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Kazu dei Blonde Redhead: «Volevo vedere quanto lontano potevo spingermi da sola».

Incantevole, evocativo, allegorico, visionario, complesso nella moltitudine di suggestioni che condensa, tra dream pop, synth pop, jazz e momenti sinfonici, ma immediato e godibile sin dal primo ascolto. C’è tutta l’essenza di Kazu Makino nelle nove tracce di Adult Baby, il disco d’esordio (uscito il 13 settembre), con cui la cantante, tastierista e chitarrista dei Blonde Redhead arriverà in Italia per due date: il 16 novembre al Monk di Roma e il 19 alla Santeria Social Club di Milano.

Prodotto da Sam Owens e registrato tra Berlino, New York e Milano, con la collaborazione di musicisti del calibro di Ryuichi Sakamoto, Mauro Refosco (Atoms for Peace, Red Hot Chili Peppers, David Byrne) e Ian Chang (Son Lux, Landlady), il disco è parte di un progetto multidisciplinare, definibile come un Visual Album Film. I singoli/video già pubblicati ad oggi sono tre – Salty, Meo e Come Behind Me, So Good! -, li trovate su YouTube e faranno parte del film Adult Baby, che verrà pubblicato nella sua interezza dopo la fine del tour.

Diretto da Eva Michon, co-autrice della sceneggiatura insieme a Kazu, il film è stato interamente girato all’Isola d’Elba, dove l’artista giapponese di nascita, ma newyorkese d’adozione, vive ormai da mesi e fonte d’ispirazione anche per tutta la musica di Adult Baby. «Do I want my life on repeat? No I don’t want to know what awaits me», canta Kazu nella title track del disco: una sorta di mantra per l’artista, protagonista di una vita avventurosa, giunta, dopo quasi tre decenni in seno ai Blonde Redhead, all’esordio solista, accompagnato dalla nascita dell’omonima etichetta e a una nuova dimensione trovata tra la natura dell’Isola d’Elba. Ed è solo un inizio.

Adult Baby, il tuo esordio solista, arriva dopo ventisei anni da quello con i Blonde Redhead. Come hai capito che era il momento giusto?
Ventisei anni e più, ma preferisco non contare i numeri, mi fa sentire morta e non ho veramente idea di quando tutto questo sia iniziato. Per tutta la vita ho fatto musica e in realtà non mi sono accorta che fosse arrivato il momento, semplicemente ero sola e troppo lontana. Per l’epoca in cui siamo avrei potuto mandare della musica ai gemelli (Simone e Amedeo Pace dei Blonde Redhead, ndr) con il computer, ma non volevo. Ho iniziato a scrivere per me stessa, perché volevo vedere quanto lontano potevo spingermi da sola, ma non è stato un progetto guidato dall’ambizione, è stato più un piccolo gioco, mi sono divertita. La musica non è quasi mai divertente per me, anzi, è un’esperienza dolorosa, ma questa volta è stato diverso, piacevole per la maggior parte del tempo e fluido.

Il titolo si riferisce al fatto che, alla fine, siamo tutti bambini cresciuti. Come è arrivato?
Un mio amico un giorno mi parlò dell’esistenza di questo “adult baby club”, frequentato da uomini di potere che ci vanno per farsi trattare come bambini piccoli. La cosa mi colpì, forse perché sono convinta che in un certo modo siamo tutti bambini adulti e che in molti si sentano così e si identifichino con quell’espressione. Quindi ce l’avevo in testa da anni, stavo solo aspettando l’opportunità di usarla e questo sembrava lo scenario perfetto, perché qualsiasi cosa io faccia mi sembra così immatura. O forse non lo è, ma io tendo a criticarmi per la mia inadeguatezza e il fatto stesso che voglia sempre fare qualcosa di nuovo è infantile.

Trovi un aspetto confortante nel concetto di “adult baby”?
Sì, già ammetterlo a me stessa è confortante.

È anche il nome dell’etichetta che hai fondato. Avere la tua label è stato un presupposto necessario per la realizzazione di questo disco?
Non pensavo di fondarne una, ma ho parlato con così tante etichette e ho trovato così doloroso spiegare me stessa, spiegare la mia musica o chiedere a qualcuno di lavorare molto duramente per questo disco. In molti mi hanno detto che adoravano il progetto e che volevano lavorare con me, ma non ho mai avuto l’impressione che mi capissero veramente. Ho già avuto molte esperienze con diverse etichette: Touch and Go, 4Ad. Ho vissuto appieno queste relazioni psicotiche, estenuanti e rifarlo sarebbe stato come impegnarmi in un terzo matrimonio: non potevo davvero farcela. Non è una cosa così infantile da dire, ma credo di aver perso la mia innocenza per quel che riguarda il business. Quando ho pensato a un’etichetta chiamata Adult Baby, però, è stato esaltante, credo che sia un nome davvero malato per un’etichetta e concettualmente mi eccita. È qualcosa in cui non mi sono mai avventurata, ma forse il destino vuole che io provi cose nuove in questo periodo della mia vita.

