Onstage

J.P. Bimeni & The Black Belts: «L’onestà e la speranza vibrano nel nostro soul»

Esordio italiano, questa sera al Porretta Soul Festival, per J.P. Bimeni & The Black Belts. Discendente della famiglia reale burundese, costretto a fuggire dal suo Paese all’età di quindici anni, dopo essere miracolosamente sopravvissuto a ben due attentati, alla vigilia dello scoppio della guerra civile, J.P. Bimeni è una delle voci più promettenti del soul internazionale.

Rifugiato politico, prima in Galles, poi a Londra, Bimeni ha militato in diverse formazioni, su cui spicca quella dei The Jezebel Sextet, band tributo a Otis Redding, che lo ha portato sotto i radar della Tucxton Records. È nato così il progetto da cui ha preso forma Free Me, il primo disco firmato da J.P. con The Black Belts.

Uscito 15 febbraio e considerato il miglior album dell’anno da BBC 6 Music e Uk Vibe Moko, Free Me è un disco deep soul all’ennesima potenza, in cui risuona tutta l’anima dell’Africa, trait d’union tra le improvvisazioni funk e l’accorato soul di pezzi come Honesty, I Miss You e Fade Away.

Ospite del Jova Beach Party nella data di sabato a Barletta, J.P. Bimeni ci ha raccontato la sua storia e delle sue canzoni, di quel soul fatto di amore e perdita, speranza e paura, della consapevolezza tipica di chi, nella vita, ha superato innumerevoli ostacoli per ottenere quello che dalle nostre parti siamo abituati a dare per scontato.

Benvenuto in Italia, J.P., che genere di show vedremo?
Faremo una scaletta basata sui nostri pezzi più di impatto, come band stiamo diventando sempre più forti, quindi ovunque andiamo non vediamo l’ora di suonare. In più siamo molto felici di avere tutte queste date, significa che il pubblico italiano ha voglia di sentire la nostra musica.

Tu hai una storia molto particolare, sei discendente della famiglia reale del Burundi, Paese da cui sei stato costretto a fuggire. Ti va di raccontarmi qualcosa della tua vita prima di arrivare in UK?
Prima che arrivassero i guai, sono cresciuto in una società piena di problemi a causa della sua storia, dall’epoca del colonialismo, all’indipendenza, alla democrazia, con una classe politica che si è fatta e si fa la guerra per il potere, tra la monarchia e la repubblica. La storia alla fine ci ha detto che la gente non era pronta o il cambiamento non è stato fatto nel modo giusto. Se cambi dovresti cambiare in meglio, ma tutti quei cambiamenti hanno creato un sacco di divisioni e una lotta intestina nella classe politica, per cui le persone si vedono come appartenenti a diversi gruppi etnici, cosa che non è completamente vera, perché alla fine dei conti siamo tutti semplicemente persone. C’è un sacco di povertà tra la popolazione del mio Paese, ma il Paese è ricco e ci sono tantissime famiglie miste, ci chiamino come vogliono tutsi, hutu, twa. Parlare di come siamo mischiati sarebbe un buon metodo per porre fine a questo genocidio, alla politica violenta, soffocante e oppressiva, per cui io ho perso amici, familiari e ho rischiato io stesso di morire. Da noi si dice: «Un uccello che non vola non saprà mai dove si trova il grano». È una metafora e la nostra gente sta iniziando a viaggiare, mentre il Paese rimane in mano a questi dinosauri della politica, che usano le solite vecchie strategie della tensione, propinando finte soluzioni, che sono volte solo al mantenimento del potere. A qualunque gruppo etnico o classe tu appartenga, vuoi che la politica porti un progetto che sia buono per il Paese, che si prenda cura dei più vulnerabili e incoraggi le persone a lavorare le une per le altre.

A quindici anni sei arrivato come rifugiato in Galles. Ho letto che i primi dischi li hai comprati lì: Marvin Gaye, Otis Redding, Ray Charles, Bob Marley. Con che musica sei cresciuto, la tua passione per il soul era già nata prima di arrivare in UK?
A casa ascoltavo qualsiasi cosa passasse la radio, perché in realtà nemmeno ce l’avevamo un posto dove comprare dei dischi. Magari qualcuno ogni tanto faceva delle cassettine, ma in genere ascolti tutto quello che passa in radio e spesso non sai nemmeno chi è l’artista che stai ascoltando o da che paese venga. Così senti tanta roba diversa, dal jazz, al country, al blues, a diversi tipi di musica africana, un sacco di pop da tutto il mondo, soul, un sacco di reggae, latin music, così in un certo modo il nostro orecchio si è formato senza avere una vera e propria consapevolezza. Quando sono arrivato in Inghilterra e ho iniziato a fare musica, mi sono reso subito conto che c’è una pressione nel dover definire quello che fai: fai rock, soul o cos’altro? Ma io amo la musica, suono la chitarra, se vogliamo fare una canzone reggae la facciamo, se vogliamo fare del soul anche. Quando riascolto il mio primo disco solista (l’Ep Slow Me, pubblicato nel 2008 sotto il nome di Mudibu, ndr), mi rendo conto che c’è dentro di tutto, pop, soul, rock, reggae, musica africana.

