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Mauro Ermanno Giovanardi, La mia generazione: «Un lavoro antropologico, ma mai avere nostalgia»

Esce il 22 settembre in cd, vinile e negli store digitali La mia generazione, il nuovo album di Mauro Ermanno Giovanardi, che ha voluto ‘incorniciare’ un momento musicale preciso, quello in cui una serie di artisti hanno iniziato a farsi comprendere dal pubblico cantando un rock italiano e originale.

Non a caso, nell’album Giovanardi ha coinvolto alcuni colleghi come Samuel, Edda e Manuel Agnelli, chiamati a interpretare brani iconici di band e cantautori come Afterhours, Marlene Kunz, Subsonica, Neffa, Casinò Royale e tanti altri. Ne è uscita una versione nuova di una serie di canzoni storiche, rappresentative di una generazione di musicisti che, a suo modo, negli anni ’90, ha cambiato la storia della discografia italiana. Ecco cosa ci ha raccontato Giovanardi di tutto il progetto.

Hai chiamato questo album La mia generazione. Qual era, secondo te,  la forza della tua generazione e della vostra musica?
Siamo arrivati al momento giusto. A volte ci sono congiunzioni astrali favorevoli e sono coincise alcune cose: quelli che come noi arrivavano da un percorso più alternativo, sicuramente più vicini ai centri sociali che non ai dj e più alle etichette indipendenti che non alle major, sono maturati e hanno compreso quanto fosse importante farsi capire e cantare nella nostra lingua. Le major si sono accorte di questo movimento e hanno capito che forse poteva essere apprezzato anche dai più.

Perché, secondo te, il pubblico era così ben disposto verso questo ‘movimento’?
Sai, la generazione che negli anni ’80 si era cibata di Cure, di Smiths e della New Wave era un po’ orfana di gruppi italiani che cantassero nella propria lingua. Che raccontassero, quindi, il proprio sentire. Siamo passati, tutti noi, da concerti di 100 persone a live con 1000 persone nel giro di pochissimo. Ci chiedevamo: ‘Ma questa gente dov’era?’. In quel momento abbiamo capito che cantare ciò che senti guardando negli occhi gli spettatori in prima fila era importantissimo. Abbiamo avuto la possibilità di fare dischi per delle multinazionali, acquisendo in questo modo visibilità, e questo ha fatto sì che un pubblico appunto orfano potesse apprezzarci.

Parli della lingua italiana come di un fattore importantissimo per questa ‘rivoluzione’…
A parte le esperienze fiorentine degli anni ’80 o i CCCP, la maggior parte di noi cantava in inglese. Anche perché ricordi la musica italiana degli anni ’80? C’era il Sanremo in playback, era tutto molto plastico… Oggi lo chiamano target, io direi che c’era una buona fetta di pubblico a cui mancava qualcosa. Lì siamo arrivati noi, occupando gli spazi della discografia ufficiale con canzoni altre e un altro tipo di background. Il paradosso era che i CCCP magari arrivavano primi in classifica, ma nessuna radio li passava. Fino al 1999 i network non passavano nessuno di noi.

La radio però alla fine l’avete sdoganata…
Sì, furono proprio i La Crus su Radio Deejay con Un giorno in più. I Subsonica conquistarono invece Sanremo con Tutti i miei sbagli. Prima parlare di Radio Deejay o Sanremo era un tabù.

E infatti non mancavano le critiche…
Ci davano dei venduti (ride, ndr).

Torniamo alla scrittura però… Erano proprio i vostri testi a fare la differenza.
Ho voluto omaggiare proprio questo periodo, quasi come se fossi un antropologo. Volevo storicizzare questo momento, perché prima questa roba qua non c’era. È stato entusiasmante, ma anche difficilissimo. Anzi, è stato il disco più difficile. È molto più facile cantare qualsiasi testo di qualsiasi autore degli anni ’60, persino Tenco o De Andrè. Più di Ferretti.

