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Luca Carboni, al via lo Sputnik Tour: «Sarà un bel viaggio»

L’anteprima dello Sputnik Tour di Luca Carboni (la ventiquattresima tournée per il cantautore) si terrà il 10 ottobre al Teatro San Domenico di Crema e proseguirà poi in altre tredici città. Carboni sceglie i club per trasmettere dal vivo l’immaginario dell’album Sputnik, ma per capire bene cosa dobbiamo aspettarci abbiamo scambiato quattro chiacchiere direttamente con il cantautore. Ecco cosa ci ha anticipato.

Manca pochissimo al tour. Cosa stai preparando?
Ho sempre dichiarato che l’album Sputnik è un po’ l’evoluzione di un lavoro cominciato con l’album precedente Pop-up, e anche questo tour sarà un po’ figlio dell’esperienza di quel lavoro, solo un po’ più “estremo”. C’è naturalmente un grande lavoro musicale, che si unisce al racconto di quello che sto sentendo musicalmente. Lascio però sempre la porta aperta alle cose del passato, perché mi piace l’idea di fare un viaggio nel tempo, in cui è possibile ascoltare anche sonorità diverse, che appartengono ad altre epoche. Alla fine, ormai parliamo di epoche, perché è un periodo che va dagli anni ’80 fino ad oggi (ride, ndr).

In che modo unirai a livello sonoro tutti questi mondi?
Ci sarà sicuramente una situazione molto elettronica figlia dell’ultimo album, ma anche dei salti pazzeschi in momenti più acustici o più elettrici. Credo che sarà un bel viaggio.

E a livello puramente visivo stai pensando a qualcosa?
Certo! Come era successo col tour precedente ci sarà molto lavoro visivo, nonostante il fatto che si tratti di un tour nei club quindi parliamo di spazi abbastanza piccoli, tranne due o tre club che hanno palchi quasi da palazzo dello sport. Lo sappiamo, insomma, che sono palchi in cui non ci sta molta roba, però stiamo facendo un grande lavoro per riuscire a portare una produzione molto grossa. Cercheremo di starci tutti dentro.

Cosa intendi per “grossa”?
Sto dando molta importanza al lavoro visivo, partendo dal fatto che la copertina di Sputnik alla fine è disegnata da me e che nel cofanetto c’è un vero e proprio racconto che parte dallo Sputnik, quindi dagli anni ’50, per arrivare ad oggi. È un racconto che attraversa anche momenti della mia storia personale, perché io sono nato negli anni ’60. Ci saranno molte icone che sbucheranno fuori e compariranno in questa narrazione, partendo proprio dalle immagini ispirate dalla copertina, per creare qualcosa che in parte sottolinea i testi e in parte elementi più musicali. È un lavoro a 360 gradi, stiamo lavorando alla parte visiva da più di un mese e già da 15 giorni lavoriamo alla parte musicale. Ora andremo a Crema e per dieci giorni cureremo l’allestimento e la messa a punto della parte musicale per legare tutto. Come sempre, negli ultimi giorni nasceranno ulteriori idee, però mi piace non svelare troppo di quello che succederà.

Approfondiamo allora la parte puramente musicale, della scaletta cosa mi puoi dire?
A differenza dell’ultimo tour, ci sarà una parte più acustica e più intima, che mi permetterà anche di cambiare i pezzi della scaletta di data in data, quindi potrebbero esserci delle variazioni. Questo album mi ha fatto venire in mente delle canzoni del passato. In tutti i tour della mia vita, c’è sempre stata l’idea di presentare il lavoro nuovo, ma nello stesso tempo vedere anche cosa il lavoro nuovo si chiamava vicino, canzoni che avevano vicino altre canzoni del passato. L’ultimo album mi ha ispirato e sono andato a pescare brani un po’ ignoti. Ci saranno sicuramente i singoli del passato, ma anche canzoni che si collegano bene a Sputnik e che saranno un po’ una sorpresa. Le considero canzoni b-side, passate un po’ inosservate.

Ci sono canzoni imprescindibili però. Se non le suoni, i fan ti vengono a cercare sotto casa…
Sì, è chiaro. Ci son canzoni come Ci vuole un fisico bestiale, Mare mare, Farfallina o Silvia lo sai che sento anch’io l’esigenza di avere in scaletta. Non solo perché mi verrebbero a cercare, ma perché sono comunque momenti importanti. Se racconto il mio percorso, devo anche ammettere che in qualche modo son capitoli fondamentali. Ci sono anche canzoni però a cui io tengo molto e che magari, per una serie di fatti contingenti, non son stati singoli. Sono importanti per me e forse anche per qualcuno che mi verrà ad ascoltare. Mi sembra comunque dalle prove che si leghino molto bene alle canzoni del disco. Anzi, nel live vengono quasi amplificate o si amplificano a vicenda.

Torniamo alla parte sonora. Sputnik, di fatto, è un album molto elettronico. Ci sarà dunque, immagino, questa componente nei live…
Sì, ci sarà molta elettronica, ma anche una parte elettrica, perché comunque le chitarre sono importanti. Ho una band con due chitarristi molto bravi e tanta mia storia musicale è stata legata al suono delle chitarre. Cercherò quindi di valorizzare questa parte e di farla sposare bene con l’elettronica. Devo dire che i miei chitarristi hanno anche la capacità di usare le chitarre quasi come se fossero dei synth, quindi si integrano molto bene anche con le parti più elettroniche.

Hai scelto i club, quindi un’atmosfera molto intima. Come mai?
Non abbiamo scelto a caso la strada dei club. In questi 30 anni di musica, ho suonato in tutti i tipi di spazi e devo dire che quelli in cui ho suonato meno sono proprio i club. Negli ultimi due tour ho cercato questo spazio proprio per vivere un’emozione diversa. Andavo spesso nei club a vedere i concerti di altri e il bello è che riesci a vivere una dimensione intima come il teatro, senza tuttavia avere per forza le persone sedute. Il pubblico riesce così a vivere anche la festa fisica di un concerto. Gli ultimi dischi sono di fatto abbastanza ritmici e anche le canzoni più evocative hanno sempre una base coinvolgente. Certo, magari qualcuno ha voglia del posto seduto… però pazienza! Adesso mi piace questa dimensione, perché unisce l’idea del palazzo dello sport a quella del teatro. Puoi stare sotto al palco come in un palazzetto, vivendo però l’atmosfera intima di un un teatro, dove quello che succede si vede subito e non ci sono filtri o schermi.

La scelta di lanciare Io non voglio prima del tour è stata invece ragionata?
Non proprio, era un singolo che volevo lanciare comunque e non è legato al tour, almeno non direttamente. Ogni brano di questo album poteva diventare un singolo, perché in qualche modo lancia inevitabilmente le sonorità del tour. Come dicevo prima, ogni tour deve essere figlio concettualmente dell’album, poi nascono gli agganci col passato. Considero comunque ogni tour come un’opera nuova, che deve essere figlia dell’ultimo disco. Qualunque brano di questo disco sarebbe andato bene per raccontare il tour. Questa canzone tra l’altro è nata dall’incontro con un altro cantautore, Calcutta, e con Dario Faini, che ha lavorato alla parte musicale. Io non voglio è sicuramente figlia di un periodo in cui ho avuto voglia di confrontarmi con altri cantautori che ho scoperto proprio nei club. Come vedi, poi, tutto torna.

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