Onstage

Of Monsters and Men: «Suonare per la gente ti dà potere, ma a noi interessano le emozioni»

Libertà, apertura, evoluzione, sono queste le parole d’ordine degli Of Monsters and Men, la band multiplatino islandese, in arrivo martedì 19 novembre al Fabrique di Milano, per l’unica data italiana del loro tour mondiale a supporto del loro terzo lavoro in studio: Fever Dream.

Anticipato dal singolo Alligator, il disco, arrivato a quattro anni dal precedente, rappresenta un nuovo capitolo nella carriera degli OMAM, che hanno lavorato alle canzoni con un metodo nuovo, esplorando nuovi territori e trovando un linguaggio sonoro per loro inedito.

Ce lo faranno ascoltare dal vivo, all’interno di una scaletta che, come ci ha raccontato Raggi (voce e chitarra), comprenderà svariate canzoni del loro primo lavoro My Head Is An Animal, tra cui la super hit Little Talks, e alcuni excursus su brani del secondo disco Beneath the Skin.

Ciao Raggi, piacere di sentirti! Siete in giro da un po’, come sta andando il tour?
Alla grande! Abbiamo fatto il Regno Unito e poi siamo tornati in Islanda. Abbiamo spezzato così, ma ora siamo di nuovo in giro in Germania e tra poco arriviamo anche da voi, non vediamo l’ora.

Che impressione avete quando venite a suonare in Italia? C’è qualcosa che contraddistingue i vostri show italiani: situazioni o atmosfere particolari che non ritrovate altrove?
Sicuramente i fan italiani sono molto passionali e non li troviamo solo in Italia. A Belfast, per esempio, abbiamo incontrato una ragazza italiana, che ha seguito molti dei nostri show. In generale, una cosa che adoriamo dell’Italia è che lì c’è tanta gente che ci segue da parecchio tempo e poi ci portano sempre regali e ci fanno sentire amati, quindi è sempre divertente venire a suonare da voi.

Per questo show cosa possiamo aspettarci?
Rispetto al tour di Beneath The Skin abbiamo un palco completamente rinnovato e ovviamente un bel po’ di canzoni nuove, però siamo in meno che nel tour precedente, dove eravamo in nove musicisti. Ora siamo in cinque, quindi c’è più un cercarsi tra gli strumenti e ognuno di noi automaticamente si assume più compiti durante il live. Finora il tour sta andando molto bene, c’è una grande energia ogni sera e credo che più canzoni hai nel tuo repertorio, più sei in grado di creare un viaggio per il pubblico. Nella scaletta abbiamo deciso di mescolare svariati brani del nostro primo album a quelli nuovi e di buttarci dentro anche qualche pezzo del secondo disco. Credo che il risultato sia un bel viaggio.

Fever Dream è uscito a quattro anni da Beneath the Skin ed è evidente come il vostro linguaggio musicale si sia evoluto moltissimo in questi anni. Avete lavorato a lungo per arrivare a quest’album, che genere di ricerca avete fatto per trovare questa nuova formula?
Volevamo mantenere le cose interessanti per noi ed esplorare il modo in cui ognuno di noi poteva esprimersi come un individuo all’interno della band. Così ci siamo immersi nella scrittura dei testi e della musica in maniera più separata che in passato, quando scrivevamo praticamente insieme. Qui abbiamo voluto esplorare le nostre individualità, ognuno si è immerso nel proprio mondo e si è focalizzato su una ricerca in particolare. Io ho esplorato un po’ il mondo dei campionamenti, Brynjar ha lavorato molto sui synths modulari, ognuno ha portato il suo contributo e questo ha plasmato il suono dell’album.

Quanto ha influito sull’esito finale l’averlo lavorato interamente nel vostro home studio in Islanda?
Moltissimo. È stato davvero diverso lavorare in questo modo, proprio perché hai un sacco di tempo in più, rispetto a quando lavori in uno studio che hai affittato. In particolare questa volta abbiamo lavorato scrivendo e registrando le canzoni allo stesso tempo, quindi davamo forma ai pezzi mentre li mettevamo giù sulla carta ed è stato bello vederli svilupparsi dalla prima versione demo a quella finale. Se in passato ci muovevamo più suonando live e poi facendo editing, questa volta è stato come dipingere un quadro lentamente. È stato un processo interessante e potrebbe essere che faccia per noi anche in futuro.

