Onstage

Muse: «Il rock deve guardare avanti per essere rilevante»

Il 9 novembre esce l’attesissimo ottavo album dei Muse, Simulation Theory. Undici tracce in cui la band sperimenta, senza troppi fronzoli, con l’elettronica (lavorando con produttori come Mike Elizondo, Shellback e Timbaland) per creare un suono riconducibile, nell’immaginario collettivo, agli anni ’80. Nel frattempo, il gruppo capitanato da Matt Bellamy ha annunciato due date in Italia (qui le info) e la presenza sul palco della finale di X Factor 2018 in veste di super ospiti internazionali. Di questo e molto altro abbiamo parlato con Chris Wolstenholme, polistrumentista e bassista della band, che ci ha anticipato anche cosa vedremo nel prossimo tour.

Simulation Theory e il potere della tecnologia. Il titolo dell’album è già una dichiarazione d’intenti. Le tematiche del disco viaggiano tra la realtà virtuale, quella simulata e le differenze che attualmente si possono cogliere tra fantasia e oggettività. «In quanta realtà ormai viviamo? Penso che la realtà simulata sia ormai qualcosa che ci circonda, quasi costantemente. – ci spiega Chris – Lo vedo coi miei figli, ma anche con me stesso. Trascorriamo molto tempo in un mondo simulato. Dai giochi ai film, passando per il web. È veramente poco il tempo che trascorriamo nel mondo reale. La tecnologia ormai fa parte delle nostre vite, forse ha addirittura preso il sopravvento. E sembriamo anche parecchio felici di andare avanti con le nostre vite senza viverle».

Trascorriamo molto tempo in un mondo simulato. Dai giochi ai film, passando per il web. Èveramente poco il tempo che trascorriamo nel mondo reale

L’artwork. Per la cover, non a caso, i Muse hanno bussato alla porta di Kyle Lambert, autore delle locandine – tra gli altri – di Stranger Things e Jurassic Park. «A un certo punto ci siamo resi conto che in questo album c’erano tantissime influenze riconducibili agli anni ’80. – racconta Chris – E anche se gli anni ’80 non sono necessariamente una decade che la gente assocerebbe ai Muse, noi la associamo a noi stessi. Quando abbiamo iniziato il nostro percorso da band, eravamo tutti molto influenzati dagli anni ’90, dall’esplosione di chitarre a cui stavamo assistendo. Forse abbiamo ignorato un po’ gli anni ’80, arriverei a dire che li abbiamo ignorati nel corso dei nostri primi 10 anni di carriera. Eppure è inevitabile pensare che gli anni ’80 ci abbiano dato forma più di quanto pensiamo. La nostra esposizione alla musica e persino ai film è iniziata in quel periodo. Così come il nostro approccio alle canzoni. Spesso si ascoltava quello che ascoltavano i nostri genitori. Si guardavano i film che piacevano a loro, e tutto questo fa parte dell’educazione musicale che abbiamo ricevuto crescendo. Registrando questo album ci siamo accorti che queste influenze degli anni ’80 facevano di tanto in tanto capolino. E abbiamo pensato di integrare tutto questo a un elemento visivo. È sempre difficile legare la cover o i video alla musica. Passiamo tantissimo tempo a registrare l’album e, quando è finito, è un dramma pensare alla copertina. Stavolta il periodo di realizzazione dell’album è stato molto lungo, quindi già avevamo pensato ai video. Con il video di Dig-Down abbiamo capito che potevamo espandere le sonorità del disco, usando riferimenti ai film anni ’80 che tutti amiamo. È una sorta di viaggio lungo i binari della nostra memoria. La cover ha molti riferimenti a Blade Runner o a film come Ritorno al Futuro. Sono una parte importante della nostra crescita».

