Onstage

Raphael Gualazzi: «Ho un pianoforte, ma soprattutto Ho un piano!»

Ho un piano, si intitola così l’album con cui Raphael Gualazzi torna sulle scene a tre anni e mezzo dal disco d’oro Love Life Peace e dalla sua trascinante hit L’estate di John Wayne. In uscita venerdì 7 febbraio 2020 in formato fisico e digitale, l’album è stato anticipato dal singolo Vai Via e dalla clamorosa esibizione di Gualazzi nel corso della prima serata del 70esimo Festival di Sanremo con il brano Carioca. Scritto dal pianista e cantautore urbinate insieme a Davide Petrella e prodotto da Dade, il brano è un inno al “qui e ora” come antidoto a tutti i mali, una pozione magica per innamorarsi ancora una volta della vita, nell’edonistica vertigine ritmica tra sonorità urban e cubane, spinta dell’ostinato del pianoforte di Gualazzi, sempre virtuoso, sempre geniale.

«Il titolo tradisce un po’, in realtà, perché Carioca si riferisce agli abitanti di Rio de Janeiro, ma è stato scelto, perché raccoglie in sé un esotismo che ci riporta al Sud America – ci ha raccontato Gualazzi -. Così il pezzo riunisce musica urban, salsa cubana e latin jazz cubano, dove c’è questo modo ostinato di suonare il pianoforte, che si chiama montuno e che accompagna le percussioni, rendendole libere di andare in controtempo. Per questo a Sanremo dal vivo mi interessava valorizzare al massimo la linea del pianoforte e la sua valenza percussiva».

Insomma, “ha un piano” Gualazzi e sa anche molto bene che farsene, ma come ci ha spiegato in relazione al titolo che ha scelto per questo suo quinto lavoro di inediti, in mente aveva anche un progetto, nato dall’esigenza di rendere giustizia alle possibilità degli ottantotto tasti del suo strumento, spingendone il vocabolario verso nuovi territori e nuove contaminazioni. In primis quella messa in atto unendo il proprio mondo a quello di una serie di apprezzatissimi produttori della scena italiana, come Stabber, il già menzionato Dade, Federico Secondomè, Fausto Cogliati, i Mamakass e l’arrangiatore Stefano Nenni, che ha arrangiato e diretto all’Ariston l’orchestra di Carioca.

«Dopo quattro anni di assenza mi sono reso conto che il metodo di fruizione e di consumo della musica era cambiato parecchio, così è nato il desiderio di collaborare con diversi produttori – ha spiegato Raphael -. Un giorno ero seduto al piano a parlare con alcuni di loro e ho detto: “Ragazzi, ho un piano! Valorizziamo quello che è il cuore e la sorgente creativa da cui nasce tutto, che nel mio caso è il pianoforte, visto che nasco come musicista e pianista, che poi ha cominciato a cantare e a scrivere canzoni”. Oggigiorno, poi, è necessario avere un piano, un progetto rispetto alla musica che si fa, perché in alcuni casi, come nel mio, la percezione che il pubblico ha in un Paese, piuttosto che in un altro è completamente diversa. Io vengo costantemente invitato da festival jazz in Francia, Germania, Inghilterra, Giappone e lì vengo percepito come un jazzista, contaminato, ma come jazzista. In Italia invece è il contrario, sono un artista pop con delle iniezioni di jazz. Per questo motivo è stata fondamentale la commistione con questi bravissimi produttori, che sono riusciti a declinare le mie composizioni e canzoni in un ambito più confacente ai mezzi di comunicazione di massa».

Sono nati così gli undici brani di Ho un piano, un disco che fonde con maestria e grande creatività musica urban, pop, elettronica, soul, nu soul, latin jazz, africana, arrivando fino alla chanson d’autore e a marcette da teatro canzone, attraverso omaggi a George Gershwin, Serge Gainsbourg, Georges Brassens, Giorgio Gaber, Mina, Demetrios Stratos e Gioacchino Rossini, principale fonte d’ispirazione di Italià, una delle canzoni più incisive di un disco, che risulta nuovo anche per tematiche e toni rispetto al passato di Gualazzi.