Immagino che molto materiale sia rimasto fuori dal disco, ma che non sia esattamente da buttare.
Sì, in effetti abbiamo scritto tantissime canzoni nella fase di lavorazione di quest’album, che poi non ci sono entrate per vari motivi, ma sicuramente abbiamo da parte del materiale valido, su cui potremmo lavorare in futuro, anche per essere più attivi e pubblicare un po’ di più di quanto non abbiamo fatto in questi anni.

Tornando a Fever Dream, è vero che lo avete scritto e registrato nella quiete del vostro home studio, ma quanto di quello che avete vissuto suonando in giro per il mondo a supporto di Beneath the Skin è entrato nel processo creativo di questo disco?
Giriamo in tour per il mondo da sei, sette anni ormai e siamo una band da dieci anni, quindi è la nostra vita. Le nostre canzoni sono piene delle esperienze che viviamo in giro per il mondo, perché noi scriviamo di quello che conosciamo, di quello che abbiamo passato e essere in tour, viaggiando attraverso diversi Paesi, alla fine, è tutto quello che conosciamo.

Insieme alle vostre canzoni, che, però, immagino prendano un po’ una vita propria live dopo live. Qual è quella di Fever Dream che vi ha sorpresi di più finora in questo tour?
Credo che Sleepwalker sia una canzone che la gente ama sentire live e anche a me piace molto suonarla. La cosa mi ha sorpreso un po’, perché è un pezzo che è arrivato tardi nel processo compositivo del disco. Anche Waiting For the Snow è una canzone che mi piace molto suonare, perché è una canzone senza forzature, è basata sul sentimento e credo che la gente ci entri in connessione in maniera naturale. Dal vivo, inoltre, la suoniamo in maniera più organica e con meno effetti vocali rispetto al disco, così come Wars, un pezzo che cambia abbastanza dalla versione in studio, dove ci sono molti più synths, mentre live la rendiamo più con le chitarre. Sai, spesso quello che ha senso in un album, non ce l’ha allo stesso modo quando lo porti dal vivo, quindi l’ideale è riuscire a farlo crescere nel contesto del live set.

Qual è la cosa più importante che da sempre volete portare sul palco, a prescindere dal disco con cui siete in tour?
Il divertimento, per noi e per il nostro pubblico. E poi vogliamo sentire qualcosa, rimanere aperti e provare quella sensazione, in cui ti senti parte di qualcosa che sta avvenendo e ti ci senti bene, al sicuro, a tuo agio. Questo è quello che abbiamo sempre voluto e vogliamo che la gente ci lasci sorridente. Suonare per le persone è una cosa che ti dà potere ed è una bella sensazione, per cui ti potresti chiudere, ma noi vogliamo rimanere aperti, essere emozionali, creare una connessione con le persone e fare in modo che siano aperte a quello che comunichiamo dal palco. Quando vedo che ci stiamo connettendo con l’audience, quello è il mio momento preferito di un live.

Un tour mondiale comporta sicuramente anche un certo tasso di stress. Qual è la tua regola d’oro per sopravvivere?
Devi rimanere equilibrato, non puoi festeggiare tutte le sere. Chiaro, è bello prendersi dei momenti per farlo e lo facciamo, te lo assicuro, ma devi essere sul pezzo e prenderti cura di te stesso. Quindi la mia regola è: non dimenticarti di andare a letto presto qualche volta e prenditi dei momenti per te stesso, perché è vero che sei in tour con i tuoi migliori amici, ma essere sempre circondato da persone può essere deleterio, ogni tanto è salutare farsi una passeggiata da soli e prendersi cura della propria anima.

Cinzia Meroni

Foto di Meredith Truax

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