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Joan As Police Woman nuovo album intervista

Joan As Police Woman racconta la “Damned Devotion” del suo nuovo album

Esce il prossimo 9 febbraio Damned Devotion, il nuovo album di Joan Wasser in arte Joan As Police Woman: per la cantautrice americana è un ritorno molto speciale, fatto di ispirazioni antiche rivestite di nuova luce. Una luce oscura, che racconta la profondità di un’artista degna di questa definizione e lontanissima dalle regole, seppure a modo suo. Incontrarla a Roma in una tiepida mattina d’autunno davanti ad un caffè (rigorosamente americano) ci ha permesso di entrare in confidenza felice con lei: una chiacchierata informale, diretta, ricchissima di scambi umani. (A tutti i fan di Joan, siete avvertiti: sappiate che per il tour, che passerà dall’Italia a marzo, dovrete studiare i cori delle sue canzoni!)

Questo disco è molto dark, molto oscuro, ma al tempo stesso è molto dolce. (Joan sorride, sembra soddisfatta). Come sei riuscita a farlo suonare così?
Grandioso! Sono contenta che sia così, che ti abbia colpita per questo. È quello che sento in linea generale. Sono a mio agio nel buio, l’oscurità è confortevole. Mi sembra di aver vissuto una vita parecchio difficile…anzi, meglio, ho attraversato alcuni momenti difficili ma non mi sembra che mi sia fermata, sono onorata a questo punto. Non posso ignorare i momenti passati, e sinceramente nemmeno lo voglio. (Mi guarda attentamente, lascia partire un mezzo sorriso). Nessuno me l’aveva mai messa giù così, prima, ed è veramente una domanda ben posta. È veramente così che mi sento… Molte delle canzoni le ho registrate in casa; di solito le scrivo a casa e poi le registro in studio con la band, facciamo l’arrangiamento. Invece questo disco l’ho registrato principalmente in casa e lavoravo di notte. Mi sento a mio agio la notte. Visto che vivo a Brooklyn, non posso fare troppo rumore e tutto deve essere molto tranquillo.

Non hai perso la tua innocenza, alla fine…
Qualche volta mi fa impressione pensare a quanta poca ne abbia persa (ride). Alla fine questo è un bellissimo posto dove stare, non mi sento stanca affatto. Ed è grandioso.

D’altronde non possiamo diventare cinici a tutti i costi, no?
Infatti, il punto è essere più leggeri.

È quello che colpisce e mi ha colpita del tuo disco: riuscire ad essere così scuro ma con una luce che brilla, un buio luminoso. Mi ha ricordato qualcosa dei tuoi primi dischi, con in più un’anima soul. Più verso Marvin Gaye o più verso Stevie Wonder?
I miei dischi precedenti erano più Stevie. Questo è più Marvin, sì.

L’atmosfera, le percussioni, le batterie… Ricordano qualcosa del capolavoro di Marvin Gaye What’s Going On (Joan si illumina).
Oddio, è meraviglioso. Non esiste un complimento migliore, comincio a sentirmi in imbarazzo… (ride). È anche una questione di voce: Stevie Wonder è incredibile, è pieno di gioia. Non è che non ci sia gioia in questo disco, ma c’è una sensazione di desiderio, di voglia struggente nella voce di Marvin, che forse emerge di più anche sul mio disco.

Visto che stiamo parlando di Marvin Gaye, la domanda ti tocca: quali sono le ispirazioni del disco, al di là della tua vita personale?
(Sospira ridendo) Molto di questo disco è iniziato come esperimento con il drum programming, per conto mio, di notte e con le cuffie in testa. Ho sempre voluto provare una cosa del genere con la mia musica ma non sapevo se sarei riuscita a farlo suonare come una cosa mia. È un po’ sciocco, perché comunque è parte della musica che amo. Adoro l’hip hop perché ci sono cresciuta, lo ascolto da sempre e sempre continuerò a farlo, mi ispira molto; ma non sapevo cosa sarebbe successo se avessi provato a integrarlo nella mia musica. Quello è stato l’inizio: poi è arrivata la musica soul. Torno sempre a lei, è la musica che preferisco ascoltare, mi fa sentire a casa. Credo di essere più a mio agio con la mia voce adesso e anche le influenze arrivano meno diluite.

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