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Patrizia Laquidara: «Queste canzoni sono lettere scritte al ritorno da un lungo viaggio»

A sette anni dall’ultimo progetto discografico Il canto dell’Anguana (Targa Tenco come Miglior album dialettale), Patrizia Laquidara è tornata con C’e qui qualcosa che ti riguarda. Quattordici tracce dal suono ricco, multiforme e stratificato, in cui a una scrittura dal sapore cantautorale anni Settanta si associa una visione timbrica quasi orchestrale, ma che non rinuncia a escursioni nella world music e all’integrazione dell’elettronica. Un lavoro complesso, finanziato con un’azione di crowdfunding e che rilancia la scrittrice, attrice e cantautrice catanese, veneta d’adozione, come una delle più interessanti voci del panorama italiano. Ecco cosa ci ha raccontato sui sette anni lontana dalla musica, da cui sono nati un libro, in arrivo nel 2019, e questo bellissimo disco, con cui da fine gennaio partirà in tour con date, per ora, a Torino, Roma, Passo del Tonale, Vicenza e Ferrara.

Come hai vissuto questi sette anni?
Ho fatto tante cose, concerti, esperienze in campo teatrale, ma soprattutto sono stati sette anni in cui sono andata in cerca delle parole. Ho scritto tanto, poesie e racconti, proprio perché mi era difficile affrontare la scrittura di un testo, che rientrasse dentro una musica. Il che ha rappresentato una necessità, ma anche una frustrazione. Ora, però, mi ritrovo con un grande patrimonio di scritti e l’anno prossimo pubblicherò un libro. Quel periodo, che a me era sembrato di stallo creativo, alla fine mi ha fatto conoscere un’altra parte di me. Chiaramente il rimanere lontana dalla scena discografica comporta un prezzo da pagare, tanto più adesso, che la discografia e il modo di fruire la musica sono cambiati molto.

Per questo hai scelto di rimanere indipendente e finanziare il disco con il crowdfunding?
Volevo essere libera e sapevo che sarebbe stato difficile trovare un’etichetta che mi facesse fare un lavoro così complesso, anche a livello di strumentazione. La scelta del crowdfunding è nata da questo e poi è diventata una cosa di cui ho capito anche il senso più profondo, cioè quello di coinvolgere il pubblico in maniera diversa.

Con che idea di suono avete arrangiato canzoni che, pur portando traccia delle tue esperienze musicali precedenti, se ne discostano?
Devo ringraziare Alfonso Santimone, che ha curato tutta la parte degli arrangiamenti. Ci siamo divisi i compiti: io portavo la parte legata ai testi e alle melodie, chiedendogli di non cambiarle, anzi di usare accordi piuttosto semplici, ma lasciandolo totalmente libero negli arrangiamenti. La sua intenzione era quella di riunire molte esperienze che avevo toccato, dalla musica popolare, alla tradizione cantautorale, alla musica brasiliana che mi sono sempre portata addosso, ma rilanciandolo con elementi contemporanei di elettronica e strumentazioni particolari. Alfonso non ha fatto altro che ascoltarmi, capire quali erano state le mie esperienze musicali negli ultimi anni e trattare le canzoni come se fossero ognuna una lettera scritta al ritorno da un viaggio.

Il titolo è un riferimento al particolare e l’universale che si fondono in queste canzoni?
È interessante, perché mentre ne Il canto dell’Anguana, tutto era nato con un’idea molto chiara in mente, in questo disco invece sono partita dalle canzoni, senza avere un tema. Solo poi, quando ho avuto tutto il lavoro in mano, mi sono resa conto che era unito dalle tematiche del femminile e della trasformazione del dolore in bellezza, in opportunità nuove. È stato come se la figura della donna mi si fosse presentata in una forma nuova in questi anni, forse anche a partire da una mia maturazione personale.

Come hai tratteggiato l’universo femminile in un disco che si muove costantemente tra il quotidiano e l’archetipico?
Se pensiamo a canzoni come Acciaio e Preziosa, vediamo donne che sanno stare dentro alla sofferenza, ma anche poi rinascere. È un po’ l’esperienza che ho avuto in questi anni, perché ho constatato che tante donne vicine a me avevano vissuto esperienze molto dolorose, ma tutte avevano saputo rinascere da quel dolore. Poi ci sono figure archetipiche, come ne Il Cigno, dove mi è venuto spontaneo mettere insieme la figura femminile con il totem di animali, per parlare della sua unicità e perché è una cosa che mi ha sempre incuriosita molto, forse è un’attitudine che ho. Tempo fa, l’editore del mio libro, che sarà composto di racconti autobiografici di quando ero bambina, mi diceva che, pur non essendoci nulla di inventato, c’è costantemente questa attitudine a trasformare tutti in figure mitologiche.

Forse è la ragione per cui sei così vicina alla musica popolare.
Credo di si. Mi sono sempre chiesta perché quel tipo di musica mi attirasse così tanto, però non avevo mai pensato a questa spiegazione ed è vero, è la musica che più mi ricollega al mito.

Come si intitolerà il libro?
Ti ho vista ieri, come il sottotitolo di Bello Mondo, perché quella canzone apre le finestre di una casa chiusa, è un po’ come vedermi da fuori, passare dalle faccende del quotidiano a uno spazio di pace. È il pezzo più autobiografico ed essendolo anche il libro mi piaceva iniziare con quell’incipit.

Cinzia Meroni

Foto di Barbara Rigon

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