Come hai iniziato con la chitarra?
Ero un ragazzino e vivevo ancora in Burundi, ma poi mi hanno sparato. Per un paio di mesi avevo iniziato a suonare, male, la chitarra di mia zia. Poi ho incontrato due musicisti straordinari del Congo, suonavano in giro nei bar e abbiamo fatto uno scambio, io gli prestavo la chitarra e loro mi insegnavano a suonarla. Ho imparato molto da loro, ma poi c’è stato l’incidente. Tempo dopo, a scuola, in Galles, il mio insegnate mi ha chiesto se volessi fare dei corsi extra oltre a quelli che frequentavo e così ho iniziato a suonare con un insegnante. Non lo capivo, vivevo la cosa come una tortura, me ne stavo seduto lì a fissare lo spartito e pensavo, ma che cavolo! Allora sono tornato a imparare da me, se avevo dei problemi chiamavo qualche amico oppure, visto che siamo la internet generation, me ne andavo su Google per trovare quello di cui avevo bisogno. Col tempo, però, ho capito che avevo bisogno di studiare un po’ di teoria, di andare a scuola. Sono entrato in un coro, ho studiato chitarra, ma anche lì, andavano tropo veloci, rilassatevi cacchio. Sì, tutto molto interessante, ma non faceva per me.

Beh, se cercavi qualcosa fuori da generi ed etichette, immagino che spostandoti dal Galles a Londra tu abbia trovato pane per i tuoi denti.
Lì studiavo in una scuola internazionale, dove c’erano persone di settantacinque nazionalità diverse, tutte nello stesso luogo. Poi ricordo che c’era una bella esposizione, andavo spesso alle serate open mics e lì ci trovavi il soul, i trovatori folk con la loro chitarra, il rock, il reggae, il jazz, bastava goderselo e assimilare il più possibile. Sono grato di tutto questo. Certo, vivere a Londra non è facile, la chiamano “la città dei guerrieri”.

Poi sei entrato in diverse band…
Sì, ho suonato con un po’ di band perché mi interessava quella dimensione del creare qualcosa insieme ad altri: Mantilla, Rainbow Blanket, Lost Child, Saints Patience e la band tributo a Otis Redding, The Jezebel Sextet, che mi ha insegnato tantissimo, perché è una big band con una sezione di fiati impressionate e già stare sul palco con loro è stato di grande insegnamento.

Raccontami di quell’esperienza. Innanzitutto quanto ti piace Otis Redding?!
È stato fondamentale per me, c’è una ruvidità, una potenza, è come se volessi sudare via tutto, tirare fuori tutto. I miei zii lo ascoltavano a casa in Burundi. Poi, però, un giorno a Londra ho conosciuto questo chitarrista rockabilly francese, che mi ha introdotto alla storia della musica. Andavo ai suoi open mics e suonavo solo jammando, non portavo mai niente di scritto. Fu lui a incoraggiarmi a continuare ad andare, ma un giorno mi disse che se volevo fare musica, dovevo affinare le mie capacità e per farlo dovevo conoscere quello che gli altri musicisti avevano fatto. Così ho capito l’importanza della connessione che esiste tra i musicisti nella storia della musica, sono andato ad approfondire gli artisti che mi interessavano, i musicisti black americani, dai jazz singers degli anni ’20 via via fino al giorno d’oggi. Volevo capire qual è il posto di un musicista black nel mondo di oggi e poi mi sono detto: hey, ma tu sei africano. Dove ti collochi? Questa è un’altra storia.

Come è iniziata l’avventura con The Jezebel Sextet?
Avevo aperto uno dei loro concerti, come al solito da solo, voce e chitarra. A un certo punto arriva uno di loro, mi chiede cosa ne penso del concerto e del loro cantante. Ovviamente rispondo che funziona, che mi piace, insomma, la verità. Ma lui mi dice: che ne pensi di cantare con noi? …cooosa? Io in una big band del genere?! Ero lusingato, ma è stato difficile imparare tutto il repertorio di Otis Redding e soprattutto confrontarmi con tutta quell’energia sul palco. Loro sono stati molto pazienti con me, perché andai in crisi, vivevo nel paragone con Otis e sbagliavo. Gli dissi due o tre volte che volevo mollare: trovatevi un altro cantante. Ma loro mi hanno incoraggiato a restare a continuare. Le cose andavano bene, ma a un certo punto il nuovo progetto è impazzito, quindi ho dovuto prendere una pausa, a malincuore, perché sono cresciuto molto con loro e ti confesso che spero di fare di nuovo qualcosa un giorno con loro. Ho dovuto scegliere.