Anche questo progetto è piuttosto avventuroso, non riguarda solo la musica, ma comprende anche un film che stai pubblicando per episodi insieme ai singoli. Che relazione c’è tra la musica e le immagini in questo progetto?
La musica è nata prima, ma Eva Michon che ha diretto il film e anche Paride (Ambrogi, ndr), che ha diretto il primo video, quello di Salty, sono persone che conosco da tempo. A Eva ho fatto sentire i demo sin dall’inizio, quindi lei sapeva molto bene in che direzione stesse andando la musica. Lei è una grandissima appassionata di musica e io ho sempre desiderato scrivere per lei, quindi le nostre conversazioni erano strettamente focalizzate sui visuals. Paride, invece, è nato e cresciuto all’Isola d’Elba, è una persona super talentuosa e, dal momento che tutta la musica del disco è stata scritta all’Elba, è stato naturale lavorare con un artista visivo del luogo, in modo da riuscire a catturarlo. Parte del progetto è autobiografico, ma tutto quello che sto facendo al momento in qualche modo documenta la mia vita da diverse angolazioni. Ecco perché non ho intenzione di lavorare con persone che ammiro da lontano, come ce ne sono tante, ma voglio tenere molto vicino al mio cuore tutto quello che faccio attorno a questa musica.

Sei anche coautrice della sceneggiatura del film, insieme a Eva Michon. Come avete tradotto la storia di transizione e catarsi del disco?
Sono sempre molto lontana dalle mie origini, il Giappone, ma anche là la mia più grande battaglia è stata quella contro il senso di alienazione e di estraneità che provo, mentre ho sempre desiderato appartenere. Credo che questo pattern sia diventato anche la storia del film. È piuttosto autobiografico.

Lo avete girato all’Isola d’Elba, dove hai scelto di vivere da qualche tempo. È un luogo a cui ti senti appartenere?
In un cero senso sì. Ci sono andata perché non avevo mai avuto una brutta esperienza all’Elba, ma ora tutto sta diventando piuttosto reale e praticamente intenso quanto vivere a New York. Incredibile, no? Però la natura è sempre molto curativa, ti fa sentire radicato, quindi non rimpiango nessuna scelta. Sto diventando parte di un movimento per rendere di nuovo grande Capoliveri – ride – e questa è la parte migliore. È intenso e ultimamente sono rimasta delusa da alcune persone, ma credo che dipenda dalla mia visione così idealista della gente, ci vedo sempre il meglio, anche troppo per essere vero. Includo anche me stessa, anzi forse sono la persona che mi delude di più di tutte. Quello che apprezzo di più del vivere all’Elba, però, è che sto conoscendo la vita al di fuori della musica. A New York ho sempre fatto musica ed ero sempre con persone che suonavano, la mia vita privata era un piccolo bonus accanto alla musica. Non mi sono mai concessa di allontanarmi e sentire che meritavo di avere anche una vita, perché tendo a giudicarmi molto duramente e sempre in base alla musica, a quello che alla gente piace o non piace. Quindi sono felice di essermene andata, anche perché qui all’Elba alla gente non frega un cazzo di quello che faccio o non faccio e io posso vivere la mia vita, che è qualcosa di nuovo per me.

E questo come ha influenzato il tuo lavoro di musicista? Scusami, è una domanda paradossale, lo so.
Non ne sono sicura, forse c’è stata una piccola componente di destino in tutto questo, perché non sono una persona che si prefigge di fare qualcosa pensando che niente mi fermerà. Anzi, sono abbastanza dubbiosa, sempre alla ricerca di un equilibrio, quindi questo atto di fede, l’andare all’Elba e rimanere lì, è stato una cosa che mi ha sorpresa molto e, soprattutto, mi ha sorpresa il fatto di avere continuato a fare musica, cose, film, perché in generale non accade molto da quelle parti. Detto ciò, credo che a influenzare questo mio lavoro siano state le persone. A New York mi muovo in una cerchia ristretta di conoscenze, mentre ora ho conosciuto persone nuove, con cui ho lavorato a questo progetto, come Sam Owens, Ryuichi Sakamoto e altri musicisti, è stata come una sveglia. All’Elba, poi, sono molto affascinata dai miei amici, sono appassionati, pazzi, intensi. Con molti di loro c’è un gap, a causa della lingua, ma, proprio grazie a questa barriera linguistica, riesco a vivere la loro essenza, quella parte primitiva di ognuno di noi. È questo che mi ha influenzata di più, insieme al mare, al sole e alla natura.