Qual è stata la difficoltà più grande che hai incontrato nel riarrangiare questi brani?
Su alcuni – diciamo tre – non sapevo se sarei stato in grado: Aspettando il sole, perché rappare e cantare sono due mestieri diversi; Forma e sostanza, perché salmodiare e cantare son due mestieri diversi; Il Primo Dio, perché cantare e declamare sono due mestieri diversi. È stata un’ulteriore difficoltà nella difficoltà. Ho cercato sempre di rispettare lo spirito originario, ho provato a farne una versione mia che però fosse credibile e tenesse botta. Nei tre pezzi che ti ho citato c’era un carico superiore, perché dovevo reinventarmi. Non potevo fare il verso, non sarebbe stata arte. Dovevo fare qualcos’altro e capire come.

Ci sono tanti ospiti, ma hai ‘giocato’ un po’, divertendoti a far cantare loro brani di altri. La mia sensazione è che volevi un po’ riproporre quella solidarietà artistica che si percepiva molto anche a quei tempi…
Io, Samuel, Manuel e altri eravamo Mescal. Erano i primi anni della Mescal, tra l’altro. Per cui, tra feste e showcase, ci vedevamo sempre. Se presentavano il disco dei Subsonica, per dirti, andavamo tutti. Volevo sottolineare indubbiamente questo. E poi pensavo che sarebbe stato anche più divertente. Infine, credo che proponendo a ciascuno i loro stessi brani li avrei messi più in difficoltà. Se canti un pezzo da 20 anni ormai l’hai interiorizzato e ricantarlo in un’altra veste completamente diversa potrebbe essere più faticoso che cantare un altro brano.

Non c’era neanche un po’ di sana competizione all’epoca?
Certo che c’era. Positiva. Subito dopo questo periodo che ho incorniciato, se ricordi, è arrivato il Tora Tora. Questa affinità, questa condivisione vera senza il computer – diciamo analogica – è venuta fuori anche in queste cose.

Hai nostalgia di quei tempi? Lavorare a un album così ti riporta inevitabilmente indietro con la mente…
Mai avere nostalgia! La vita è così. Come ogni grande storia d’amore, se finisce non si dovrebbe mai ricominciare. Ora la società è così diversa… Bisogna iniziare a pensare al pre-internet e post-internet. O al pre-Napster e post-Napster. Da lì è cambiato tutto, la musica è cambiata. C’è un modo diverso di concepire l’approccio alla musica. Per te era più importante venire a un concerto che mettere un mi piace. Vedi quanto tutto è cambiato? C’è meno sacralità.

Sono d’accordo, lo dico. Segui il cantautorato odierno? C’è qualche cantautore che apprezzi? C’è la scena romana che ha fatto un po’ gruppo…
La cosa più interessante che ho sentito – e gliel’ho detto – è Motta. Se parli di tutti gli altri, ho l’impressione che paradossalmente da un punto di vista di culturale possiamo avere gli stessi riferimenti, ma nella pratica non tanto. Noi avevamo come riferimento un suono estero e internazionale, anche se cantavamo in italiano. I TheGiornalisti, per dire, fanno più riferimento per me ai cantautori degli anni ’70. Mi sembra che abbiano un mood più leggero, e parlo puramente di scrittura. Però, ripeto, è cambiata la società. Ho ascoltato di tutto. Ho ascoltato i Neubauten, per dirti, che usavano un ponte che collegava Berlino da Est a Ovest come strumento. Il loro primo disco è suonato così, insieme alle voci. Ho sentito destrutturare le canzoni in qualsiasi modo e ultimamente mi è capitata una cosa che non mi era mai capitata.

Cioè?
Era uscita da una settimana Aspettando il sole, la mia versione. In un tweet ho letto che il singolo era la terza new entry su Spotify. Ho pensato ‘Bello!’. Così, anche se sono un po’ tecnoleso ed è una cosa che non mi capita mai, sono andato a vedere la classifica, per capire chi fossero i due prima di me. Al primo posto c’era Non fare la sottona. Vedo il video, è una roba abbastanza trash. Però le cose trash ci sono sempre state. Al secondo posto c’era Le focaccine dell’Esselunga. Clicco. Sono rimasto straniato. Ho pensato che avevo sentito la qualunque, canzoni smontate, sperimentali. Ma mai avevo pensato che si potesse giocare una partita con da una parte una squadra di rugby e dall’altra una di pallacanestro.

