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Remo Anzovino: «Una musica che invita a non giudicare e a prendersi cura di sé»

Venerdì 29 settembre è uscito Nocturne, il quinto album del pianista e compositore Remo Anzovino, che consacra definitivamente la collaborazione tra l’artista e Sony Music, considerando che il disco esce sotto etichetta Sony Classical. Registrato tra Tokyo (JVC Victor Studio), Londra (Abbey Road), Parigi (Les Studios Saint Germain) e New York (Brooklyn Recording), Nocturne vanta la collaborazione con il produttore Taketo Gohara e con Stefano Nanni, che ha anche diretto la London Session Orchestra. Tra i musicisti che Remo ha ‘convocato’ per il suo lavoro, spiccano poi Masatsugu Shinozaki con il suo violino cinese, l’armeno Vardan Grygorian (al duduk), la francese Nadia Ratsimaendresy (ondes martenot) e Gianfranco Grisi, inventore del suo cristallarmonio ed insuperabile nell’arte di suonare il vetro. Ecco cosa ci ha raccontato Remo sul nuovo progetto.

Ciao Remo, è uscito Nocturne. Il senso di questo progetto è molto profondo, come lo descriveresti?
Nocturne è un disco che vuole riuscire, con queste musiche, a far sì che le persone che lo ascoltano si prendano del tempo per se stesse. Che abbiano cura di sé. Penso che il tempo che viviamo – e che chiaramente un musicista deve interpretare – sia un tempo velocissimo. È un bene, ma per riuscire a non rimanere completamente smarriti o travolti dalla velocità di un mondo che cambia ormai una volta al secondo, bisogna prendersi tempo. E il tempo che prendi per te stesso è in questa musica. C’è un tempo in cui si ha bisogno di rimanere da soli, di pensare anche a cosa è successo nella tua giornata, al perché hai mandato qualcuno a quel paese. Il mio consiglio è quello di un viaggio da fare attraverso queste musiche. Ed è un viaggio che possono fare tutti. Pur essendo l’album di un pianista e di un compositore, include tutti, anche le persone che non hanno mai ascoltato una sinfonia di Mahler. Non è importante, tutti possono accedervi perché l’identità di questa musica risiede in una situazione di solitudine, che secondo me accomuna tutti e non è un elemento negativo.

La solitudine, quindi, per te può essere anche un elemento positivo…
Dipendiamo tutti dalla solitudine e tutti, ognuno a modo suo, la riempiamo in qualche modo. In fondo, se ascoltiamo un disco e ci dedichiamo per un po’ ai nostri pensieri – al posto di metterci sui social o di fare un aperitivo con gli amici – non vuol dire che queste cose ci sono precluse, ma ci fa essere meno giudicanti nei confronti degli altri. È una musica che ti invita a non giudicare. In controtendenza, perché oggi viviamo in un mondo di giudici.

Il concetto è molto interessante e lo trovo una grande verità. A questo punto mi viene da chiederti se l’album è nato da una tua problematica o semplicemente dall’osservazione…
Sicuramente, quando scrivo una musica o realizzo un disco, mi faccio tramite di una sensibilità che vedo davanti a me. Non mi interessa molto narrare un fatto mio, perché – nella mia doppia vita di avvocato penalista e musicista – ho sempre a che fare con storie, che hanno a loro volta a che fare con la debolezza umana. È il motivo per cui da ragazzo mi sono innamorato della possibilità di far parte del processo penale, pur non avendo una tradizione familiare di penalisti alle spalle. Mi permetteva di vedere da vicino la debolezza umana e capire che poteva diventare anche una mia debolezza. Nella musica questo spirito è entrato in pieno: ho sempre realizzato una musica – e in questo album è ancora più evidente – che parlasse di indulgenza verso l’altro, anche nei confronti di chi ha sbagliato. È un disco di osservazione. Osservo e immagino gli esseri umani, e sono fortunato poi ad aver avuto la possibilità di realizzare un album internazionale: ho capito che puoi trovarti ovunque, a Tokyo o a Londra, ma la gente è sempre uguale. È felice o infelice, allo stesso modo, pur parlando una lingua diversa o credendo in un Dio diverso.

È il senso del video di Galilei, no?
Sì, quel brano è un po’ l’emblema dell’album. Alla fine del video, le quattro città si sovrappongono e non riconosci più di che città si tratta, perché le sensazioni sono le stesse.

A proposito di queste quattro città che hai girato per registrare il disco, a mio parere si sente molto l’influenza di questi viaggi, anche solo nelle melodie.
Ti racconto un aneddoto che potrebbe sembrare banale, ma che a mio parere è pazzesco. Ero in Giappone e il giorno prima della registrazione ho affittato una sala prove, per assorbire il jet lag ed esercitare le braccia. Avevo fissato due ore di studio, per cui mi hanno dato una stanzetta col pianoforte. È arrivato un ragazzo giapponese, che ha pulito il piano e mi ha fatto accomodare. Quando è finita la seconda ora, lo stesso ragazzo è rientrato per pulire e per dirmi che il tempo era finito, quindi che ne dovevo andare. Stavo finendo e gli ho chiesto: “Please, another song”. Lui ha continuato a guardarmi impassibile e mi ha detto di no. Sono uscito, ho incontrato il mio produttore giapponese – uno dei cardini dell’album, tra l’altro, che mi ha aiutato a vivere Tokyo al di fuori della musica – e, mentre facevamo un brindisi nello studio con gli altri assistenti, mi sono reso conto che nella mia sala non era entrato un altro pianista. Ho immaginato la stessa scena a Milano o Roma: se lo studio dopo di me fosse stato vuoto, nessuno mi avrebbe detto di no. Non perché sono un musicista. Mi è rimasta una lezione da questo episodio: la loro cultura è sicuramente più formale e rigida, ma secondo me l’insegnamento è che – se loro dicessero di sì ad ogni persona che chiede di suonare un’altra canzone – ci sarebbe l’anarchia.

E per loro sarebbe caos totale…
Non so dirti se è giusto o sbagliato, è diverso. Il bello è riuscire ad apprezzare le diversità.

Come stai pensando il live?
L’album ha tantissimi ospiti, ma il cuore del disco resta il pianoforte. I suoni aiutano il racconto, ma il vero colore lo cambia la musica e il modo di suonare il pianoforte in questo disco. Il tour sarà volutamente piano solo. Ci sarà però un gran lavoro di produzione, sarà un live con elementi di live design e visual che lo renderanno un vero e proprio show.

Mi vuoi salutare con un altro aneddoto? Magari su Abbey Road…
Certo! Volevo assolutamente andare a vedere lo Studio 2, però mi sono sempre rifiutato di essere un fanatico, per cui non ho chiesto. L’ingegnere inglese, a un certo punto, ci ha portato a vederlo. Io ho notato subito un pianoforte verticale e ho chiesto se potevo aprirlo. Ho messo le mani sopra e ho chiesto se era il pianoforte con cui i Beatles avevano fatto l’accordo di Mi Maggiore a sei mani nel finale di A day in the life. L’ingegnere ha confermato e mi ha chiesto stupito come avessi fatto a capirlo. Gli ho risposto: “Ho due orecchie”. Il suono è importante.

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