Onstage

Hozier: «Musica e politica? Dire la verità a volte è un atto radicale»

Il 6 settembre Hozier ha rilasciato l’EP Nina Cried Power, una sorta di «teaser» – come lo definisce lo stesso cantautore – di ciò che sarà l’album (ormai praticamente fatto e finito) che uscirà, probabilmente, nella primavera del 2019.

Capitanato dal singolo Nina Cried Power, che gli dà il titolo e che vanta il featuring di Mavis Staples, l’EP è uscito in un periodo molto intenso per Hozier, diviso tra tour e studio di registrazione. Lo incontriamo proprio all’Alcatraz, prima della data milanese (qui la recensione). L’artista irlandese è di ritorno da una breve tournée negli USA e dalle prime tappe europee. Sostiene che il momento è fervido, che si sta divertendo molto nonostante gli impegni e che il pubblico è «affettuoso», così come la sua – fedelissima – band.

Dietro i sorrisi e una innata eleganza, Hozier nasconde però un’attiva rabbia civile, che traspare in tutte le sue canzoni e da cui non si può prescindere, soprattutto se ti ritrovi a conversare con il cantautore seduta a un tavolino, nel tentativo di esplorare i manifesti meandri dei suoi testi. Nina Cried Power, ad esempio, è un inno allo spirito di protesta. Un omaggio ad artisti come Joni Mitchell, John Lennon, James Brown, Nina Simone e Mavis Staples, che nel brano vengono – non a caso – citati.

«Non è stato facile scrivere una canzone speranzosa, ma che non fosse vista necessariamente come un rimpianto nei confronti del lavoro di altri artisti. – ci racconta Hozier – Nina Simone e tutti gli altri artisti che cito vivevano periodi molto complicati e non si risparmiavano nel commentarli. Le loro canzoni erano importanti. Ci hanno regalato un precedente, un’eredità. Il loro lavoro è per me fonte di grande ispirazione. Per cui, questo brano è un ringraziamento a loro e allo spirito di protesta che artisti come loro mettevano nel loro lavoro. Probabilmente è un atteggiamento figlio di una necessità mondiale, una sorta di tentativo di parlare dello spirito di solidarietà e di protesta».

Hozier, del resto, è invece figlio della sua Irlanda («L’elettorato è in questo momento molto attivo – commenta in proposito – grazie a una cultura del cambiamento che si riflette sulla legislatura. Ci è voluto molto, ma ora siamo una democrazia molto agile») e figlio anche del suo tempo. Cita i diritti LGBT e i diritti riproduttivi – tutti ottenuti in Irlanda «attraverso una forte pressione sul governo» – che gli sono stati di grande ispirazione. «Oggi consideriamo scontati i nostri diritti civili, ma li abbiamo perché dei cittadini hanno lottato per ottenerli. Trovo tutto questo molto illuminante e si riflette inevitabilmente sulla mia scrittura» chiarisce Hozier, prima di sminuire la propria valenza politica.

«Faccio sempre interviste molto serie (ride, ndr). La gente mi chiede delle cose in virtù della musica che faccio e, in effetti, rispondo sempre sinceramente. Ma è faticoso. – aggiunge infatti – Non ho mai visto il mio lavoro come intenzionalmente politico, è semplicemente il modo in cui vivo. Penso che ogni cosa abbia un aspetto politico. La musica, soprattutto, ha una forte connotazione politica. Tutto ciò che facciamo, dai vestiti che indossiamo alla musica che ascoltiamo o produciamo, ha un valore politico. Ci sono poche cose che mi interessano e che mi affascinano come le storie delle persone. Mi piacciono le canzoni che sono, prima di ogni altra cosa, un documento sull’esperienza della gente, una sorta di statuto su ciò che le persone hanno passato. Le canzoni non sono mai solo canzoni, sono testimonianza di un preciso periodo e di un preciso contesto. Anzi, sono importanti per il contesto in cui nascono. Il brano può essere armonioso e bellissimo, ma il contesto lo completa e gli dà importanza».

Più che di interesse politico, Hozier preferisce però parlare di «empatia». «Ascoltare le storie degli altri è frutto dell’empatia – precisa – e esprimersi su alcune questioni non è né controverso né opinabile. Sono empatico, mi affascina il percorso degli altri, perché penso che le persone prendano sempre decisioni con coscienza. Non siamo adolescenti arrabbiati che pestano i piedi».

Un sentimento condivisibile, che però si scontra spesso con la realtà dei fatti. E cioè che la musica di protesta, probabilmente, al momento appartiene al passato.

«Quando ho iniziato a scrivere Nina Cried Power pensavo, in effetti, all’idea di un risveglio generale. – ci risponde Hozier – Un inno alla consapevolezza e all’attivismo. Nel brano ho nominato quegli artisti, perché in me c’è frustrazione per il fatto che nessuno scriva più canzoni così. Non sento canzoni scritte con spirito di protesta, non sento più musica di protesta. Mi sono chiesto perché, ne parlo spesso con i musicisti e ho capito che nessuno vuole passare per predicatore. Lo spirito di protesta porta sempre con sé una certa arroganza e un certo narcisismo. E nessuno vuole essere accusato di essere arrogante o narcisista. Eppure c’è un’eredità, questi artisti sono importanti per un motivo. Se vuoi protestare contro la guerra, devi scrivere una cazzo di canzone contro la guerra. Se ce l’hai con qualcuno, devi nominarlo e metterci la faccia. Nella tradizione dell’hip hop dovrebbe esserci questa protesta, così come nel cantautorato o nel rock ‘n’ roll, eppure non sento più musica simile. Nei vecchi brani percepisco una rabbia attiva, nata dal desiderio di un mondo migliore che noi tutti condividiamo».

Certi sentimenti, del resto, «non hanno tempo», sebbene – specifica Hozier – forse in passato «la necessità di cambiamento era reale, ora osserviamo tutto da un punto di vista privilegiato». Per dirla con le parole del cantautore, «Bob Dylan scriveva canzoni contro la guerra in tempo di guerra», ma va detto che anche al giorno d’oggi ci sono «bambini che muoiono di colera o le guerre civili». «Quando discuto di questo con i colleghi dico sempre che queste persone che soffrono vogliono che voi scriviate quella cazzo di canzone. Di voi e del vostro narcisismo non ce ne frega niente. Siate onesti, parlare è importante».

«Bob Dylan forse era radicale, ma diceva la verità. – sentenzia Hozier – Forse dire la verità a volte è un atto radicale. Ma non dovrei parlare di queste cose. Sono un musicista, non un politico».

Vero, ma è lo stesso Hozier, alla fine, a dare un connotato fortemente politico alla sua musica. Gli chiediamo, ad esempio, come è stato lavorare con Mavis Staples e lui racconta del pomeriggio trascorso a chiacchierare, in quel di Chicago, di Martin Luther King. «Una cosa fuori dal mondo – commenta – soprattutto per me che ero fan di Mavis da adolescente, prima ancora di capire il contesto in cui erano nati i suoi brani. E il messaggio insito di unirsi alla marcia».

Chiusa la lunghissima parentesi, resta un’anticipazione puramente musicale sul prossimo album, che Hozier definisce «sonoramente fusion», un misto di folk e rock ‘n’ roll. Un album «eclettico», che unisce brani molto ottimisti «su ciò che possiamo ottenere insieme e brani più cupi, sulla fine del mondo». A conferma del fatto che musica e politica vadano di fatto a braccetto. Anche quando pensiamo di no.

Grazia Cicciotti

Foto di Edward Cooke

Commenti

Commenti

TROVA CONCERTI