Gli anni ’80, tecnologia e elettronica. Se per la cover i riferimenti sono stati abbastanza chiari, a livello musicale Chris preferisce non parlare di «influenze». «Più che il sound, è stata la tecnologia a giocare un gran peso nel prendere in riferimento gli anni ’80. – precisa – Il fatto interessante degli anni ’80 è che non c’era un unico genere che andava per la maggiore. Dagli anni ’70 in poi, sono nate tantissime star nel mondo della musica, dal pop al funk. Poi stava nascendo l’heavy metal e tutti questi stili musicali sono arrivati agli anni ’80 e hanno provato ad abbracciare la tecnologia che stava venendo a galla. Improvvisamente le band pop e funk si dicevano pronte ad usare la tecnologia. Questo è ciò che ha creato la musica degli anni ’80: un’esplosione di tecnologia e di sintetizzatori, unita al fatto che improvvisamente potevi fare in studio cose impossibili fino a poco prima. Più che di influenze, parlerei quindi di un sound specifico. Una sorta di familiarità con gli anni ’80, che viene fuori appena prendi in mano un sintetizzatore o una drum machine. Negli anni ’80 c’era la tecnologia a disposizione per ogni tipo di musica ed è questo che abbiamo voluto replicare, l’unione tra diversi generi con un approccio tecnologico. In superficie magari sono canzoni semplici, potrebbero sembrare addirittura folk, ma del resto quando le abbiamo registrate avevamo solo una chitarra acustica e le percussioni. Poi abbiamo aggiunto la tecnologia ed è venuto fuori qualcosa di insolito. Un suono nuovo. Pensate che Dig-Down è nata come una canzone gospel, ma con la tecnologia è completamente cambiata. Abbiamo unito diversi stili musicali per creare qualcosa che suonasse in modo diverso e originale, almeno per noi».

Forse abbiamo ignorato un po’ gli anni ’80, arriverei a dire che li abbiamo ignorati nel corso dei nostri primi 10 anni di carriera. Eppure è inevitabile pensare che gli anni ’80 ci abbiano dato forma più di quanto pensiamo.

L’arrivo di nuovi produttori. Il sound anni ’80 del disco ha permesso ai Muse di confrontarsi con un nuovo genere di produttori, da Timbaland a Shellback. John Leckie, John Cornfield, David Bottrill e lo stesso Rich Costey (che collabora con la band anche in Simulation Theory) sono, a detta di Chris, i “produttori storici” del gruppo, votati al rock e alle chitarre. Questo disco, per ovvi motivi, aveva invece necessità di una nuova ventata produttiva. «Abbiamo iniziato lavorando con Mike Elizondo per Dig-Down – racconta Chris – ed è stato molto interessante. Per noi è cambiato persino il metodo di registrazione con l’aggiunta di elementi elettronici. Forse è la prima canzone che abbiamo registrato inserendo solo alla fine la batteria e il basso. Quando abbiamo incontrato Mike in studio, la canzone era uguale alla nostra, ma il modo in cui ce l’ha presentata e alcuni suoni che aveva usato erano molto interessanti, perché era qualcosa che noi non avremmo mai fatto. Penso sia bello lavorare con gente diversa. Abbiamo sperimentato con l’elettronica, anche se non è la nostra passione principale. Siamo bravi a suonare. Altri sono più bravi di noi con la musica elettronica. Per cui, incontrarsi è sempre positivo».

Un album song-oriented? I Muse si sono divertiti a fornire ai fan diversi singoli prima di rilasciare l’album. Siamo lontani dall’idea del concept album di Drones e i Muse ci tengono a sottolinearlo. «Drones era un album che dava peso ai testi, dall’inizio alla fine. – specifica il bassista – Penso anche che sia il primo album registrato nello stesso posto. Volevamo che suonasse come se la band in un momento unico nel tempo si fosse chiusa nella stessa stanza. Non volevamo farlo di nuovo, per ogni album vogliamo provare qualcosa di diverso. Sarebbe stato noioso per noi fare qualcosa di simile. La parte della rock band che sa suonare l’abbiamo fatta in Drones, Showbiz e persino in Origin of Simmetry. Potevamo farla una quarta volta? Probabilmente no. Volevamo sperimentare qualcosa di nuovo». Chris però va più nel dettaglio e ammette che per la band è stato impossibile non confrontarsi con l’attualità della musica liquida. «Quando abbiamo finito il Drones Tour, abbiamo discusso un po’ su cosa fare dopo e, per la prima volta in tanto tempo, abbiamo notato che l’industria della musica forse si era un po’ stabilizzata. – racconta – Negli ultimi anni ci sono stati tanti cambiamenti, dal download illegale alla nascita dell’Apple Store, passando per Spotify e per la combinazione di tutte queste cose. Ora forse puoi finalmente dire con certezza che la maggior parte della gente ascolta Spotify o usa i servizi di streaming. Hai molti mezzi a tua disposizione per far ascoltare la musica alle persone. Abbiamo pensato che lavorare alle singole canzoni potesse essere un approccio perfetto per il nuovo modo che hanno le persone di ascoltare musica. I miei figli non ascoltano album, non l’hanno mai fatto. Ascoltano singole canzoni dalle playlist. Ho chiesto a mio figlio di 19 anni quale fosse l’album che preferiva della sua band preferita e mi ha risposto di non aver mai ascoltato un loro album. Per me è pazzesco, ma capisco che ora funzioni così. Abbiamo pensato che fosse un esperimento interessante per i Muse, volevamo vedere se riuscivamo a lavorare in questo modo, andando in studio e lavorando a una sola canzone per poi rilasciarla. All’inizio non parlavamo neanche di un album, parlavamo di rilasciare più canzoni nel tempo. Poi abbiamo però pensato che fosse un passo troppo grande per noi e che fosse più ragionevole fare una cosa a metà strada. Ci sono ancora persone che si affezionano a un album. E, alla fine, chi invece vuole ascoltare le singole canzoni ormai può farlo. Chi lo sa cosa sarà del prossimo disco? Magari rilasceremo solo delle canzoni. Da un punto di vista musicale, penso sia fantastico perché ogni canzone può essere ciò che vuole, non deve per forza far parte di una tracklist. Se ascolti Drones è chiaro che volevamo un album che funzionasse nell’insieme. La parte negativa è che abbiamo dovuto scartare tante canzoni. Ci sono dozzine di brani che abbiamo scritto e che non sono mai finiti su un album. Magari sono in qualche b-side, ma alla fine quelli chi li ascolta?».

