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Gli Haken alla conquista dell’Italia: «L’istinto è fondamentale»

Gli Haken sono una delle realtà più interessanti del progressive metal contemporaneo, un nome che è impossibile non accostare ai coetanei Tesseract, ma anche a giganti del passato come i Dream Theater.

Infatti, oltre ad aver avuto la possibilità di mettere alla prova il loro amore e la conoscenza dei pezzi della storica band statunitense, imbarcandosi in tour con l’ex batterista Mike Portnoy nel 2016, la formazione britannica, fondata nel 2007 dal polistrumentista Richard Henshall, dal vocalist Ross Jennings e dal chitarrista Matthew Marshall, si è esibita sullo stesso palco dei gruppi sopracitati in occasione della giornata di apertura del Rock The Castle 2019, svoltasi il 5 luglio scorso presso il Castello Scaligero di Villafranca di Verona. Poco prima dello show dei Nostri, abbiamo avuto modo di parlare con gli Haken di temi quali la propria carriera, i propri live e il fermento nella scena progressive contemporanea.

Vector è il titolo dell’ultimo arrivato in casa Haken. Pubblicato nel 2018, a due anni di distanza dal disco che ha segnato la svolta per la formazione britannica, Affinity, Vector ha avuto l’arduo compito di mantenere alto il nome del sestetto nella scena. E proprio grazie all’intervento di un deus ex machina molto speciale, il producer (ed ex Periphery) Nolly Getgood, Jennings e soci sono riusciti nel proprio intento. “Nolly è uno dei sound engineer più apprezzati e rispettati in circolazione. Nonostante sia nostro conterraneo, lo abbiamo inseguito per un po’ di tempo, ma finalmente lo abbiamo trovato in un momento in cui era disponibile e lavorare con lui è stata una delle migliori esperienze professionali che ci potessero capitare. I nostri brani, con il suo contributo, hanno conquistato la forma perfetta, grazie al suo orecchio eccezionale e al suo gusto, soprattutto per il suono della batteria, che è una delle sue specialità assolute. Ha portato qualcosa di diverso e di più al nostro sound, senza dubbio, qualcosa di più potente, moderno e al tempo stesso pulito. La nostra speranza è di lavorare con lui anche per il nostro prossimo album”.

Nonostante l’apporto di Getgood, gli Haken hanno continuato a lavorare con il loro tipico approccio indipendente, fidandosi del proprio orecchio, del proprio istinto, e di poco altro. “Quando lavoriamo alla nostra musica, di solito non pensiamo a come possa essere percepita dall’esterno, di base scriviamo e componiamo ciò che noi vogliamo ascoltare. La nostra sfida principale è buttare dentro ai nostri pezzi la nostra personalità e le nostre emozioni, concentrandosi sui riff e sulle melodie vocali come basi da cui partire. L’idea non è quella di scrivere musica facile o difficile da ascoltare per gli altri, continuiamo a lavorarci finché non ne siamo soddisfatti noi in primis. Siamo dei perfezionisti, ma il bello è che non sappiamo mai che cosa possa uscire da un nostro nuovo disco perché ci piace lavorare così, senza ansie o aspettative troppo alte per il futuro”.

Vector però non è solo musica suonata da professionisti innamorati dei propri strumenti e della propria band, ma presenta anche un concept molto intricato, tanto che molti critici hanno definito l’ultimo album degli Haken una rock opera dei giorni nostri. “Vector si svolge in un ospedale psichiatrico, o meglio nella mente di uno dei pazienti ricoverati in questa struttura, ma non è chiaro se si tratti dei ricordi di questo uomo, oppure di allucinazioni o di sogni. Lasciamo che sia l’ascoltatore a pensare ciò che preferisce a livello narrativo. Quindi, se musicalmente parlando Vector si ispira al metal moderno, dal punto di vista dei testi abbiamo attinto a piene mani a film cult quali Arancia Meccanica, Shining e Qualcuno volò sul nido del cuculo, comunque pellicole che esplorano la psicologia e l’animo umano.”.

