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L’Aura, Il Contrario dell’Amore: «Un viaggio nelle mille sfumature di ogni donna»

Il 22 settembre è uscito Il Contrario dell’Amore, il nuovo album di inediti di L’Aura, che arriva ben sei anni dopo il suo ultimo progetto. Un lungo lasso di tempo, che ha però dato vita a un lavoro corposo, studiato, che si è poi trasformato in un viaggio inconsapevole all’interno dell’animo femminile. Un concept album ispirato alla musica degli anni ’60, ’70 e ’90, diviso in tre atti che corrispondono a tre personaggi. Un lavoro corposo – lo dicevamo – che ci siamo fatti raccontare dalla cantautrice.

Ciao L’Aura, la prima domanda è quasi d’obbligo. Come mai abbiamo dovuto aspettare sei anni prima di ascoltare un tuo nuovo progetto?
Venivo da un periodo in cui ero un po’ stanca e, in più, ho avuto un po’ di problemi di salute. Ho avuto bisogno di rallentare, anche perché ho avuto un bambino, mi sono sposata, mi sono trasferita in un’altra città e poi sono tornata a Milano. Insomma, tantissimi cambiamenti. Va detto che c’è voluto anche un po’ di tempo per mettere insieme questo lavoro. Simone (Bertolotti, ndr) aveva anche altri progetti, abbiamo fatto le cose con calma. Potevamo farlo e lo abbiamo fatto. Prometto che non vi farò aspettare altri sei anni.

Hai già nuove canzoni in cantiere?
Potrei registrare anche subito.

Va detto che comunque questo album forse richiedeva del tempo. Concettualmente, è molto intricato…
Sì, è diviso in racconti. I racconti, per inciso, verranno pubblicati a breve sul mio sito. Chi sarà curioso, potrà leggerli. Sono racconti di una persona che non fa la scrittrice, lo preciso (ride, ndr). Sono una cantautrice a cui piace scrivere, è diverso.

Ti piace però nutrirti d’arte in senso trasversale…
Mi piacciono tante cose. Ho avuto la fortuna, quando ero piccola, di avere insegnanti pazzeschi, che mi hanno trasmesso la passione per la letteratura, per l’arte, il teatro, la danza… In generale, mi piacciono tantissimo tutte le forme d’arte.

Chi ti segue sui social, del resto, sa benissimo che hai creato un mondo tutto tuo…
Grazie! Vedo però che è un po’ per pochi… Instagram è una piattaforma che chiede altre cose rispetto a quelle che io faccio. Al contrario, Facebook funziona molto di più, perché ha uno stile più discorsivo e più ‘da racconto’. L’idea del racconto personale piace. Per il resto, se parlo di moda è più facile, ma se parlo d’arte diventa più difficile. È una nicchia, però a me piace comunque.

L’importante è essere sempre se stessi…
Decisamente. Io ora sento un po’ anche la necessità di tornare alle orecchie delle persone. Gli appassionati non hanno dimenticato, però i più distratti hanno bisogno che qualcuno rinfreschi loro un po’ la memoria. In questo, ringrazio anche voi giornalisti (ride, ndr).

Hai pensato a questo scrivendo questo album?
Penso che molti pezzi di questo disco possano essere ascoltati anche da soli. Alcune canzoni, quelle verso la fine, sono più legate al ‘concetto’ dell’album. Per me è impossibile però pensare di fare dei singoli o un EP. Ho fatto un EP ed è stata un’esperienza sofferente, perché sono canzoni messe lì a caso e non è proprio il mio.

Non è un pregio?
Lo dico a malincuore, perché in questi giorni voglio essere ottimista. C’è una cosa però su cui sono un po’ pessimista, e cioè che questa non è l’epoca degli artisti. Questa è l’epoca dei venditori e del marketing. È un’altra roba. Poi, se le cose vanno di pari passo, meglio. Se un artista è bravo anche nel marketing, è il top. Non è detto però che le due cose vadano a braccetto.

Hai fatto uno showcase però che ha attratto un sacco di gente. Forse una speranza c’è…
Sì, è stato bellissimo. C’erano 600 persone, erano una marea. Il posto poi era piccolo. Non ce lo aspettavamo. Forse questo incaponirsi nel voler essere se stessi a tutti i costi arriva alla gente. Forse le persone capiscono che questo è il modo giusto di fare.

Non è forse l’unico modo giusto per emergere?
Di sicuro. Quando ho provato ad omologarmi non ha funzionato, perché non ero un prodotto che si potesse plasmare. Se io mi metto in testa una cosa, chi vuole farmi cambiare idea deve essere molto bravo a convincermi.

A proposito dell’essere se stessi, in questo album tracci un filo particolarissimo. Racconti un melodramma in tre atti, attraverso tre personaggi femminili.
Tutte donne, ma non tutte narrate da donne. La prospettiva maschile a me piace. Partiamo da Lucy, ispirata a Lucy in The Sky With Diamonds. Si dice che Lucy fosse Yoko Ono, anche se John diceva che si trattava di una ragazzina che frequentava la scuola del figlio. In molte altre interviste, però, si contraddisse. Io voglio credere che la ragazza dagli occhi ‘di caleidoscopio’ fosse proprio lei, quell’artista pazza di cui lui si innamorò perdutamente e che aprì le porte della percezione per lui. C’è un prima e dopo Yoko Ono per John: prima era ‘tristarello’, dopo divenne un’altra persona. Esistono donne con un potere magnetico, quasi sciamanico. Yoko Ono era un po’ sciamana: tutti l’hanno demolita, ma è un’artista incredibile. Non una cantante, non una musicista, ma un’artista. Con una testa immensa. Lui rimase completamente soggiogato da questa mente meravigliosa e così anticonvenzionale. Una giapponese che non ha nulla a che vedere col Giappone, perché cresciuta in un ambiente molto fervido. Lei è un personaggio molto forte. Per cui sì, con Lucy pensavo proprio a Yoko Ono.

