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Fasma: «La mia musica è libera e liberatoria»

Dopo la partecipazione al Festival di Sanremo nella sezione Nuove Proposte con il brano Per sentirmi vivo, il 28 febbraio esce Io sono Fasma, il nuovo album di Tiberio Fazioli, in arte – appunto – Fasma. Oltre all’album sono stati poi annunciati anche due appuntamenti live: venerdì 3 aprile al Teatro Centrale di Roma e domenica 5 aprile ai Magazzini Generali di Milano. La nostra intervista.

Ciao Tiberio, come stai? Inizierei da Sanremo, lo dico: tifavo per te.
Allora sappi che abbiamo vinto.

Come hai vissuto il palco dell’Ariston?
Sanremo sarà un ricordo che mi porterò dietro tutta la vita. È stata un’esperienza che rifarei altre 2000 volte. Lo vedo come un palco che mi ha portato tanto a livello personale, ma non sono il tipo di persona che si vanta di esserci stato. Non mi piace questo tipo di mentalità. Sanremo è un’esperienza che mai mi sarei immaginato di vivermi e me la sono vissuta – anzi, ce la siamo vissuta – tra amici. E questo è il nostro premio più grande.

Per me, che ti ascoltavo da prima, mi sembra sia stato quantomeno funzionale a portare la tua musica a un pubblico più ampio.
Più che altro il più grande successo è stato scoprire che questo pubblico più ampio ci ha capito. Non potevamo fare cosa migliore che far capire la nostra canzone. È questa la vittoria più bella.

Ora che ho ascoltato il tuo album, ti chiedo subito: come mai a Sanremo hai scelto di portare proprio Per sentirmi vivo?
Abbiamo pensato che fosse la traccia più giusta. In realtà la traccia è nata molto prima dell’idea di andare a Sanremo ed è iniziato tutto per gioco. A un certo punto la stavamo ascoltando e ci siamo detti Ma ti immagini questa canzone a Sanremo Giovani? Poi ci hanno accettato ed è diventato veramente tutto un gioco. Era un sogno, che poi è diventato realtà. Davvero se penso a quella settimana mi viene da sorridere.

Vuol dire che ti restano solo bei ricordi di quell’esperienza, no?
Sì, è stato fichissimo, stavo lì con i miei amici. Mi sembrava di stare sotto casa, però ero a Sanremo. Con la nostra musica, quando stavamo in macchina ad ascoltare il nostro primo pezzo, non me lo sarei mai immaginato sinceramente.

Perché Io sono Fasma? È una dichiarazione d’identità?
Il fatto è questo: voglio che le persone lo percepiscano non come una presentazione o un’autobiografia. Voglio che vedano questo Fasma come una mentalità, come un’emozione e questo album come un piccolo manifesto di questa realtà. Spero quindi che vedano questo Io sono Fasma come qualcosa di proprio.

Lo spieghi bene, in fondo, nell’intro dell’album…
Totalmente.

In questo ti trovo super coerente, hai un’identità fortissima.
Ci tengo a dire che il mondo mio è il mondo nostro. Tutto il mio mondo è fatto di condivisione con i miei migliori amici. Ogni traccia è fatta da me e GG, 50 e 50 sempre. Se non ci fosse lui io non avrei dato mai sfogo a nulla, e lo stesso vale al contrario. Per questo ci tengo a far capire quanto sia importante la famiglia per me e quanto sia importante ciò che ho alle spalle per riuscire a far capire quanto c’è davanti. Vorrei che le persone capissero che siamo partiti da una realtà non diversa da quelle di altre persone e che non abbiamo i superpoteri. Se ce l’abbiamo fatta noi, ce la può fare chiunque. Io sono Fasma non riguarda me, ma gli altri.

Il tuo messaggio, di fatto, è di tutti. Rivendicare la propria identità e le proprie idee dovrebbe essere un messaggio condiviso.
Dico sempre che non bisogna farsi definire dalla realtà, ma bisogna definirla. Ognuno può cambiare la realtà, le scelte delle altre persone non devono condizionare nessuno. Devi vedere dove sei in questo momento come un punto di partenza e mai un punto di arrivo, qualsiasi esso sia. Ti posso dire che questo Sanremo non è mai stato un punto di arrivo per me. Anzi, ho ancora più fame di prima.

Per fortuna, perché credo che noi – vedi, dico noi – abbiamo bisogno delle tue canzoni.
Grazie, quando sento queste cose capisco di essere nato per un motivo.

