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Jawbreaker: “Siamo sicuri che il concerto a Milano sarà un grande show”

Il ritorno dei Jawbreaker per il Riot Fest 2017 di Chicago è stata una delle notizie più sorprendenti di questi ultimi anni. Il trio statunitense è una delle maggiori influenze per artisti come Fall Out Boy e Hayley Williams dei Paramore, passando per i Foo Fighters con i quali condivisero un tour negli anni Novanta.

Attualmente i Nostri sono impegnati in un lungo tour mondiale, iniziato in Nordamerica durante l’inverno e proseguito in Europa in due tranche. Abbiamo incontrato la band al completo lo scorso 4 maggio prima della loro esibizione all’Astra Kulturhaus di Berlino, ultima tappa prima del loro ritorno in Europa a fine mese quando si esibiranno, tra gli altri, al Primavera Sound di Barcellona e all’Alcatraz di Milano, unica data italiana in programma il 29 maggio prossimo.

Siete tornati ad esibirvi al Riot Fest due anni fa. Vi siete sentiti in ansia quando siete risaliti sul palco insieme dopo più di vent’anni?
Eravamo veramente preoccupati di suonare bene per il Riot Fest e proprio per questa ragione ci trovammo in sala prove per almeno sei mesi prima del fatidico giorno. Volevamo essere preparati perché sapevamo di suonare di fronte a tante persone, sarebbe stato il concerto con la maggiore affluenza della nostra intera carriera. Il concerto al Riot Fest non era nei piani iniziali l’inizio di un vero e proprio ritorno, ma con il tempo abbiamo maturato l’intenzione di proseguire ma di andare avanti passo passo. Abbiamo fatto molto lavoro per quel concerto, e non volevamo che tutto venisse circoscritto ad un concerto di un’ora e mezza, anche per questo abbiamo scelto di continuare.

Tornando agli anni Novanta, quali sono le ragioni che vi hanno portato a separarvi? Ha pesato il feedback negativo dell’ultimo disco Dear You?
Tutto questo è spiegato molto bene nel documentario sulla nostra band, Don’t Break Down, le ragioni che ci hanno spinto allo scioglimento e il percorso che portò a ciò. Ci siamo sciolti per le motivazioni che portano molti gruppi a separarsi e di sicuro, al tempo, i soldi non furono una di queste. Non credo che sia interessante il perché i Jawbreaker si fossero sciolti, ma cosa sono diventati dopo il 1996. Pur essendo stati assenti per un lungo periodo, abbiamo ottenuto una fama postuma molto rilevante, che riteniamo una cosa molto più importante di tante cose; parlano di noi band come i Fall Out Boy ma anche gli Aerosmith (risata, ndr). La separazione in sé fu piuttosto amichevole, ma vivemmo un periodo molto difficile tra di noi prima di arrivare a quella decisione. Ci fu una sorta di malinconia quando si decise la fine dei Jawbreaker, ma arrivammo a quel momento fisicamente e mentalmente esausti; non fu un addio in maniera rude, ma per un lungo periodo successivo non ci sentimmo tutti e tre contemporaneamente. Basti pensare, ad esempio, che Blake in un primo momento letteralmente sparì dai radar e solo io (Adam, ndr) rimasi in contatto con entrambi negli anni successivi.

Dopo tutti questi anni, considerate che il firmare per una major fu un errore nella vostra carriera?
No, assolutamente, lo avremmo fatto comunque ma magari in una maniera diversa. È una cosa che per come la vediamo noi sarebbe prima o poi accaduta ed è frutto di un percorso naturale che iniziò sin dai primi momenti come band e che sognavamo già dalla high school. Credo che quella rimanga una buona mossa. Non abbiamo nessun rimpianto su questa scelta, neanche a distanza di anni.

È il vostro primo tour europeo esteso dopo molti anni..
Questa è la nostra terza volta in Europa e, se devo dirti la verità, è il tour più breve che abbiamo fatto finora; si parla di circa tre settimane totali. Il tour sta andando molto ma molto bene, abbiamo apprezzato le tappe di Londra e Amsterdam, nell’ultimo non avevamo neanche le barriere con il pubblico, quindi c’era un collegamento diretto con i fan. Certo, eravamo in un club piccolo e molti erano interessati più alla partita di calcio in TV che a noi. Il concerto al Groezrock è stato per noi anomalo, ci siamo sentiti una band vecchia e differente rispetto al resto della lineup; per noi è stato una sorta di ritorno agli anni Novanta. Il pubblico medio in Europa abbiamo trovato che sia mediamente più anziano di quello degli Stati Uniti, dove suoniamo principalmente davanti a molti ragazzi giovani, persone che ci hanno conosciuto solamente ascoltando i dischi. Nel tour europeo ci sono molti show in Germania e, avendo tutti origini tedesche, li sentiamo come dei concerti in territori che sono le nostre radici. Non siamo pratici con il tedesco, escludendo Chris Bauermeister che lo parla piuttosto fluentemente ed è stato nominato il nostro traduttore ufficiale (risata, ndr).

I vostri ultimi show vi vedranno suonare al Primavera Sound e a Milano.
Sappiamo che è un festival dove ci sono molti artisti dei generi più disparati, e la cosa non ci preoccupa. Saremo curiosi di vedere molte band di quella rassegna, tra cui Miley Cyrus e i Built To Spill, e a Barcellona passeremo un paio di giorni, quello nel quale suoneremo e il giorno precedente. E se non ci sono band come la nostra, sinceramente, la cosa non ci preoccupa. Su Milano non abbiamo stravolgenti aspettative, siamo sicuri che sarà un grande show e ci aspettiamo molti fan della musica punk, ci ricordiamo ancora un gran concerto da quelle parti nel 1994.

State lavorando ad un nuovo disco. Quali sono le ispirazioni?
Abbiamo un paio di canzoni già pronte ma che dobbiamo ancora registrare. Viviamo in tre posti differenti e ad oggi quando ci vediamo assieme ci focalizziamo principalmente sulle prove prima dei concerti. Vedremo se riusciamo dopo il tour a trovare del tempo, ad oggi preferiamo vivere giorno per giorno. Non abbiamo nessun progetto di entrare in studio, registrare troppo presto potrebbe essere controproducente ma siamo consapevoli che manca veramente poco al traguardo, bisogna solo pianificare le cose e, soprattutto, sentirci pronti per farlo. Chiaramente, trovandoci tutti insieme visto che risediamo in tre punti degli Stati Uniti quasi opposti.

Siete una band coinvolta politicamente. Credete che figure come la Ocasio-Cortez e movimenti come Brand New Congress possano essere la risposta alla deriva trumpiana degli ultimi anni?
Lo speriamo, chiaramente. Siamo molto preoccupati da questo successo dell’alt-right che purtroppo ricorda a tratti quanto successo negli anni Venti e Trenta del secolo scorso, e che si sta diffondendo a macchia d’olio anche in altre zone come qui in Europa. Siamo fiduciosi, visto che speriamo che questo sia un percorso che si potrebbe concludere già a breve in un modo migliore rispetto a quanto avvenuto in quegli anni.

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