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Dave Mustaine: «Siamo connessi gli uni agli altri 24 ore al giorno e non riusciamo più a parlarci di persona»

Volto segnato dagli anni e dagli eccessi, ma negli occhi rimane quella luce aggressiva che permea ogni parola e ogni riff delle sue canzoni. Dave Mustaine mi stringe la mano con decisione, si apre una birra e me ne offre una. Eccoci qua, seduti a un tavolino, a fare due chiacchiere. Mi sorride con gli occhi stretti in due fessure, mentre attende l’inizio dell’ennesima intervista prima di un concerto.

I Megadeth sono una delle band più importanti e rappresentative del metal, con una storia lunga e consolidata. Tu che ne sei il fondatore, come ti vedi, a livello personale e professionale, ad oggi?
“Fortunato (ride, ndr) e vecchio. Vedi, è interessante perché molte persone che fanno lo stesso mio lavoro per molti anni si sentono a lungo andare stanche e frustrate. Avevo diciannove anni quando iniziai, con i Metallica, e raggiunsi la fama a venticinque anni, dopo aver fondato i Megadeth. Ci sono altri musicisti che si stressano e magari finiscono per odiare il proprio lavoro: come si fa?! Quando diventi famoso a venticinque anni, se sei stanco del tuo lavoro, se ne sei frustrato, sei pazzo! Alcune professioni ti portano a lavorare per molto più tempo, altroché: un medico, tanto per dire, in America lavora fino a settanta-settantadue anni: un sacco di tempo, e non ha fan e moltitudini che lo acclamano. Un politico… beh, un politico va avanti finché riesce, finché non muore (ride, ndr)!

In America e in tutto il mondo stanno accadendo cose folli con frequenza sempre maggiore. Credi che stiamo andando incontro a un vero e proprio Countdown to Extinction?
Beh, quando ti guardi intorno, girando il mondo, osservandolo per così tanto, ti rendi conto che i tempi sono cambiati, le persone sono cambiate. Personalmente adoro la storia, è fantastico poter osservare come le vicende si svolgano nel corso dei secoli e vadano a definire ciò che è oggi, nel bene e nel male. Ora l’informazione è molto più diffusa, più accessibile, e si possono recepire maggiori informazioni, di continuo, in ogni momento. Questo è un bene, è una cosa fantastica, ma è anche un maledetto problema, perché permette di diffondere anche il male, nel piccolo di ognuno. Sai, se pensi ai social network, alle possibilità di divulgare un messaggio positivo con essi, oppure di promuovere una causa, un’attività, ok, perfetto. Quando però vedi persone che iniziano a sfogarsi, a lamentarsi, a dire di voler ammazzare quello, che fa schifo quell’altro, e tanti altri inutili blabla allora, se ci pensi, ti spaventi a quest’idea. E se rifletti, siamo tutti maledettamente collegati virtualmente, al punto che ci dimentichiamo di parlare, quando siamo faccia a faccia. Io e te ora siamo qui, seduti con una birra in mano, ed è ok, va bene. E se pensi che puoi parlare con un tizio all’altro capo del mondo è fantastico, ma a volte, forse, sarebbe meglio fermarsi un momento, staccare la spina, e sedersi semplicemente così come siamo io e te ora, e dirci: “Hey, facciamoci una birra”.

Hai espresso il tuo apprezzamento per artisti di altri generi; Cat Stevens, i Queen… C’è qualcuno, magari di genere differente, con cui ti piacerebbe suonare qualcosa, fare un side project, qualcosa di diverso?
Al momento no (ride, ndr); ho ancora un bel po’ di tappe da fare con il tour della band, per cui per ora no. Però è interessante pensare a queste eventualità, magari un giorno qualcosa del genere potrebbe essere fattibile. Al momento, comunque, non ci penso; quello che sto facendo è già appassionante di suo, ed è bellissimo: siamo in tour e la gente ci accoglie con gioia. Gli arrivi di Kiko e di Dirk hanno dato qualcosa dinuovo alla band, arricchendola moltissimo; è fantastico suonare con loro, vedere come il pubblico ci segue con affetto e partecipazione ad ogni tappa del tour. No, al momento sono interessato soltanto ai Megadeth, e sono felice di ciò che abbiamo.

Quando ti sei fatto male al braccio, quando i Megadeth si sciolsero, e tutto sembrava finito, come ti sentivi? C’è stato un momento, anche un solo istante, in cui hai pensato fosse finita?
No, neanche un momento. È stato difficilissimo, ho sofferto moltissimo, come un cane. Quando mi feci male provavo un dolore fisico pazzesco. Andai dal medico, per farmi vedere. Mi guardò, mi osservava, mi disse che avevo un 8% di possibilità di tornare a posto; gli chiesi: “Ma potrò tornare a suonare come prima?”. E lui mi disse di no, che non ce l’avrei fatta. Non sapeva con chi avesse a che fare (ride, ndr)! Gli ho detto “Lo dici tu!”, e dal Texas, dov’ero in quel momento, sono andato in Arizona a cercare un altro medico. Mi sono impegnato per guarire: alla fine ce l’ho fatta. Tantissimi mesi, maledettamente duri, ma alla fine ho vinto io!

Dystopia è un album aggressivo, in puro stile Megadeth, ha vinto anche un Grammy Award. Quanto è difficile mantenere un piglio inalterato, nel corso degli anni, fare cose diverse nello stesso modo, soprattutto in un mercato volubile e soggetto a tante influenze?
Eh, questo è un aspetto interessante, perché non è affatto facile. È stato complicato, soprattutto per quanto riguarda Dystopia, non tanto per la realizzazione dei brani, quanto per la registrazione, resa difficile dalle questioni organizzative: Adler aveva impegni con i Lamb of God, e produrre fisicamente l’album è stato impegnativo. Mantenere lo stile? Beh, non è comunque facile, perché come dici tu, il mondo cambia, il mercato cambia, però la nostra musica è questa, ciò di cui parliamo non muta, perché, per come la metti, nonostante tutto, quello di cui abbiamo sempre scritto e suonato rimane lì, lo stesso. Lo stile è quello, le canzoni sono diverse, non sono le stesse. Stesso stile, nuove canzoni.

Un’ultima, semplice domanda, sul futuro: nuovo album? L’anno prossimo? Qualcosa bolle in pentola?
Beh, ti confesso che al momento sono molto stanco, stiamo girando, letteralmente correndo, da tantissimo tempo. Il tour è molto intenso, e abbiamo ancora un bel po’ di strada da macinare, quindi per ora sono concentrato solo sugli spettacoli. A casa ho mia figlia, e penso proprio che al termine del tour mi prenderò una bella vacanza per tornare da lei. Per il resto… si vedrà (strizza l’occhio e sorride, ndr).

Redazione

Foto di Mathias Marchioni - Testo di Matteo Manferdini

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