L’ispirazione per i Nostri quindi può venire dalle difficoltà della vita moderna, piuttosto che dalla fascinazione per qualcosa che non c’è più. “Prendiamo molto dalla cultura pop di diverse epoche, non necessariamente quella contemporanea. Per esempio, in Affinity abbiamo cercato di esprimere il nostro profondo legame con gli anni ’80. Ogni album pesca da un periodo o un momento particolare”.

Se i dischi degli Haken sono estremamente coinvolgenti, i loro concerti lo sono forse ancora di più. Una miscela esplosiva di tecnica, passione, istinto, ma anche un occhio di riguardo nei confronti del pubblico e nella scelta delle proprie setlist a seconda dell’audience a cui ci si rivolge. “È tutta una questione di energie, o meglio del flusso che parte da noi e tra di noi come band sul palco, fino ad arrivare al pubblico, che a suo volta, se lavoriamo bene, ce lo restituisce amplificato a mille. Quindi è molto importante capire dove piazzare i momenti più rilassati, e quando invece aggredire con i nostri brani più violenti. L’istinto è fondamentale, non stiamo a studiare più di tanto. L’improvvisazione a volte può fare la differenza (e ce lo dimostra la intro a cappella di A Cell Divides, proposta proprio durante l’esibizione al Rock The Castle e non presente su disco, ndr). Ma di sicuro, quando suoniamo al chiuso in piccoli club, è l’atmosfera ad avere la meglio, quando invece ci troviamo all’aperto, come oggi, dobbiamo per forza risultare il più coinvolgenti e reattivi possibile. Infatti, anche per una questione di tempistiche, ai festival tendiamo a proporre brani con un minutaggio più ridotto, in modo da sfruttare al meglio il tempo che ci viene concesso facendo conoscere al pubblico il maggior numero di pezzi. In base poi alla loro reazione, costruiamo le scalette anche considerando le canzoni che sono piaciute di più, non solo seguendo i nostri gusti personali. Sarebbe controproducente in fin dei conti”.

Passando allo stato di salute del progressive attuale, gli Haken sono piuttosto positivi e realisti rispetto alla propria posizione all’interno di esso, e al contributo dei numi tutelari del genere, un qualcosa che non sembra accennare a estinguersi, anzi. “Oggi i confini del progressive, che sia rock o metal, sono diventati molto più vasti e labili del passato. Prendi per esempio solo tre band che suonano oggi, noi, i Tesseract e i Dream Theater. La categoria è la medesima, ma ascoltando con attenzione, le nuance che offrono sono diversissime tra di loro, andando a concatenarsi in un qualcosa di affine e complementare. La verità però è che noi e tutte i nostri colleghi più giovani non saremmo qui né oggi né mai senza il contributo imprescindibile dei Dream Theater, che hanno reso il progressive metal un genere appetibile anche a un pubblico più ampio rendendolo popolare con il tempo. Sono i re assoluti, e visto che siamo in un castello, è una definizione non solo metaforica”.

In una carriera ormai quasi decennale, la band ha imparato a maturare e a evolvere, sia come musicisti che come individui, arrivando a farsi conoscere in tutto il mondo da platee sempre più numerose. E finalmente, è arrivato anche il turno dell’Italia. “Per noi è un’occasione molto importante suonare al Rock The Castle, non abbiamo mai avuto la possibilità di esibirci di fronte a un pubblico così numeroso in Italia (fino ad ora, almeno) e non vediamo l’ora di provare a tutti, anche e soprattutto a chi non ha mai sentito parlare di noi, di che stoffa siamo fatti. Quindi oggi potrebbe essere un piccolo punto di arrivo per noi. Non è stato facile giungerci, abbiamo avuto qualche difficoltà come quando il nostro bassista Thomas MacLean ha lasciato la band nel 2013, ma siamo riusciti ad andare avanti, facendo tesoro non solo dell’esperienza ma anche degli errori commessi in passato”. Di sicuro il segno i Nostri lo hanno lasciato con la loro esibizione al Rock The Castle, visto che in molti al termine della giornata sono usciti dalla venue indossando una maglietta degli Haken fresca di banco del merchandise.

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Chiara Borloni

Foto di Mathias Marchioni

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