In che senso?
Non riesco a capire se è un gioco, una canzone, una roba da blogger… la roba pazzesca è che raccontavo questa cosa mentre ero dal parrucchiere e lui che ha un figlio di 14 anni – ti parlo di fine luglio – mi ha detto che suo figlio e i suoi amici stavano organizzando una festa prima delle vacanze, in cui ognuno di loro doveva portare un sacchetto pieno di focaccine dell’Esselunga, per ballare mentre si ascoltava il pezzo. Non voglio dirti che mi sento vecchio, ma sinceramente non capisco. È un divertissement, ci sta. Però poi con questi pezzi ci vai a combattere. È tutto cambiato, vedi? Se quello che un artista scrive deve essere lo specchio della società, da dove vengono fuori Le focaccine dell’Esselunga? Non lo dico in negativo, però capisci quanti cambiamenti ci sono stati rispetto alla stagione che racconto in questo album? È proprio un altro millennio, sotto ogni punto di vista.

Va detto che il cambiamento è stato anche sonoro…
Le rivoluzioni più sono importanti più hanno un’altra faccia della medaglia. Internet è una rivoluzione sociale pazzesca. Puoi dire quello che vuoi, con 200 euro ti scarichi un software, fai un disco e lo pubblichi. Se hai talento e sei uno smanettone, puoi anche non avere una discografica o recording costs allucinanti. L’altra faccia della medaglia è che tutti possono dire qualcosa, ma non tutti hanno qualcosa da dire. Anche da un punto di vista musicale. All’epoca facevamo i provini, li mandavamo in giro e magari ci dicevano che era materiale acerbo. Ci davano delle dritte. Ora manca quel filtro ed esce di tutto. Tanta roba potrebbe anche non uscire. Ingolfa il mercato, tra l’altro.

Anche il modo di fruire la musica è cambiato…
Sì, quando io ero ragazzino non ero ricco, per cui andavo in un negozio di dischi con 30mila lire e ci stavo due ore perché dovevo scegliere i due album da portare a casa. Quei due album me li consumavo, perché avevo dovuto fare delle rinunce. Se hai la possibilità di accedere a tutto, è più facile trovarsi in mano con niente. C’è così tanta roba ed è così grande questo mare che ti puoi perdere. Ora sicuramente è tutto più difficile.

Voglio chiudere chiedendoti qualcosa sulle due donne che hai ‘omaggiato’ in questo album. C’è, innanzi tutto, Rachele Bastreghi…
Sì, perché se c’è un gruppo figlio della nostra generazione ti dico che sono i Baustelle. Da un punto di vista musicale, culturale e di background. Con Rachele era da tantissimo che volevamo collaborare. Questa volta ce l’abbiamo fatta.

E poi omaggi Cristina Donà con una nuova versione di Stelle Buone…
Con lei ho un legame speciale. Lei ha una voce pazzesca. Io ho avuto la fortuna di cantare con tante mie colleghe, ma nessuna è come la Cri. È la versione femminile di Jeff Buckley, però meglio (ride, ndr).

Beh, però anche la sua scrittura non è mica male…
Lei è molto femminile. Per cui approcciarsi a lei può sembrare difficile, però Stelle Buone è un pezzo bellissimo.

Chiudiamo: ti aspetta una serata a Roma e poi varie date. Come hai intenzione di presentare questi brani?
Il live sarà un concept. Nell’album ho lasciato fuori tanti altri gruppi, per cui ci sarà un pezzo dei Tiromancino, se riesco qualcosa dei Prozac… La prima data è l’11 novembre a Sant’Agata Bolognese.

E Milano?
Spero di fare una roba super figa a Milano. Il bello di un tour così è che posso invitare un sacco di miei colleghi.

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