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Dove vanno i soldi raccolti da Italia Loves Emilia? Rispondono gli organizzatori

Italia Loves Emilia soldi in buone mani

Italia Loves Emilia soldi organizzatori
Claudio Maioli

Come è organizzata la serata?
C.M.: Anche su questo fronte abbiamo seguito una via mai battuta prima. A differenza di altre manifestazioni similari, dove il pubblico deve sopportare moltissimi tempi morti tra un set di canzoni e l’altro con il risultato di fermare l’emozione della musica, sin dall’inizio abbiamo sottolineato il concetto di concerto. Per garantire questo monteremo un palco a fronte unico ma sdoppiato in due, con un’alternanza che permetterà di non interrompere il flusso musicale. Non ci saranno interruzioni per allestire i rispettivi set e nemmeno ci saranno presentatori.

Quali sono i problemi più grossi cui si va incontro organizzando un evento di questa portata?
F.S.: La motivazione benefica ti mette sempre in una condizione di grande attenzione da parte della burocrazia e delle istituzioni. In questo caso credo che gli interlocutori emiliani coinvolti fossero anche molto motivati. Per tutto ciò che dipendeva dal governo locale del territorio abbiamo avuto grossa apertura e disponibilità. Purtroppo quando si sale al livello nazionale le cose si complicano: esistono delle regole che non vengono superate neanche in caso di avvenimenti il cui scopo è benefico. Faccio l’esempio dell’IVA, che non dipende da nessun funzionario dell’Emilia Romagna ma dallo Stato. Nemmeno in questi casi è previsto una forma di esenzione e quindi dovremo versare una grossa somma.

Sul fronte della gestione degli artisti invece?
C.M.: Il fatto di porre tutti allo stesso livello ha creato sicuramente un clima favorevole. Magari c’è stato qualcuno che ci ha messo un po’ di più a capirlo, ma nessun problema grave: tutti e quattordici hanno accettato fin dall’inizio di partecipare con uno spirito ottimo. Tanto la motivazione che sta alla base quanto il fatto che nessuno ci sta guadagnando, li ha messi nella condizione di accettare anche qualche lieve ed eventuale disagio.

Quando si parla di eventi di beneficenza, dal Live Aid ad Amiche per l’Abruzzo, c’è sempre qualcuno che pone la domanda: “ma poi i soldi a chi vanno?”. Senza contare che spesso si è scoperto che per intoppi burocratici ci sono stati grandi ritardi nella consegna delle somme raccolte. Come vi siete mossi per evitare questi problemi?
C.M.: Quando abbiamo proposto l’idea agli artisti, alla luce delle esperienze passate, molti di loro hanno sollevato il problema. Forti di questo abbiamo cercato di coinvolgere dei professionisti per capire come muoverci al meglio. Per questo sono nate associazioni di cui noi risponderemo con la faccia.
F.S.: È stata costituita un’associazione e una Onlus, la prima per raccogliere il denaro proveniente da operazioni commerciali, la seconda quello delle donazioni. Nell’associazione ci siamo sia noi che gran parte dei manager degli artisti perché deve servire come organo di controllo ma anche di condivisione: in questo modo i cantanti sanno in ogni momento come sta procedendo tutta l’operazione. I quattordici padroni di casa, insieme a noi, si impegneranno perché questo denaro, il cui scopo è finanziare la ricostruzione di una o più scuole, non vada disperso e soprattutto non finisca su un conto corrente intestato alla Protezione Civile e rimanga lì parcheggiato senza avere una finalità.

Niente paure di eventuali polemiche quindi?
C.M.: Io ho avuto un’altra esperienza benefica, quella de Il mio nome è mai più con Ligabue, Pelù e Jovanotti. Ci furono polemiche non tanto sui denari quanto sul perché si facesse quella cosa e non si andasse nei posti della guerra. Le polemiche poi però lasciano il tempo che trovano e il risultato è che abbiamo raccolto due miliardi dell’epoca che sono serviti per costruire un ospedale in Afghanistan, che in tutti questi anni ha permesso di curare decine di migliaia di bambini. Sono orgoglioso di aver fatto quella cosa come spero di essere orgoglioso in futuro di quanto fatto a Campovolo.

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