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Noa: «La musica di Bach mi fa credere in Dio»

Il 15 marzo, per Believe International, uscirà Letters To Bach, il nuovo progetto discografico di Noa. Dodici tracce in cui l’artista israeliana omaggia il compositore tedesco Johann Sebastian Bach dando voce (e parole) alla sua musica, plasmata e trasformata in questo caso dal produttore Quincy Jones e dagli arrangiamenti di chitarra di Gil Dor. Un lavoro certosino che merita più ascolti e che ci siamo fatti raccontare dalla stessa Noa, da marzo in tour su suolo italico.

Ciao Noa, partiamo dal principio. Perché proprio Bach?
Bach è un compositore incredibile e, non a caso, è amato in tutto il mondo. Non solo da me. È come l’Everest della musica. Eravamo molto curiosi di poter scalare l’Everest e vedere la vista dalla cima della montagna. Sai, ho letto una citazione memorabile del primo uomo che riuscì a scalare l’Everest. Non è la montagna che conquisti, ma te stesso. Cantare Bach è la stessa cosa: una grande sfida, prima di tutto, per te stessa. Pensavo spesso a cosa potessi dare io a Bach, perché questa musica avesse bisogno di me. La risposta che mi sono data sta nei testi,  perché le parole scritte da me potevano rappresentare una novità per la musica di Bach. Possono portare la musica di Bach a persone che di base non lo ascolterebbero e, nello stesso tempo, possono esprimere idee importanti per tutti noi al giorno d’oggi.

Che tipo di idee?
Bach è un grandissimo costruttore di ponti e a me creare ponti piace tantissimo. È la missione della mia vita. Ai miei concerti in Vietnam, in Cina, a Tel Aviv o Rio de Janeiro, tutti sono pazzi di Bach. È in grado di connettere le persone in modi bellissimi. Questi testi parlano di pace, tecnologia, dell’essere genitori, di innovazione. Non sono proprio testi che avvicineresti a Bach, non sono ecclesiastici, ma forniscono una prospettiva con cui le persone possono comunicare e che enfatizza la nostra umanità, il nostro umorismo o l’amore per la vita.

A questo proposito, il booklet del disco contiene una lettera commovente scritta da te a Bach. Lo chiami J e gli parli da fan. Cosa rappresenta umanamente Bach per te?
Sai, anche le persone che apprezzano la musica classica vengono messe a dura prova da Bach. Pensano che sia troppo intellettuale o che sia freddo. Non come Beethoven o Mozart. Io non sono d’accordo ovviamente. Cito, a questo proposito, la mio insegnante di canto. Quando l’ho invitata ad ascoltare questo album ero molto nervosa, anche perché lei ha quasi 90 anni ed è preparatissima. Mi disse Noa, io non credo in Dio ma credo in Bach. Ero sconvolta, ma penso che abbia ragione. Bach mi fa credere in Dio. Tante delle cose che ha scritto sono frutto di improvvisazione, è una cosa pazzesca. Per me prendere questa bellissima musica e gettarle una luce addosso era una missione. Persino i miei figli, però, amano questo album, perché è pieno di umorismo e, nello stesso tempo, è un disco senza paura. Quindi anche se non ascoltano solitamente musica del genere, ho capito che gli adolescenti sanno essere molto intelligenti. Hanno riconosciuto la fierezza e la bellezza del progetto, e ne sono molto fiera.

Qual è stata la sfida più grande che hai dovuto affrontare nel realizzare questo album? Sembra tutto semplice, anche gli arrangiamenti di Gil Dor e la produzione di Quincy Jones, ma si capisce che il lavoro dietro è stato in realtà immenso.
Anche semplicemente imparare a cantare questa musica non è stato facile. Dovevo però far passare proprio il messaggio che fosse musica facile da cantare. Questa è stata la sfida più grande. Di questo materiale, nulla è stato scritto per la voce. È musica scritta per gli strumenti, per cui Bach non si preoccupava di cose come il tempo per la respirazione. E ve lo dico: nella musica di Bach non c’è mai tempo per respirare! Ho dovuto capire tutto da sola e per me è stato un lavorone immenso. Ho lavorato tantissimo a questo progetto, a ogni nota. Non mi sono detta Non sono una cantante classica quindi cantiamo come viene. Mi son detta Se non riesci a farlo non lo fare. Nella mia carriera, non ho mai cantato brani che non mi venivano bene. Fortunatamente ho trovato il modo di cantare tutte le canzoni che volevo cantare. Questa, però, è stata senza dubbio la sfida più grande.

Anche perché resta comunque un progetto alto
Ogni cosa che faccio nella mia carriera deve avere un significato. Sono una fan del significato. Non voglio far perdere tempo alla gente. C’è tanta musica oggi, a mio parere ce n’è troppa, e non voglio creare ulteriore inquinamento musicale nella mente delle persone. Voglio cantare qualcosa che, se mi concedi un po’ di tempo, può essere importante per te e può cambiarti la vita. Ogni canzone è un microcosmo di significati e di idee sulla vita. Questa combinazione di sfide tecniche, di significati, a volte di umorismo e persino dolore, deve funzionare come se non ci fosse stato alcuno sforzo dietro. Un’altra sfida per me.