Fasma è un mix tra malinconia e rabbia.
Non lo scelgo.

È automatico?
Non riesco a scegliere, non so purtroppo decidere io. Faccio la musica per come sono fatto. E, quando faccio musica, esprimo quello che non mi va di esprimere molte volte attraverso le parole. La uso come sfogo. Sfogo così questa rabbia che ho paura diventi qualcosa di brutto, invece con la musica diventa qualcosa di bello.

Si percepisce lo spirito liberatorio.
È musica libera.

A questo proposito, tu su 2000 ci tieni a specificare che non è una canzone felice.
No, è il momento di realizzazione in cui guardando ciò che stai facendo sorridi. È quell’attimo.

Un’altra canzone che mi è piaciuta è Non so chiedere aiuto con Riviera.
Lei è bravissima. Ha un’identità fortissima ed è un’artista del WFK che ora uscirà. Tutti gli artisti con cui ho collaborato nell’album sono persone che fanno parte della mia realtà, per cui è qualcosa che va oltre la musica e ciò che la gente ascolta. Io e Riviera siamo l’uno l’opposto dell’altra, ed è bello vedere che alla fine il bianco e il nero hanno qualcosa in comune. È stato un incontro a metà.

Dimmi qualcosa dei live. Iniziamo da Roma, senti parecchio quella data?
Porca vacca. Nella prima canzone che abbiamo fatto uscire c’è una frase che è diventata iconica, Sei più bella delle cupole di Roma. Roma ci ha dato la possibilità di conoscere tutte le persone che sono qua in questo momento e poi ci ha sempre ispirato al 100%, in ogni parola scritta e in ogni rima fatta. È una città che amiamo. Per me è molto importante, vedo che ha bisogno di persone che credono in lei.

E Milano?
I live saranno una figata, non vedo l’ora. Sul palco vedo la realizzazione di tutto quello che ho in testa. Tutta la musica, tutti i processi mentali diventano realtà. Devo dare tutto quello che ho dentro, restituire tutto ciò che ricevo ogni giorno. Sarà il panico. Hai sentito le canzoni, quindi sai che ci saranno momenti in cui si salterà, altri in cui si urlerà e altri ancora in cui si canterà. Voglio che si esca dai live come se fosse una purificazione.

Hai una passione per gli interludi. Lo apprezzo perché sembra quasi di leggere un romanzo e non di ascoltare un album.
Bellissimo questo paragone. Noi ci muoviamo per foto, abbiamo bisogno di esprimerci e automaticamente non ci poniamo limiti. La scelta di non voler definire un genere è perché io e GG abbiamo bisogno di esprimere ogni nostra parte, senza soffermarci su una cosa sola. Perciò la scelta della chitarra, per dire, non è dovuta al fatto che volessimo cambiare genere, ma abbiamo scelto la base più adatta per esprimerci meglio. Proprio per questo per me questa musica è libertà, ma soprattutto è liberatoria.

Sei contento alla fine che il pubblico abbia premiato la scelta di fare musica libera e liberatoria?
Io non l’ho fatto per il pubblico, ma per me stesso. Non faccio cose per gratificare gli altri. Quando abbiamo deciso di fare questo tipo di musica, non abbiamo pensato che fosse la cosa migliore per gli altri, ma ci siamo detti Perché dobbiamo fare qualcosa che non è vero? Dobbiamo essere coerenti con ciò che siamo ogni giorno. Devo essere sempre la stessa persona, sia se sono da solo sia se sono con gli altri. Devo essere la stessa persona sia a casa che sul palco. Esprimere solo un mio lato per poi essere messo in un genere dalle persone – perché poi è diverso vivere una persona 24h rispetto a incontrarla nelle tracce – non va bene. Devo far vedere che sono un essere umano, che è fatto di duemila sfumature come chiunque.

Questo è giusto, però è un’autenticità che in un modo o nell’altra è arrivata.
E io ne sono felicissimo. Mi dico Daje. Le persone hanno iniziato a capire il messaggio, ed è questa la cosa bella. Non è che non ho un genere per un motivo, non ho un genere perché è musica e basta. Non è un non voler avere genere per distinguerci. Non vogliamo avere un genere per essere coerenti con noi stessi.

Lo chiamiamo genere Fasma da oggi in poi?
Più genere Tiberio. Diciamo così.

Grazia Cicciotti

Foto di Fabrizio Cestari

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