«È un brano come non l’avevo mai scritto prima, ha un approccio lievemente satirico, che è in realtà solo una scusa per poter parlare del tema dell’immigrazione. Dopo alcuni scambi abbastanza feroci tra politici italiani ed europei, ho notato che c’era soltanto la tendenza a puntarsi il dito contro, ad alzare dei muri, anziché estendere dei ponti, in senso metaforico e reale. Il mio punto di vista è che tutti quanti, sia eticamente, che a livello politico, avrebbero dovuto prendersi la propria parte di responsabilità e partecipare in maniera equa, perché tutti siamo stati colonialisti e abbiamo sfruttato le popolazioni che adesso sono del terzo mondo, quindi dal momento in cui questi abusati vengono a bussare alle nostre porte non possiamo ergere muri. Il vestito rossiniano, re dell’opera buffa, era perfetto per alleggerire il tema, ma l’ho scelto anche perché Rossini ha fatto tanto per il conservatorio di Pesaro a lui intitolato, dove ho studiato e che è nato grazie a una sua donazione. Il papà di Gioacchino Rossini, poi, fu un accanito sostenitore della Rivoluzione Francese, quindi dovette fuggire, emigrare, e lo stesso Gioacchino lavorò per un periodo a Parigi».

Quello dell’immigrazione non è il solo tema attuale del disco, in Nah Nah, marcetta da teatro canzone, mischiata a sonorità anni ’80, si satireggia sul culto dell’immagine dominante nella società odierna, La Libertà è un divertissement di ispirazione gaberiana sulla libertà sociale, mentre in Le Parodie Gualazzi mette al centro la superficialità diffusa nella società in cui viviamo. «Fermandosi al primo livello di lettura delle cose, si rinuncia a qualsiasi possibilità di essere unici, finendo per farsi mettere in dei contenitori preconfezionati. Detto ciò, il mio approccio è sempre ironico, anche nella trasmissione di determinati contenuti, perché credo che il divertissement sia un ottimo canale di comunicazione».

C’è anche il tema ambientale in Per Noi, brano intriso di sonorità afro, scritto da Gualazzi per la colonna sonora del film d’animazione Trash: «Oggigiorno tutte le tematiche che si vogliono affrontare rispetto alla cultura e alla società sono un po’ tutte collegate – ha raccontato -. Il tema ecologico è fortemente legato a quello dell’immigrazione, perché lo sfruttamento di determinati territori crea un sistema economico, che obbliga queste persone a venire via dalle loro terre. È tutto collegato e complesso, ma ho voluto usare un linguaggio semplice, perché credo che certi messaggi debbano passare prima di tutto attraverso i bambini».

E infine c’è il tema dell’amore, declinato nelle atmosfere vintage soul di Broken Bones, che vede la partecipazione nei cori della cantante China Moses; quello sarcastico di Questa volta no, con «un omaggio testuale a Demetrios Stratos e a Il bandito del deserto, brano che mi rimase molto impresso consumando il disco degli Area, 1978 gli dei se ne vanno, gli arrabbiati restano!»; quello struggente di Vai via, ballad psichedelica orchestrata tra un ritmo ternario jazz e le sonorità del Prophet, che si fonde con l’orchestra e quello romantico della cover E se domani, cantata nel disco, come nella terza serata del Festival con Simona Molinari: «Un omaggio sia al grandissimo brano che è stato scritto, che alla grandissima Mina, che lo ha reso celebre».

Il risultato è un disco ricchissimo a livello tematico e caleidoscopico per sonorità, un album che renderà moltissimo anche dal vivo, nella tournée teatrale in partenza il 26 aprile dal teatro La Fenice di Senigallia. «Ho sempre avuto un approccio molto attivo alla musica e quando suono dal vivo – ha raccontato Gualazzi, che sarà accompagnato sul palco dalla sua storica band -. Proprio perché si chiama dal vivo e non dal morto, mi piace che ogni parte sia suonata da uno strumentista, mi piace che venga restituito quel sapore di organicità, di verità alla musica. Sono sicuro che sarà un bello spettacolo».

Per quanto riguarda la scaletta, infine, l’artista ha anticipato che accanto a un settanta per cento di brani del nuovo disco, non rinuncerà a proporre alcuni brani del passato, «anche perché me li richiedono espressamente su Instagram. Cercherò di creare un po’ di varietà, con una scaletta, che ripercorra le varie fasi dei vari album, creando un po’ di rotazione e sicuramente ci saranno delle cover, anche nuove. Quando si suona e si sta un po’ sulla strada è bello tenersi freschi, cambiare, così ci si diverte tutti, musicisti e pubblico».

Tour teatrale 2020:
Domenica 26 aprile – Senigallia – Teatro La Fenice;
Lunedì 27 aprile – Bologna – Teatro Duse;
Martedì 5 maggio – Roma – Teatro Brancaccio;
Giovedì 7 maggio – Torino – Teatro Colosseo;
Giovedì 14 maggio – Milano – Teatro Arcimboldi;
Martedì 19 maggio – Bari – Teatro Petruzzelli.

Credito foto: Flavio & Frank

 

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