo trovare una radio che me lo offra, invece non te la fanno trovare.

Quest’anno hai vinto il contest 1M Next e ti sei guadagnato così il palco del 1 maggio a Roma. Dopo le polemiche degli anni scorsi per il disimpegno quasi provocatorio degli artisti coinvolti, che ti è sembrato della manifestazione?
Hanno aggiustato un po’ il tiro rispetto all’anno scorso, invitando meno trapper e meno gente lontana dal mondo del Primo maggio, una festa che ha un significato e un sacco di valori dietro, ma la scelta artistica è un po’ mono tematica e soprattutto mono generazionale. La mia mamma se deve ascoltare il Primo maggio piuttosto cambia canale, perché ha preso tutta una fetta di popolazione giovanile, escludendo quelli che il primo maggio lo hanno sempre sostenuto. Al giovane di vent’anni gliene frega il giusto, perché è nato in un mondo dove quei valori lì erano già usurpati, mentre una persona che ha fatto il ’68 si aspetterebbe un primo maggio con un po’ più di contenuti. Non è che io non sia d’accordo con le scelte artistiche di Massimo Bonelli, ma sono state un po’ drastiche. Poi, il cambiamento è a 360 gradi e in Italia, un po’ per autodistruzione e un po’ per delle trappole, la sinistra è abbastanza messa male, quasi morta, ma anche in Europa. È una questione internazionale: ha vinto Barabba, ma se ti propongono solo Barabba, va a finire che vince due volte, tre, quattro. Ormai anche in politica si vince sui social, guarda Trump, il Movimento 5 Stelle o Salvini, non lasciano nulla al caso sui loro social. Alla fine chi butta più m***a vince. Guarda il problema immigrazione: è un problema in Italia? Sì. Destra, sinistra, centro, non lo si può negare, c’è un problema da risolvere, ma io ho sempre la sensazione che questi politici ragionino ognuno per conto proprio, non gli interessa trovare una soluzione.

Parliamo di musica, quest’estate farai qualche concerto, come hai pensato questi live?
Una situazione acustica: violoncello, chitarra acustica, cajón. Li ho pensati in una maniera un po’ più ricercata rispetto alla band tradizionale. Poi leggo delle poesie, faccio un po’ di teatro canzone.

Sei anche enologo e produttore vinicolo. Che punti di contatto ci sono tra la tua attività di produttore vinicolo e di cantautore?
Sono due attività per me complementari, perché sono due attività in cui si fa dell’arte. C’è una firma del cantautore, così come dell’autore che fa il vino. Io poi sono ho studiato enologia e in azienda mi occupo di scegliere quali uve mettere, cosa fare, ti dico che c’è un’identità dietro questa cosa qui. Ho piantato dei vitigni antichi toscani, quindi anche lì mi sono rivolto al passato come in Futuro Remoto, a conferma del fatto che c’è un’affinità e un punto d’incontro tra le due cose, che unisce e caratterizza i prodotti.

Chiuderei con una curiosità: se la tua musica fosse un vino, che vino sarebbe?
Io non ho vie di mezzo, scrivo in maniera o molto importante, quasi pesante, quindi un vino corposo, oppure in maniera leggera, quindi un vino frizzante, di pronta beva, un bianco, uno spumante, ecco. Di sicuro non sono un vino di annata mediamente corposo, che poi è quello che va nelle radio. Io o faccio ridere o faccio piangere, una via di mezzo non ce l’ho.

Crediti foto: Francesco Nerone

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