A proposito di comunicazione non verbale: ascoltando la tua musica non riesco a non domandarmi da dove arrivi. Hai un metodo di scrittura o attendi l’ispirazione …o qualsiasi cosa sia?
Oh, non lo so. Credo che siano cose da cui sono attratta, un linguaggio che ho sviluppato, quello musicale, e che tutto quello che non riesco a esprimere veramente o a fare nella vita reale, lo faccio nella musica e io sono costantemente frustrata dal fatto di non riuscire a esprimere me stessa e a fare davvero ciò che voglio. Per quanto riguarda il metodo, non so, è difficile dirlo, ma credo che mi accada spesso di osservare qualcosa o di sentire qualcuno dire qualcosa e di trovarci del ritmo o della melodia. Altre volte torno su canzoni che ho scritto, ma con cui so che non è ancora finita, oppure ascolto la musica di altri e penso, che avrei fatto diversamente questo o quello e da lì nascono nuove idee. Non c’è una regola e questo è il problema, vorrei riuscire a renderlo un processo più disciplinato, ma ogni volta arriva in un momento o in un contesto diverso, quindi devo essere sempre pronta.

Che qualità hai ricercato nel sound per questo disco?
Volevo che questa musica fosse concettualmente complessa, ma tecnicamente semplice. Poi, per portarla a un livello superiore, avevo bisogno di un sound ben definito, che credo sia la cosa più importante. Quindi sin dall’inizio ero determinata a non darmi per vinta finché non avessi trovato il giusto sound per ogni cosa. Anche se il mio approccio alla musica è piuttosto bambinesco, il mio orecchio e il mio gusto per il suono sono piuttosto maturi e questo è quello che rende ciò che faccio concettualmente un po’ più sofisticato.

In effetti questo è un disco molto stratificato nei suoni, ma che comunque sei riuscita a mantenere semplice all’ascolto. Sembra la somma perfetta di una vita in musica, anzi delle tante vite che hai vissuto in una sola esistenza. Credi che tutto ciò abbia contribuito a plasmare il suono di Adult Baby?
Sì, assolutamente, non ci avevo mai pensato in questi termini, ma è vero. La mia prima influenza è stata la musica classica, la ascoltavo 24/7 crescendo, ma la mia prima esperienza da musicista è stata nella scena punk-rock. Poi abbiamo iniziato a sperimentare coi suoni, perché avevo bisogno di qualcosa di più della semplicità del punk-rock. Ecco perché abbiamo iniziato a sperimentare con quello che hai definito dream pop o con lo shoegaze, avevo bisogno di un rumore molto molto ricco di suono. Dopo ancora, abbiamo iniziato a sentirci interessati a scrivere una canzone puramente bella. La domanda che ci facevamo era: come si scrivono belle canzoni? Questo è il modo in cui penso alla musica, quando è buona va oltre i generi.

Parliamo di live. A novembre farai due date in Italia, a Roma e Milano, che tipo di show hai in mente?
Al momento non ho davvero idea di come tirare fuori questo album live, perché per gran parte è stato fatto da sola con il mio produttore, Sam Owens. Ci siamo chiesti a lungo come lo avremmo reso live, pensando: “Ok, ci pensiamo sotto data”. Ora, però, ci siamo! Per fortuna Sam verrà in tour con me e mi aiuterà un sacco a trovare la quadra. Ci sarà anche Ian Chang, che ha suonato la batteria nell’album e vedremo se potremo permetterci di portare anche un terzo musicista con noi, ma sono molto focalizzata sul cantato in quest’album, quindi ci sarà grande attenzione per la voce. Non vedo l’ora di farlo, spero di non fallire.

E per quanto riguarda la scaletta?
Ho un solo album, è vero, ma non sono molto preoccupata per la scaletta, ho già canzoni nuove, che potrei suonare e in più questa musica è così fluida e spontanea, che possiamo improvvisare molto. Ho anche lavorato a dei pezzi di Sam e di Ian, che potremmo pensare di aggiungere in setlist.

Progetti dopo il tour?
Vorrei tornare all’Elba e fare un tour culturale nei circolini, Empoli, Bologna e così via. Credo che sia una dimensione interessante da esplorare. Mi piacerebbe moto anche partecipare al programma Propaganda. Non credo che potrò mai definire la mia musica come politicizzata, non ho abbastanza competenze in materia, ma forse, chissà, in un modo o nell’altro sto già facendo qualcosa di simile. Uscirà anche il film, quindi dovrò dedicare dell’attenzione alla promozione. E, poi, stiamo lavorando a un nuovo album dei Blonde Redhead, quindi, non appena si saranno calmate le acque con il progetto solista, tornerò a lavorare con loro.

Puoi darci qualche anticipazione sul nuovo disco con la band?
Siamo nel bel mezzo della lavorazione e credo che si possa dire che, come il mio solo album, anche questo sia un progetto positivo e ottimista, ma molto più basato sulle chitarre. Mi mancano, non ho suonato nessuna chitarra in Adult Baby.

Credito foto: Tania Feghali

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