E il tour che tipo di sfida sarà?
Negli ultimi 15 anni ho fatto tour non convenzionali. Non vivo il tour come gli altri artisti, che fissano le date e girano il mondo. Mi esibisco in continuazione, ma non faccio lunghi tour perché ho tre figli. Se mi assento per due settimane, mi deprimo e voglio tornare a casa. Fortunatamente non faccio molti live in posti lontani, una volta ogni tanto vado in Europa o in America, ma torno subito. Ho iniziato a suonare dal vivo questo progetto già un anno fa. Nel momento in cui ho iniziato a scriverlo, lo presentavo live. Ogni canzone che ho scritto è finita subito nella scaletta di un concerto. Non è roba facile da cantare e, nel momento in cui la presenti al pubblico, la impari veramente. Cantare dal vivo questa musica è difficilissimo, non c’è lo studio in cui puoi aggiustare alcuni elementi, e più lo fai più diventi eccellente. Non suonerò quindi questo album per la prima volta. L’ho già fatto, lo farò solo ancora di più. In Italia ho già debuttato a Palermo, la città di Mattarella (ride, ndr), ed è stato bellissimo e molto ben accolto dal pubblico. Ho altri due concerti a Ferrara e Venezia, e poi sarò all’Auditorium di Roma a maggio. Fammi dire anche però che farò un grande concerto in Israele, all’Opera di Tel Aviv, con i Solis String Quartet, un quartetto di Napoli e miei grandi amici. Il concerto sarà supportato dall’Ambasciata italiana e faremo un po’ di canzoni napoletane, un po’ di Bach e alcuni miei vecchi brani. Sarà una fusione tra Italia, Germania e Israele. Una celebrazione di culture, che è poi la cosa che amo di più fare.

A proposito di Napoli, non ti manca un po’ suonare in quella città?
Amo Napoli e amo tornare nel Sud Italia. Spero di suonare presto lì. Le cose al momento sono in fase di programmazione, per cui vedremo.

A proposito di Italia, che ricordo hai di Life is Beautiful, canzone che ti ha reso molto celebre qui?
Sono molto grata a Piovani e Benigni per avermi dato questa opportunità. Piovani è un grande amico per me. E amo Roberto, ogni tanto ci sentiamo. Ho cantato questa canzone ovunque, mi sento un po’ un’ambasciatrice italiana in questo senso. Questa canzone e il film La vita è bella sono oggi più importanti che mai. Si tratta di un film sul potere e sulla forza dell’amore sul male. Ci spiega come diventano le persone quando il razzismo ha la meglio. Ci si inizia ad odiare senza ragione. Direi che il razzismo ora sta prendendo forza e dobbiamo assicurarci che sparisca. Vedere questo film ci dimostra quanto sia importante combatterlo e sono contenta di aver fatto parte di questo progetto.

Diventa inevitabile chiederti un commento sulla recente vittoria a Sanremo di Mahmood, che parteciperà dunque all’Eurovision nel tuo paese. Hai letto qualcosa sulle polemiche?
Le trovo ridicole. Prima di tutto, anche semplicemente chiedersi se Mahmood sia italiano o meno è razzismo. Lasciatelo in pace, chi se ne importa. È italiano, ama questo paese, è casa sua. Non c’è bisogno di aggiungere altro. Devo ricordare ai miei cari amici in Italia che milioni di italiani sono immigrati in tutto il mondo. Hanno lasciato il loro paese per diventare parte di altri paesi. Guardate l’America, guardate il Brasile… sono pieni di persone che hanno abbandonato l’Italia per diventare parte di qualcos’altro. Pensate che questi paesi ora debbano iniziare a chiedersi se questa gente sia effettivamente americana o brasiliana perché un tempo partirono dall’Italia? Dubito che qualcuno desideri che venga messo in dubbio il proprio senso di appartenenza. Probabilmente dovremmo semplicemente mettere da parte una volta per tutte domande sulle origini e sulla nazionalità delle persone. Se Mahmood vive qui ed è contento di rappresentare l’Italia all’Eurovision va bene così. Non ho sentito la sua canzone, ma sono sicura che sia bellissima. Il fatto che abbia un genitore egiziano lo rende ancora più interessante. So che canterà una piccola parte in arabo e penso sia fighissimo per noi. In Israele il 20% della popolazione è araba e l’arabo, di fatto, è una delle lingue ufficiali del paese. Sai che sono stata io a cantare in arabo per la prima volta sul palco dell’Eurovision? Ho rappresentato Israele esattamente 10 anni fa con il brano There must be another way. È stato fatto già, quindi, e può essere rifatto. Mahmood, andrai benissimo e Israele ti dà ovviamente il benvenuto.

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