Onstage
Gogol Bordello Italia 2015

I Gogol Bordello di Eugene Hütz tornano in Italia: «Noi e voi spiriti affini»

Sei l’unico artista in grado di affermare che la maggior fonte d’ispirazione di un album sia l’album stesso. Un modo per prendere per i fondelli chi ti parla o cosa?
Assolutamente no! Quando dico che la maggior fonte di ispirazione per i testi di Pura Vida Conspiracy sono stati proprio quei testi, dico una cosa molto semplice: io non scrivo di libri che ho letto, di film che ho visto o di vita di ogni giorno, io scrivo per immagini mentali che mi appaiono come vere e proprie illuminazioni o flashback. Quando entriamo in studio nessuno di noi sa mai dove ci spingeremo musicalmente, così come nessuno conosce i miei testi. È una via totalmente sperimentale di comporre, che nasce di colpo da un’idea e da quell’idea poi si lascia trasportare per tutta la durata delle session. Ogni canzone influenza la successiva e questo meccanismo permette di trovare sempre il fil rouge di tutta la produzione.

Quando giunse la notizia della vostra collaborazione con Rick Rubin, in molti saltarono dalla sedia, convinti che la sua produzione sarebbe stata in grado di far emergere lati nascosti della tua creatività. Cosa non ha funzionato?
A dire il vero, ha funzionato tutto alla grande e avevamo già posto le basi per l’album successivo, poi un cambio di etichette ha impedito che la cosa andasse in porto. Si parla tanto di libertà creativa, di collaborazioni che vadano oltre il mero tornaconto, ma alla fine è sempre una questione di fottuti interessi commerciali. Peccato, perché credo che Rubin fosse il produttore perfetto per questa nostra parte di carriera e perché da anni sognavo di lavorare con l’uomo che aveva ridato dignità e gloria a Johnny Cash. La sua grandezza sta nel convincerti che l’unica cosa che devi fare è essere semplicemente te stesso. Una banalità, a cui però non siamo più abituati.

Hai citato Johnny Cash. Per quanto distante dalla tua proposta, in qualche modo ho sempre pensato che tu rappresentassi una sorta di incarnazione gipsy di Joe Strummer e dello stesso Cash. Forse perché, al di là di tutto, la voce è ancora la prima cosa ad arrivare.
Sono lusingato e ti dirò che, quando parlavamo del mio rapporto con Rubin, mi è venuta in mente la versione di Redemption Song cantata proprio da loro due. Credo che quel brano, in quella particolare interpretazione, rappresenti tutto quello che ho amato nella musica: una canzone di Bob Marley cantata dalle figure che mi hanno influenzato di più nella mia vita. È quella la mia idea di musica: mi piace definirlo “intrattenimento fatto col cuore”. L’intensità di quelle due voci, con quella di Cash straziata dalla malattia e quel testo così pieno di speranza. Ah! Pensa che quando sono arrivato in America non conoscevo una parola d’inglese e ho imparato la lingua ascoltando le canzoni di Cash. Ti confesso una cosa: spero che, fra qualche anno, Rick mi telefoni dicendomi che non ho ancora inciso il mio album migliore e mi proponga qualcosa di simile alla serie delle American Recordings di Johnny Cash. Solo in quel caso ti direi che si tratta del disco più bello della mia carriera.

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