Poi c’è Mary Jane…
Sì, un personaggio tratteggiato da Alanis Morissette, una delle mie cantanti preferite. La canzone è bellissima e parla di una donna molto fragile. In un certo senso parla di depressione, dell’ironia del remarsi contro. Il testo è ironico: è un modo alternativo di dire che ci si tira un po’ la zappa sui piedi da soli. Quando ci infiliamo in un ginepraio, spesso ce lo infliggiamo da soli. Ridere del dolore e delle lacrime versate mi piace molto.

E Lisa, da Sad Lisa di Cat Stevens…
Lisa è il personaggio più malinconico. Anche perché ci sarebbe da scrivere un libro su Cat Stevens: un cantautore con la barba ‘freakettone’ che poi diventa islamico. Ha stravolto la sua vita e sicuramente ha una spiritualità forte, che ha ricercato nelle sue canzoni. In questa parte del mio disco, c’è la stessa ricerca. Sad Lisa parla infatti di una ragazza probabilmente giovane che affronta la vita con malinconia, non disperazione. La tipica ragazza che sta in disparte, non è alle feste e non è il centro dei party. Io sono tutte queste cose insieme. C’è un pezzo di me in ogni cosa.

Come in ogni donna…
È un disco che parla tantissimo delle nostre sfaccettature. A un certo punto, ha preso molto questa strada.

C’è bisogno, del resto, di donne in Italia che sappiamo cantare l’animo femminile…
Grazie! Mi viene in mente Carmen, ma anche Cristina Donà. Forse Elisa.

Ti piacciono come cantautrici?
Sai che Cristina Donà è la prima artista a cui ho fatto sentire i miei demo? Sono andata a un suo concerto quando avevo 18 anni e, dato che conoscevo il suo chitarrista, ho fatto in modo che lei ascoltasse le mie canzoni. Lei, dopo un mese, mi ha scritto. Mi disse che lei non ascoltava mai nulla, ma le mie canzoni le aveva ascoltate e che, secondo lei, avevo un talento immenso. Io non avevo ancora nulla tra le mani. Mi incoraggiò tantissimo. Una persona meravigliosa.

Torniamo al tuo viaggio nel mondo femminile. Cosa hai scoperto di te quando è terminato?
È stata una scoperta continua.

Ci vuole una grande forza d’animo però per arrivare a dire che il vero amore si nasconde dietro gli atteggiamenti peggiori.
Non è un caso che Il Contrario dell’Amore sia la canzone che dà il titolo al disco. Il concetto che contiene è il riassunto dell’intero progetto.

Sei partita da questo concetto o ci sei arrivata?
In realtà sono partita registrando La Meccanica del Cuore. Avevo scritto tanti pezzi, ma quello è stato il primo che ho arrangiato. Poi, con Cose così, ho capito che avevo tra le mani l’intera storia. Quella che volevo narrare e il titolo che volevo darle. Mentre scrivevo, anche i racconti, non mi rendevo conto della piega che stavano prendendo le mie parole. Tutto cambiava, nel frattempo scrivevo altro. Quando ho scritto quel pezzo, ho capito di cosa volevo parlare. Mi succede sempre così. Arrivo alla fine di un ciclo di scrittura e l’ultimo pezzo è sempre la sintesi di tutto.

Perché finisce la catarsi.
Esatto. Come un serpente quando cambia pelle. L’ultimo pezzo è quello che dà senso alla trasformazione. Quando scrivo, io ascolto tantissima musica e leggo tantissimo. Vado in binge eating. Mangio tutto, vedo tutto, assorbo tutto. Poi smetto, mi fermo e inizio a partorire idee. Alla fine, arriva la sintesi di tutto quello che ho macinato.

Ti è piaciuto giocare in questo progetto a invertire un po’ i ruoli o sbaglio? Penso anche al video de La Meccanica del Cuore.
Sì, c’è una dinamica molto tipica delle relazioni. Quella un po’ masochista, della dominazione. All’interno di ogni relazione c’è un momento in cui si ha voglia di dominare l’altro. La Meccanica del Cuore, anche se non ne parla apertamente, parla di questo. Hai presente il libro omonimo? Racconta la storia di un personaggio che nasce con un cuore difettoso e la sua levatrice gli impianta un cuore ad orologeria. La figura della levatrice è un po’ strana, è un demiurgo, è il suo capo: lo ama perché è il figlio, ma nello stesso tempo lo manipola. Gli cambia le lancette a suo piacimento, lo redarguisce. I meccanismi di dipendenza e punizione sono tipici di ogni relazione sentimentale, anche tra amici o parenti. Si possono però anche capovolgere. La relazione paritaria è veramente difficile. Questo equilibrio mi intrigava. Come gli orologi: le rotelle hanno un loro movimento e spesso si scontrano, ma l’equilibrio, per far sì che funzioni, deve essere perfetto.

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