Abbiamo pensato che lavorare alle singole canzoni potesse essere un approccio perfetto per il nuovo modo che hanno le persone di ascoltare musica. I miei figli non ascoltano album, non l’hanno mai fatto. Ascoltano singole canzoni dalle playlist

Recording sessions e live: due mondi distanti. I Muse ci tengono a tenere separate le due attività. La fase di registrazione ha un suo scopo e un suo indirizzo che non può riflettersi sul live, dove comunque i Muse continuano a far scuola. «Separiamo sempre il momento in cui facciamo un album da quello in cui suoniamo live. – chiarisce Chris – Ovviamente vogliamo riportare nello show alcune cose dell’album, soprattutto i riferimenti visual. Ma quando finiamo un disco, siamo tutti d’accordo sul fatto di lasciarcelo alle spalle. Alla fine i live show non sono mai solo sull’ultimo album, riguardano tutta la nostra produzione. E dobbiamo lavorare su ogni singolo album che abbiamo rilasciato e su ogni singola canzone. C’è gente che viene ai concerti senza aver ascoltato gli ultimi 2-3 album. Riassumerei dicendo che un album è sempre la testimonianza di come sta una band dal punto di vista creativo in un determinato momento nel tempo, mentre suonare live è sempre un processo fluido, che cambia col tempo. Anche in quel caso, comunque, sperimentiamo un po’».

Il Simulation Theory World Tour 2019. La premessa è che tutto è ancora in definizione, ma una cosa è certa: non avrà nulla a che vedere con il precedente tour. «Sarà molto diverso dagli altri show – precisa infatti subito Chris – ogni show che abbiamo fatto era basato sull’introduzione di nuove tecnologie e sul fare cose che nessuno aveva mai fatto prima, soprattutto con il tour di Drones. C’era un sacco di tecnologia in quel tour! I droni che volavano, i visual… ai tempi non erano mai stati usati prima in un live show. Noi però ci chiediamo sempre come possiamo fare meglio. Da un punto di vista concettuale, è difficile fare meglio del Drones Tour. La gente ha parlato tantissimo di quello show, è stato un punto di svolta. Possiamo provare a competere con quel tour o tentare di fare qualcosa di completamente diverso. Abbiamo deciso di inserire più elementi legati alle perfomances e meno elementi tecnologici. Ovviamente la tecnologia ci sarà, ma ci piace l’idea di integrarla con elementi umani. Non dobbiamo necessariamente interagirci, ma vogliamo dare allo show uno sviluppo narrativo. Sarà un’esperienza più teatrale, è un aspetto che abbiamo un po’ tralasciato nel corso della nostra carriera».

Non sto dicendo che il pop o l’hip hop non siano reali. Dico solo che il perno di show di quel genere non sono le persone che suonano strumenti. Ovviamente c’è gente che canta, ma la band non è mai protagonista del live. Se penso ai grandi show, però, penso a gente che suona

