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Matt Simons: «Suonare live è la cosa più speciale che puoi fare da musicista»

Dopo l’anteprima offerta a giugno in apertura a Ed Sheeran al Firenze Rocks 2019, Matt Simons torna in Italia con un doppio appuntamento: lunedì alla Santeria Social Club di Milano e martedì al Monk di Roma.

Fattosi conoscere in Europa con i due dischi precedenti – Pieces e Catch & Release, con la title track andata doppio platino nel suo Deepend Remix curato da Young Bombs – il cantautore californiano da 500 milioni di streams è tornato il 5 aprile 2019 con il nuovo album: After The Landslide, contenente la hit We Can Do Better, anch’essa andata platino.

Un disco ambizioso e molto personale, che mette ancora una volta in risalto le doti di Matt Simons, songwriter in grado di condensare una scrittura solidamente classica, appoggiata su fondamenta folk, soul e R&B di matrice anglofona, con arrangiamenti dal sapore pop e contemporaneo. Mentre dal punto di vista delle tematiche, Simons non perde mai di vista i grandi sentimenti che, sin dagli inizi, ne hanno caratterizzato la scrittura, andando questa volta ancor più nel profondo di un momento di svolta personale, reso universale attraverso il filtro della musica. Ecco cosa ci ha raccontato del disco e dei live, con cui lo sta portando al suo pubblico in giro per il mondo.

L’ultima volta che hai suonato in Italia era giugno al Firenze Rocks in apertura a Ed Sheeran. Che ricordo hai di quel concerto?
Non avevo mai suonato davanti a tanta gente, c’erano 65 mila persone, è stato incredibile. Fino a quello show non avevo mai suonato live in Italia We Can Do Better, sapevo che era andata bene in radio, ma non avevo mai avuto l’occasione di farla dal vivo qui e quando ho iniziato a suonarla e tutta la gente sapeva le parole e cantava con me è stato divertentissimo. Credo che quella sia il mio ricordo più bello di quel concerto.

Tra un paio di giorni tornerai come headliner, che aspettative hai per le date di Milano e Roma?
Ho suonato a Milano qualche anno fa ed è stato davvero divertente, spero che riusciremo a ricreare quella stessa energia, non vedo l’ora.

Arriverai con il disco After the Landslide, nella vita di ognuno prima o poi arriva quel momento che segna l’esistenza di un prima e un dopo, nel tuo caso a quale prima corrisponde questo dopo. Di che smottamento stiamo parlando?
Per me è stato un mix di cose. Sai, uscivo da una lunga relazione, ero nei miei primi vent’anni e la mia carriera musicale non stava veramente andando bene, non sapevo esattamente cosa stessi facendo o in che direzione sarei andato e questo disco rappresenta un po’ tutti quei sentimenti che arrivano in quel periodo di transizione e dopo. È davvero un misto di cose, perché molte volte è eccitante ripartire e iniziare nuovi percorsi, ma al contempo è anche molto spaventoso, è complesso, come uno stufato di emozioni.

Una delle caratteristiche della tua musica è proprio quella di riuscire a parlare di emozioni difficili, ma spesso attraverso un suono “leggero”. Cosa ti spinge verso questa sorta di paradosso?
La vita è un paradosso delle volte! Sai, i tuoi sentimenti non sempre combaciano con quello che traspare, a volte scavando in qualcosa di molto allegro, scopri che c’è un fondo di tristezza e poi la felicità non può esistere senza la tristezza, vanno a braccetto ed è un gran casino.

Fare musica ti aiuta a mettere ordine fra le tue emozioni?
Assolutamente, sono una persona molto introspettiva e direi anche introversa e la musica funziona come una terapia, scrivere canzoni mi aiuta a capire come mi sento.

La copertina di questo disco è bellissima e piuttosto metafisica, qual è il concept che l’ha ispirata?
L’ha disegnata questa artista australiana: Karen Lynch. Le ho dato delle canzoni che erano centrali per l’album, così come alcune parole chiave come “difficoltà”, “ottimismo”, “pieno di colori” e credo che abbia fatto un lavoro meraviglioso. Nell’immagine si vedono due persone che camminano nel deserto con qualcosa all’orizzonte, un grande mistero che li attende. È psichedelica e offre una presentazione del sentimento che mi sono trovato a gestire, cioè il camminare verso il futuro anche se il presente è triste.

