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Renato Zero, nato stravagante: “Il miraggio di un artista è scuotere le coscienze”

Festeggiare 69 anni di vita presentando il nuovo album in anteprima in un Auditorium Parco della Musica eccezionalmente aperto a fan e stampa: per l’ultimo disco Zero il folle Renato Zero ha giustamente fatto le cose in grande, giocando abilmente sulla coincidenza dei festeggiamenti. D’altronde nella sua Roma del cuore (infranto dalla sporcizia e dalla situazione capitolina, sulla quale ironizza amaramente nel corso dell’incontro) sono in tanti ad amarlo e lui ci tiene a ricambiare l’affetto nel modo più generoso che conosca. “Alla vigilia di questi 69 anni voglio festeggiare Zero per avermi posseduto dall’età di 15 anni, per avermi tolto dalla nullafacenza, dal disincanto, dalla noia, per avermi infuso quel desiderio di cambiare le cose e la vita che non va inchiodata al muro come una fotografia” dirà ad un certo punto della conferenza.

C’è un pubblico composito di amici, di fan, di giornalisti sparsi al centro della sala. Renato Zero è vestito completamente di nero, persino gli occhiali e il cappello brillante che lo fa somigliare ad una versione dark del Cappellaio Matto di Alice nel Paese delle Meraviglie. Solo che al posto di Alice c’è l’anima di Renato Fiacchini classe 1950, che nel suo doppio Zero ha trovato la via di fuga da una vita grigia, come ci tiene a precisare: “Questo cambiare pelle è la forma migliore per non essere stitici, e offrire a se stessi l’intercambiabilità di un mestiere che non è un mestiere. Io non sono un mestierante, io sono una persona che ha voluto uscire dagli schemi e ha mandato a fare in culo la borghesia con tanti saluti e buona salute per loro” puntualizza tra gli applausi. “Poter successivamente indossare la mia natura, la mia voglia di stupire e muovere il pensiero degli altri… La ottieni se sei padrone delle tue esperienze e portatore sano di coraggio” aggiunge.

In Zero il folle i temi affrontati dal cantautore romano sono tanti, aderenti all’attualità e dipanati attraverso il punto di un vista di un uomo adulto, maturo e complesso, ma con un animo ancora maliziosamente provocatore. Nei testi del disco c’è spazio per vita e morte, figli, aborto (cui Zero è contrario quale pratica anticoncezionale), maschi vs uomini, degrado nelle relazioni umane e rapporto con la fede di un Dio sopra le parti. Più di tutti, però, si parla delle numerose sfaccettature dell’amore: “Ritengo che l’amore debba ancora produrre in maniera cospicua quello che è il rapporto tra due esseri umani, o produrre figli. Non per vigliaccheria, ma garantisce una continuità. E questo avviene sopratutto con la buona tutela che i genitori svolgono presso i propri figli” spiega Renato. “Venendo da una famiglia nutrita e straordinaria, ho fatto la mia parte adottando Roberto che mi ha reso nonno di due splendide nipoti. La mia è una forma di tutela, di proiettarsi in un futuro un pochino più intimo e personalizzato. Un figlio non deve essere una copia di noi ma la nostra possibilità di replicarci al meglio” specifica citando anche la sua stessa famiglia.

Soffre nel dover vedere la sua città, la sua Roma, ridotta a simbolo del degrado urbano incontrollato. “In una città come Roma trovo assurdo dover affrontar le buche, il disagio, la sporcizia. C’è una forte componente che riguarda l’ecologia, il nostro respiro, il nostro nutrimento, affrontare tramonti e albe senza nuvoloni che hanno una potenzialità minatoria. Il cielo che ho scritto io non è questo” si interrompe poeticamente Zero, con un applauso che entra a scena aperta rievocando uno dei suoi più grandi successi.

Al centro di tutto, come sempre, c’è il doppio Renato/Zero. Un personaggio costruito ad arte che il Renato timido e ingenuo dei primi anni faticava anche a gestire. “La naftalina conserva gli abiti e non le persone” sentenzia in una frase da appuntarsi sul diario. “I miei vizi e i miei pregi vogliono prepotentemente non essere tacitati, né subire l’influenza di un successo che tende sempre ad ammortizzare, se non ad annullare, carattere, personalità e desiderio di esserci. Le piume di struzzo e le paillettes mi hanno tolto dal grigiore di una vita come quella di papà, che voleva fare il tenore ma non è mai diventato manco un baritono” ricorda. Questo suo doppio non smette mai di esistere, e sarà molto presente anche nel tour 2019: “Viviamo in un unico letto e usiamo lo stesso rasoio, mangiamo gli stessi piatti e abbiamo trovato una comodità. All’inizio non andavamo molto d’accordo: quando sono andato a Sanremo mi sono vestito da ometto per dargli una regolata, oggi festeggiamo tanti anni di convivenza”. E a proposito della kermesse musicale, impossibile togliergli di bocca una dichiarazione diretta: sembra quasi che Zero prenda il sopravvento in un gioco di maschere e non detto assolutamente perfetto: “Sanremo? Magari siamo guariti da questa mania di dare i numeretti, il numero è una forma castrante.. a me hanno dato Zero, guarda che fine ho fatto!”.

Dopo 50 anni di carriera, per Renato Zero c’è ancora un argomento impossibile da mettere da parte: cosa significa essere un artista? “Il miraggio di un artista è scuotere le coscienze, come hanno fatto Gaber, Jannacci, De Andrè, Dalla, Modugno e tanti colleghi illustri, la grande prospettiva di un cantautorato” continua. Per lui, poi, c’è anche il grande discorso della trasgressione che ha segnato gli inizi della sua carriera in maniera indelebile: e snocciola una serie di nomi, da Lindsay Kemp a Paolo Poli, a Gesù Cristo, fino a Pier Paolo Pasolini, Van Gogh, Mozart, Beethoven, Lady Gaga, i Queen. Cosa li lega? Per Renato Zero c’è un minimo comune denominatore di classe: “Ci si nasce così stravaganti, desiderosi di spandere questa allegria e voglia di vivere, genio e sregolatezza”.

Come si sente Renato Zero oggi? Cambiato forse rispetto al passato, ma in fondo non così tanto: rifugge Flaiano e la sua idea di conservatorismo obbligato dopo una certa età. “Non mi sento conservatore, non sarà mai possibile. Non è etica. Io sono cresciuto in una famiglia borghese ma sotto sotto aveva dei pruriti e delle esternazioni così vivaci e colorite, che alla fine non è stato più possibile incasellarli nella schiatta dei borghesi. Flaiano è maestro per tutti, ha scritto verità assolute. Ma quando l’acqua sale e non stiamo a galla, col tempo si fatica a mettere fuori le braccia. Dovresti imparare a nuotare anche dai 50 anni in poi. Io ho imparato a nuotare, ma ho sempre bisogno di una spinta”.

Arianna Galati

Foto di Roberto Panucci

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