Due parole sul Drones Tour, che – alla fine – ha fatto scuola. Chiediamo a Chris che ricordo gli resta del Drones Tour. Dice bene quando sostiene che sia stato un punto di svolta. Non solo per i Muse, ma per tutta l’industria degli show dal vivo. «Quando è finito sinceramente eravamo contenti (ride, ndr). – risponde con onestà – È stato un grande tour, ma è stato lungo. Abbiamo vissuto nelle Arene per 9 mesi. Di solito con gli altri album facciamo un po’ di arene negli USA, qualche festival e poi l’Europa. Ma nel corso del Drones Tour non c’è stata mai una pausa. Parliamo di 85 show. Anche se ogni tanto tornavamo a casa, vi assicuro che non era il massimo. Dormivi e basta e poi dovevi ripartire. In questo tour proprio per questo faremo più show all’aperto. Ci serve un po’ di aria fresca (ride, ndr). Negli ultimi 15 anni abbiamo vissuto praticamente on the road. Ci piacciono i live, ci piace fare i tour, ma l’altro lato della medaglia è che durante i tour non fai nient’altro e inoltre sei lontano dalla famiglia. Vogliamo provare a bilanciare la nostra vita personale con i live. Faremo quindi meno show in totale, ma suoneremo probabilmente per lo stesso numero di persone, perché le venues sono più grandi. Faremo gli stadi, no?».

Nostalgia delle piccole venues? «Non so – risponde Chris – negli ultimi tre anni abbiamo fatto anche show piccoli. Uno dei miei preferiti lo abbiamo fatto lo scorso agosto a Londra nell’O2 Shepherd’s Bush Empire. Abbiamo fatto scegliere la playlist ai fan. Ed è stato fottutamente strano! Il concerto più strano di sempre. I fan avevano scelto canzoni che avevo rimosso, come Easily. Si tratta del B-side di Starlight e non l’avevamo mai suonata live. Ho visto la setlist e, quando ho visto che c’era Easily, giuro che sono andato a cercarla su Spotify. In quella setlist c’erano canzoni che non erano mai state fatte dal vivo e non c’erano singoli. Abbiamo dovuto provare per una settimana, ma è stato un concerto bellissimo, mi ha fatto ricordare come mi sentivo anni fa. La nostra discografia conta centinaia di canzoni tra cui scegliere e sappiamo che alcune sono importanti per il pubblico. Per questo fare una setlist non è facile, cerchiamo sempre di trovare un equilibrio tra vecchio e nuovo. E ovviamente la tecnologia è fondamentale. Nel Drones Tour avevamo tanti contenuti video. Ci tenevamo 3-4 canzoni senza visual per poter cambiare la scaletta, ma non c’era molta flessibilità. Cambiare la setlist lì avrebbe creato il caos per tutti, dai tecnici delle luci a quelli che si occupano dei video. Un altro tasto dolente dei grandi live show, non puoi cambiarli se sono così coreografati. Anche questa è una cosa che ci ripromettiamo per il prossimo tour, vogliamo più flessibilità».

Il destino del rock. Tecnologia, anni ’80 e live più umani. Ma c’è ancora spazio per il rock? «L’industria della musica ora si è divisa in due rami. – prova a risponderci Chris – Da un lato c’è l’industria della registrazione degli album e dall’altro quella che sta dietro ai live. Quando si tratta di concerti, penso ancora che la gente voglia vedere qualcosa di reale. Non sto dicendo che il pop o l’hip hop non siano reali. Dico solo che il perno di show di quel genere non sono le persone che suonano strumenti. Ovviamente c’è gente che canta, ma la band non è mai protagonista del live. Se penso ai grandi show, però, penso a gente che suona. Non voglio parlare di musica reale, ma non saprei come altro definire una band con gli strumenti. La gente vuole vedere quella cosa dal vivo. Se dai un’occhiata alle classifiche degli album, c’è una maggioranza assoluta di presenze pop e hip hop. Ma, secondo me, si vedrà anche un’unione sempre maggiore tra i vari generi. Tempo fa gli artisti hip hop erano influenzati dal rock, provavano a portare il rock nel loro genere. Ora è quasi il contrario, molte band rock prendono influenze da artisti elettronici o hip hop. E devo ammettere che è fantastico, fa parte dell’evoluzione della musica. Gli stili musicali si fondono e, in fin dei conti, vedo solo tanti artisti che sperimentano tutte le possibilità che hanno con la musica. Finché il rock proverà a rimanere attuale e a guardare avanti sarà sempre rilevante. Sarà irrilevante quando continuerà a fare ripetutamente la stessa cosa. La gente si annoia. Finché c’è esplorazione, tutto conta. E non ho dubbi sul fatto che nei prossimi 20 anni le rock band uniranno al loro sound altri elementi per vedere cosa succede, o ci sarà chi proverà a fare un passo indietro, a riportare tutto a un livello basico. Tutto è in movimento e le cose che hanno successo sono alla fine quelle che vanno contro i canoni di un determinato momento. Spiccano perché sono diverse. Sia che guardino avanti, sia che guardino indietro».

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