Hai dichiarato più volte che una delle cose più importanti per te è sapere che le tue canzoni sono state di conforto per qualcuno. Hai ricevuto dei feedback che ti hanno toccato particolarmente da qualche tuo fan?
Sì, capita che le persone mi dicano che la mia musica li ha aiutati in momenti difficili della loro vita, momenti di depressione ed è questo che mi fa percepire che quello che faccio ha un valore. C’è stata una tragedia incredibile in Messico, due ragazzine, credo che avessero undici o dodici anni, sono state colpite da un fulmine nell’oceano e sono morte. Catch & Release era la loro canzone preferita e al loro funerale un gruppo di ragazzini l’ha cantata, così i loro genitori mi hanno scritto, dicendomi che i ragazzi la ascoltavano in continuazione, come se li aiutasse a cercare l’inizio di un processo di guarigione. È una cosa che mi ha toccato nel profondo.

Ci sono delle canzoni o degli artisti, che hanno aiutato te a stare a galla nei momenti difficili?
Ce ne sono tanti che ascolto, a seconda del mood del momento, ma c’è una band che si chiama Nickel Creek e fanno una sorta di bluegrass pieno di contaminazioni pop. Sono cresciuto ascoltando la loro musica, mi ha sempre suscitato delle emozioni, mi piace il loro uso della strumentazione e i testi che scrivono. Sono davvero fantastici, vi consiglio il loro album Why Should The Fire Die?. Ora sto ascoltando tantissimo anche Emily King, credo che ci sia davvero qualcosa di speciale nella sua musica, quando mi sento giù riesce sempre a sollevarmi. Ascoltatevi Remind Me, è una bomba, una jam old soul, ma new age.

Nella tua scrittura si sente la solidità della tradizione cantautorale pop, folk, soul e R&B anglofona, ma c’è anche una vena assolutamente contemporanea negli arrangiamenti. In particolare che qualità hai cercato nel suono di quest’album?
Quando faccio un album mi piace trattare ogni canzone come se fosse un singolo e non necessariamente cercare un sound unitario. Se guardiamo al futuro di cosa significa fare un disco, credo che la direzione sia sempre più quella di creare una sorta di playlist, un mix di canzoni e di stili. Nel mio caso credo che quello che li tiene insieme siano la mia scrittura e il mio modo di cantare, ma considero ogni canzone a seconda dell’arrangiamento che può farla rendere al meglio e non in funzione dell’album, che deve scorrere piacevolmente, quasi come una playlist.

O la scaletta di un concerto. Il grande successo per te è arrivato dopo che sei stato notato durante uno show in Olanda, a testimonianza dell’effettiva importanza della dimensione live nel music business di oggi. Che posto occupa l’esibizione dal vivo nella tua visione artistica?
È così importante, è lì che ti rendi conto che puoi connetterti completamente con le persone. Registrare è una cosa, ma quando vai a suonare live e vedi le persone nella folla e le senti cantare insieme a te si crea veramente quella connessione ed è la cosa più speciale che puoi fare da musicista.

Per Milano e Roma cosa ci possiamo aspettare?
Abbiamo dei bei visuals, una band diversa da quella con cui ho suonato nei tour precedenti, un sacco di voci in più, abbiamo lavorato tanto sulle armonie vocali. Suoneremo anche un po’ di jazz a un certo punto, in onore della mia formazione musicale da sassofonista jazz, non troppo, ma lo suoneremo, perché è divertente inserire qualche solo nel bel mezzo del set.

Cosa rende un concerto speciale per te?
Bella domanda! Credo che sia diverso per ogni musicista, ma per quanto mi riguarda uno show per essere bello deve avere molta varietà, accostare sound diversi, stili diversi, dinamiche differenti, perché non piace a nessuno sentire troppe canzoni lente una in fila all’altra o viceversa troppi up-beat di seguito. Insomma devi riuscire a far ballare la gente, ma anche a  riportarla all’essenzialità dei grandi sentimenti, quelli veri.

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