E hai scelto The Black Belts.
Se parliamo di Black Belts dobbiamo parlare della Tucxson Records. Ero con il Jezebel Sextet e c’era quest’altro gruppo The Speedometer, una formazione funk che fa da spalla a vari cantanti, specialmente americani, che cercava un cantante per un festival ad Aviles, nel Nord Ovest della Spagna. Così mi hanno contattato e mi son ritrovato catapultato su quel palco. Prima di noi suonava questa band della Tucxson, Shirley Davis and The Silverbacks, una bomba. Il nervosismo a quel punto era alle stelle, ma alla fine è andato tutto bene, la band è stata grandiosa, super compatta. Tornato a Londra mi hanno chiamato dall’etichetta dicendomi che avevano questo progetto The Balck Belts e se volevo cantare con loro. Sul serio? Pensavo che fosse uno scherzo, poi ho cercato in rete informazioni sull’etichetta, c’era poca roba, allora ho chiamato per parlarci direttamente. Mi dicono di andare a Madrid, appena arrivo, arrivano anche tutti i musicisti, iniziamo a suonare e tutto gira alla perfezione. Il batterista è molto legato alla musica cubana, ma io ci sento un sacco di musica africana, non ha mai suonato soul; il bassista arriva dal reggae; il chitarrista dal rock; il pianista dalla classica, dal jazz e anche il trombettista; io, africano, cerco di trovare la mia via e credo che sia una combinazione bellissima e inaspettata. E tutto questo lo facciamo in Spagna!

Alla fine sei decisamente uscito dagli schemi e così è nato Free Me, un disco in cui hai condensato le tue esperienze di vita. Contiene tante canzoni d’amore, ma se vai oltre capisci che il significato è molto più ampio. Qual è il cuore di questo disco?
L’onestà, l’osservare come l’umanità sia andata completamente deragliando e come la vita sia dura per certe persone che devono mendicare, rubare e arrivare anche ad uccidere. Abbiamo l’amore perduto, abbiamo l’urlo di quando devi assolutamente trovare una pausa da tutto, di quando ti senti così stanco di tutto. È un raggio di emozioni nel buio, il desiderio di aggrapparsi all’amore, all’umanità, a ciò che esiste di buono, ma stai parlando di tutte le cose più dure e di come la vita te le ha buttate in faccia. Tuttavia c’è una grande speranza nella vibrazione di questa musica, tutti noi abbiamo lavorato duramente e questa realtà musicale era nelle nostre preghiere, quindi ci sentiamo tutti valorizzati e in qualche modo liberati da tutto questo.

Hai parlato dell’onestà come di uno dei pilastri di questo disco, ma in Honesty Is a Luxury, la definisci un lusso.
La vita è molto dura e ognuno cerca di viverla provando a guardare al buono in essa, a volte però il mondo può essere così freddo e incurante. Prendiamo un immigrato: ha fame, non mangia da un paio di giorni e deve rubare, perché deve mangiare. Magari lui ha provato ad essere una persona onesta, a chiedere aiuto, ma poi è arrivato al punto in cui si è detto: “Sai che c’è? Il mondo se ne frega”. In un certo senso lo posso capire.

In Don’t Fade Away canti: «Posso andare ovunque voglia, ma mi sento come se vivessi in prigione». Da rifugiato cosa pensi del tono che sta assumendo la conversazione sui migranti in Europa?
Devo rimanere positivo, perché è l’unico appiglio che ho. Quello che mi piace di questi tempi è che abbiamo qualsiasi genere di media e che non possono essere controllati: faccio una foto, la pubblico e ne parlo. È una luce nel buio, continuiamo a provarci e a lottare, senza perdere dignità e umanità. Stanno cercando di farci credere che non abbiamo potere, ma è lì che possiamo vincere, dicendo: no, vi sbagliate. Specialmente quando arrivi dall’Africa, pensi di trovarti in un ambiente che ti rifiuta. Forse lo fa la politica, l’assetto economico, ma le persone, e lo dico per esperienza, no, è lì che trovi l’umanità e la consapevolezza che alla fine siamo tutti uguali. Per questo abbiamo bisogno di più ambasciatori che creino legami tra la gente dal basso, mentre la politica cerca solo di trarre vantaggio da tutto e tutti. È la ragione per cui ho scelto la musica.

Sabato sarai tra gli ospiti del Jova Beach Party. Come hai conosciuto Lorenzo? Anche lui è un’artista che ama mettere in connessione diverse realtà popolari tra Africa, Europa, Sud America.
È un grande e ti confesso che a me piacerebbe tanto fare la stessa cosa in Africa.

Credo che il Jova impazzirebbe per quest’idea.
Sì e credo che daremmo non poco fastidio alla politica locale. In realtà non ci siamo ancora visti, ci siamo scritti e abbiamo avuto una conversazione su Instagram, ma non vediamo l’ora di incontrarci. Penso che la sua generosità sia indicativa, nella musica non c’è bisogno di parlare troppo, fai ciò che desideri fare e tutto sarà chiaro, io saprò chi sei e tu saprai chi sono io.

Tour 2019:
Venerdì 19 luglio – Porretta Soul Festival – Porretta Terme (Bo);
Venerdì 2 agosto – Sud Est Indipendente Festival – Lecce;
Mercoledì 14 agosto – Mamma Blues Festival – Nureci (Or);
Giovedì 10 ottobre – Romaeuropa Festival – Roma;
Venerdì 11 ottobre – Teatro Zancarano – Sacile (Pn).

 

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